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Ceci n’est pas féminisme

Ceci n’est pas féminisme

Federica Di Martino

Di femminismo, negli ultimi anni, se ne parla sempre di più. E menomale, aggiungerei. Per troppi anni relegato ai ricordi di sgabuzzino dei ridenti anni ’70, pare che una nuova ondata transfemminista travolga il mondo contemporaneo attraverso il rumore assordante di rivendicazioni e battaglie che la comunità ha deciso di assumere su di sé, non delegando il potere decisionale ai soli organi formali. Una riappropriazione di corpi, sentimenti e desideri.

In tutto questo bel marasma e movimento, c’è tuttavia un fenomeno che avanza di pari passo e che si collega strettamente al femminismo, pur tuttavia attuando qualche stortura che vedremo insieme. Parliamo del “pinkwashing”, una sorta di femminismo pop, glitterato, ripulito e messo a lustro per essere venduto e brandizzato. Ora, partiamo da un assunto di base fondamentale: non esiste un unico femminismo.

Se qualcuno vuole insegnarvi cosa sia il femminismo, dicendovi cosa sia giusto o sbagliato fare, vi consiglio di tenervene alla larga. Nessuna di noi sta concorrendo per il premio “migliore femminista dell’anno”, né che io sappia esistono regole precise in materia. Per questo sarebbe più corretto parlare di femminismi, in quanto ne esistono diversi, ognuno col proprio stile, che però rispondono a una visione POLITICA del mondo (sì, per quanto ci scocci pensarlo a volte e sarebbe più semplice non dirselo, il femminismo prevede un posizionamento e una collocazione politica che investe tutte le soggettività) in cui si possano garantire libertà e il diritto a una vita dignitosa.

Fatta questa doverosa premessa, torniamo a definire il fenomeno del pinkwashing, che ci possa permettere quantomeno di individuarlo e analizzarlo. Il femminismo è stato di recente risucchiato dal mercato e reso estremamente cool. È il caso delle t-shirt dei grandi brand, che a cinque euro o giù di lì, vi vendono una maglia con la stampa di “girl power” o un “fight like a girl”, da sfoggiare con la stessa irriverenza di quando a 15 anni mi sono tinta le punte dei capelli di rosa (esperienza rovinosa, durata il tempo di tornare a casa ed essere rimandata dal parrucchiere con la velocità della luce). Nulla di male, per carità, se non pensiamo che quelle maglie probabilmente vengono cucite da operaie nei paesi sfruttati del mondo per una paga da miseria, in condizioni lavorative disumane. È questa la connotazione politica di cui parlavamo poc’anzi, quella che ti interroga sull’eticità di ciò che ti circonda, e soprattutto sullo scopo di ogni singola azione. Perché, con una probabilità che si assesta al 99,9%, al grande brand non frega nulla del “potere delle ragazze”, ma frega sapere quante di esse compreranno quel capo, lo faranno girare, spingendo altre ragazze a sentirsi potenti attraverso quel mezzo. Si chiama capitalismo, ed evidentemente c’entra col tema del femminismo più di quello che in prima battuta possiamo pensare.

Parliamo di un femminismo svuotato di ogni funzione che non sia quello di piacere, attrarre e creare movimento… economico, non culturale o politico.

Di femminismo se ne parla parecchio, se ne parla su pagine, riviste e articoli dal sapore pink e glamour. Lo stesso giornale che il giorno prima parla dell’importanza di rispondere al tuo piacere e ai tuoi desideri, il giorno dopo probabilmente ti proporrà un articolo su “i dieci modi per farlo impazzire a letto” (vi faccio uno spoiler, in maniera lenta ed edulcorata si arriverà a parlare di pompini); facendo questo non fanno altro che riconsegnarci al sistema di oppressione e assoggettamento da cui, con articoli dal sapore femminista, ci hanno fatto credere di volerci liberare.

Valga per i messaggi “body positivity”, quelli in cui ci ribadiscono quanto siamo belle nei nostri corpi e nelle nostre imperfezioni, in cui sembrano dirci che andrà tutto bene e che i canoni estetici non li può definire nessuno se non noi e il nostro piacerci e sentirci belle. Peccato che le affiliazioni e le sponsorizzazioni le fanno con marchi che non vanno oltre la 42, di quelli che con la L riesci a fasciarti il ginocchio.

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“Se non puoi combattere il nemico, fattelo amico”, ci verrebbe un po’ da pensare. E lo pensano evidentemente tantissime persone, aziende, che hanno capito che diventare amiche di noi donne è l’arma migliore per tenerci tranquille senza fare troppe domande, assoggettate senza farci sentire di esserlo realmente. Aziende di assorbenti che fino all’altro giorno scrivevano di quanto il ciclo ti possa rendere irascibile ed irritabile, adesso fanno pubblicità in cui pensano di combattere gli stereotipi con slogan istituzionali.

Ma piuttosto, perché non usiamo una pubblicità di assorbenti per parlare del problema dell’iva su beni di prima necessità al 22%? Perché non proporre campagne mensili in cui si vendano assorbenti decurtando l’aliquota iva e riducendola come nel resto d’Europa? Così eh, si fa per dire. Meglio una spolverata di cliché femministi, ci torneranno sicuramente più utili.

Ci sono evidenti contraddizioni di fronte a noi che rischiamo troppo spesso di non vedere, o peggio ancora di assuefarci, come se questa fosse la normalità a cui adattarsi, come se questo fosse lo spazio in cui è dato di muoverci. Un recinto dai contorni rosa, luccicanti e attrattivi, che però alla fine non ci lasciano niente se non uno spazio troppo ristretto in cui muoverci, privo di orizzonti, prospettive e possibilità.

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