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Liberiamo il corpo delle donne dalle gabbie culturali

Liberiamo il corpo delle donne dalle gabbie culturali

Francesca Druetti

C’è sempre stata abbondanza di personaggi pronti a sentenziare sul corpo delle donne. Che forma deve avere, quanto spazio deve occupare, quanto e come deve essere coperto. Quanto deve essere femminile.

Tutori, censori, inventori di regole morali e sociali. Stilisti, giornalisti di costume e, più subdolamente, di cronaca. Custodi dei canoni della bellezza e dell’accettabilità. 

Oggi si aggiungono tutti quei nuovi professionisti del dogmatismo dell’immagine: i fashion blogger, i personal shopper, gli influencer di ogni sorta. Spesso perfetti sconosciuti che arrivano sui profili social delle donne a portare la loro opinione. Ognuno col suo diverso peso e influenza e con la sua diversa autorità, a volte totalizzante.

Quello che deve essere sempre molto chiaro, è che le donne NON DEVONO e NON POSSONO fare da sole. Le donne hanno bisogno di essere aiutate a scegliere per loro, e in genere a scegliere tenendo conto del vantaggio di qualcun altro.

Di chi le guarda – che deve poterle trovare desiderabili.

Di chi ci si confronta – che non deve sentirsi minacciato, confuso o a disagio. 

Di chi vuole vendere loro qualcosa – che non deve esaurire mai la scorta di insicurezze su cui fare leva. 

I corpi, inoltre, per loro stessa natura, cambiano, e troppo spesso a questi cambiamenti attribuiamo un’importanza così grande che diventa un elemento fondante della nostra identità e del nostro essere: per chi è sotto i riflettori, addirittura, diventano una questione di dibattito. È quello che è successo ad Adele, per esempio: la pubblicazione di una foto in cui la cantante era molto dimagrita è diventata oggetto di una conversazione molto accesa sul modo in cui il dimagrimento – e in particolar modo il dimagrimento femminile – viene raccontato dai media. 

Quando misuriamo i nostri corpi con il metro della magrezza, compiamo un’operazione priva di senso. Quando ancoriamo la misura della nostra felicità a quella della nostra magrezza, commettiamo un peccato capitale. Eppure lo facciamo. La cosa più efficace che io abbia mai letto sulla percezione del proprio corpo, la perdita di peso e la salute mentale è un pezzo di Elna Baker in cui l’autrice a un certo punto scrive: 

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Recentemente un’amica mi ha fatto notare che molto spesso, quando riguardiamo vecchie foto, i momenti che definiamo i più felici della nostra vita sono quelli in cui siamo più magri. E ha ragione. L’estate che io considero l’accidenti di momento più felice della mia vita in realtà faceva schifo. Stavo attraversando una terribile rottura sentimentale e avevo un sacco di ansia. Ma avevo un aspetto fantastico. Non ero felice; ero felice di essere magra – che ci fosse un momento che ora posso impugnare e mostrare al mondo e che dice, Io ero qui, ed ero bella. Per due secondi. 

I corpi non sono oggetti estetici che devono rispettare degli standard per essere accettabili. Né esistono per conformarsi agli stereotipi di genere e alle aspettative di chi guarda e ritiene di poter dedurre alla prima occhiata tutto quello che ha bisogno di sapere di una persona. Una recente discussione sul concetto di “femminile”, scatenata dalle dichiarazioni dello psicologo Raffaele Morelli, ha messo in luce come la femminilità sia ancora ridotta al concetto di ciò che è attraente – per gli uomini, manco a dirlo, perché nel mondo in cui le donne devono preoccuparsi prima di tutto di essere femminili, tutte e tutti sono eterosessuali, per definizione. D’altra parte, gli stereotipi sulle persone queer hanno origine in questo stesso pensiero: le lesbiche saranno tutte mascoline, gli omosessuali saranno tutti effemminati, seguendo questo ragionamento. Proprio mentre infuriava la tempesta Morelli, Tori Truscheit pubblicava una bellissima riflessione sul suo essere una lesbica femminile, e sulle difficoltà avute durante l’adolescenza e oltre a riconciliare il proprio orientamento e la propria immagine con quello che stava imparando dalla società riguardo alle lesbiche. 

Liberare il corpo femminile dalle gabbie e condizionamenti culturali – spesso trasformati in prassi e in leggi – in cui per millenni hanno cercato di rinchiuderlo significa liberare tutti i corpi, indipendentemente dal sesso, dal genere, dall’orientamento e dall’identità delle persone. 

Una liberazione di cui abbiamo bisogno, e che non arriverà mai abbastanza in fretta. 

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