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Rubrica Fica: dove tutto ebbe inizio

Rubrica Fica: dove tutto ebbe inizio

Federica Di Martino
una rubrica fica

Il rapporto con il nostro corpo e con la nostra sessualità non è mai stato particolarmente felice. Non parlo delle nostre storie individuali, o magari anche di quelle, parlo di un’inscrizione nella storia e nella cultura tale per cui di sesso non si possa mai parlare realmente, motivo per cui se ne parla e se ne scrive fin troppo. Tra le righe, alluso, gridato, sguaiato, sovraesposto, didascalico. Si ammicca alla vita vera, ma pare che non ce ne sia mai davvero.

Non siamo mai abbastanza. Belle, toniche nella prestazione, adeguate; non c’è spazio per i nostri odori, i nostri peli ci fanno ribrezzo,non sappiamo, spesso, in che modo le forme del nostro godimento si facciano strada in un immaginario ideale di pura rappresentazione. Quando hanno provato ad educarci lo hanno fatto per metterci in guardia da eventuali pericoli, per evitare danni collaterali (gravidanze indesiderate e malattie sessualmente trasmissibili, per lo più), nell’ordine della prescrizione. Ma delle pratiche di cura, attenzione, conoscenza, piacere e divertimento, di quello cosa ci è rimasto? Cosa ci è dato davvero sapere?

Questa rubrica nasce dal desiderio un po’ scomposto di provare a fornire qualche informazione utile sul sesso e sulla conoscenza di sé. Non so se sarà davvero una rubrica “fica”, uno spazio fruttuoso da cui poter trarre qualche consiglio interessante per le proprie esperienze, ma è bene chiarire, poiché è di corpi che si parla, che è uno spazio di parola che parte da una gergale e volgare fica, in questo caso quella della scrivente, è che anche da quella partirà per provare a districarci insieme negli spazi vuoti di storie e complessità.

Ecco, fatte le dovute premesse, proviamo ad entrare a gamba tesa, come piace fare a me, in una questione solo all’apparenza banale, ma che in fondo rappresenta una buona cartina tornasole della nostra società in materia di approccio alla sessualità. Parliamo del tema della verginità, la più grossa invenzione culturale dopo Babbo Natale e al castoro che incarta la cioccolata.

La verginità è una fissazione maniacale, che attraversa la storia e le generazioni. Quella femminile ovviamente, di quella maschile non se ne fa menzione, se non nei termini di un bonario cameratismo, lo stesso per cui passa tutto con un “dai, buttati”. La verginità femminile è mitica, affonda le radici nella cultura mistica della Vergine per eccellenza, sottende alla possibilità che dopo il primo rapporto tutto possa cambiare, nel bene ma soprattutto nel male.

Nella terminologia medica si è parlato per anni di “deflorazione”, quindi della recisione di quel magnifico fiore che è la verginità, mentre nel gergo più consueto la verginità è qualcosa che si perde. Bene, la verginità non esiste. Esiste lo spauracchio della verginità, che mette le ragazze al riparo da possibile gravidanze indesiderate e da nominate di quartiere che poi è difficile scrollarsi di dosso. Una mia conoscente diceva, quando ero ragazza: “bisogna fare attenzione, perché le cose usate non piacciono a nessuno”. Andatelo a dire ai mercatini vintage, quelli da nicchia hipster, che un cappotto di tua cugina, quella grande, lo possono rivendere al triplo del prezzo.

Ora, comprenderete bene, parlo soprattutto alle ragazze, che il mito della verginità nasce unicamente per agire un potere e un controllo sui nostri corpi, a partire da un elemento fragile e sensibile, come quello della prima volta (di cui, magari, parleremo poi), in cui si concentrano tutte le nostre paure e sensibilità nei piaceri di una nuova scoperta.

Il sigillo di castità, a tutela della buona condotta, è rappresentato dall’imene, un essere mitologico, dalle fattezze indefinite, la cui fantomatica rottura, con relativo sanguinamento, rappresenterebbe la perdita o meno della verginità. Il mito dell’ imene recita pressapoco così: se sanguini dopo un rapporto, questa è la prova che non hai mai fatto sesso prima. Se invece non sanguini, ecco dimostrato che non sei vergine. Falso. Tutte le donne nascono con un imene, ma non ha alcuna funzione specifica, meno che mai quello di tappo di champagne da stappare al primo rapporto. L’imene femminile è il corrispondente del capezzolo maschile: non ha tecnicamente alcun valore, è solo un residuo della vita fetale.

L’imene non è sottile come un foglio di carta, ma è spesso, largo e robusto. Prima della pubertà è generalmente piatto e a forma di ciambella con il buco. Poi, quando entra in scena il trambusto ormonale, anche l’imene, come altre parti del corpo, si trasforma. Dopo la pubertà, spesso assume la forma di una mezzaluna, si allarga dietro verso l’ano, pur mantenendosi a corona sulla parete della vagina, ma con al centro un buco più grande. Non ci sono regole uniche rispetto alla forma, alla formazione, né tantomeno all’eventuale rottura dell’imene.

Quale che sia la forma, e a parte rari casi, l’imene è dunque abbastanza flessibile. Tuttavia, è il punto più stretto di tutta la vagina. E se pure è vero che la vagina ha una capacità estrema di estendersi e di contrarsi,dopotutto è da lì che escono i bambini e l’imene non sempre riesce a dilatarsi abbastanza per una penetrazione. Un po’ come un elastico: se lo tiri troppo forte, si rompe.

Al momento del primo rapporto sessuale con penetrazione, l’imene si dilata insieme al resto della vagina. Per molte donne va tutto liscio, per altre donne può lacerarsi e sanguinare leggermente. Tutto dipende dalla flessibilità dell’imene. E’ difficile stabilire con certezza il numero di donne che sanguinano durante il loro primo rapporto. Esistono dati, ma non sono univoci. Due ricerche norvegesi indicano rispettivamente che queste sono il 56% e il 40%. Non sono tutte dunque.

Ciò che conta, e che preme dirci, è che la verginità non è una perdita, meno che mai un valore da preservare, ma soprattutto non rappresenta uno strumento di giudizio rispetto alla nostra vita sessuale e alle nostre scelte. Avrebbe voluto saperlo quella ragazzina, tra i banchi delle scuole superiori, che ascoltava con attenzione e paura i racconti delle sue compagne che avevano già avuto rapporti, e che si immaginava immolata all’altare del dolore e della pubblica vergogna.

Dovrebbero saperlo ogni persona, soprattutto giovane, che approccia a qualcosa di divertente, si spera, e piacevole.

Partiamo da qua, allora, da oggi, ma soprattutto da voi, da quelle che possono essere le vostre esigenze e curiosità. Per ogni dubbio, curiosità o suggerimento sui temi da trattare nei prossimi numeri, potete scriverci sui nostri canali social, anche in anonimo. Vi aspettiamo!

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