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Angelo Schillaci: “Chi ha paura della legge contro l’omobitransfobia chiede la libertà di discriminare e odiare”

Angelo Schillaci: “Chi ha paura della legge contro l’omobitransfobia chiede la libertà di discriminare e odiare”

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Angelo Schillaci è professore associato di diritto pubblico comparato presso l’Università “Sapienza” di Roma e fa parte del Comitato di redazione e del Comitato editoriale di GenIUS – Rivista di studi giuridici sull’orientamento sessuale e l’identità di genere. In queste settimane è tra gli accademici in prima fila per sostenere l’approvazione di una legge contro l’omotransfobia.

Le faccio una domanda molto “da prof”. Come spiegherebbe ad una matricola appena iscritta a giurisprudenza la necessità di approvare una legge contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia?

Il diritto non è soltanto un freddo insieme di norme, che governano dall’alto le nostre vite: esso piuttosto può e deve essere anche strumento di gestione dei conflitti sociali, perno di processi culturali, in dialogo con le domande di riconoscimento che emergono dalla vita e dall’esperienza concreta delle persone. In questo senso, proverei a spiegare alla nostra matricola che una legge contro misoginia e omolesbobitransfobia non deve servire soltanto a punire condotte discriminatorie o violente contro le donne e le persone LGBTQI+, ma anche a riconoscere nuove sfere della dignità personale – quelle legate all’identità sessuale in tutte le sue dimensioni – a disciplinare politiche di prevenzione e contrasto, anche sul piano culturale, e soprattutto a sorreggere concrete azioni di sostegno delle vittime.

Partiamo dall’unico elemento di certezza parlamentare esistente ad oggi. La Commissione Giustizia della Camera, dopo qualche turbolenza, ha adottato il testo unificato dell’onorevole Zan (PD). La maggioranza ha dato prova di compattezza, ma adesso si apre una seconda fase. Quali rischi intravedi? Ci sarà il cosiddetto “assalto alla diligenza”?

Siamo già nel vivo della discussione sulla proposta di testo unificato. I segnali sono contrastanti: da un lato, come era ampiamente prevedibile, alcune forze politiche di opposizione si sono limitate a inondare la Commissione di emendamenti puramente ostruzionistici (penso a Lega e FdI), dall’altro Forza Italia e alcuni settori di PD e IV hanno depositato emendamenti che recepiscono preoccupazioni note, su tutte quella relativa al presunto contrasto tra le disposizioni penali della proposta di legge e la libertà di manifestazione del pensiero. Altre forze politiche, come LEU e M5S non hanno presentato emendamenti, mentre il deputato Magi ha depositato alcune proposte di modifica migliorative. Non so dire se tutto questo si tramuterà in quello che tu chiami assalto alla diligenza, penso piuttosto che – ostruzionismo a parte – lo scenario sia quello di una fisiologica dialettica parlamentare: la mia sensazione è che, nonostante qualche malumore, il grado di compattezza della maggioranza su questo testo sia elevato. D’altra parte, la proposta di testo unificato nasce da un lavoro informale proseguito per alcuni mesi all’interno della maggioranza, sotto la guida molto equilibrata del relatore Zan.

Non è il primo tentativo di approvazione di una legge contro l’omofobia e la transfobia. Ricordiamo tutti ciò che è successo nella scorsa legislatura. Il testo attualmente in discussione – quantomeno nella formulazione vigente – le sembra sufficientemente completo? Ha degli elementi di novità rispetto al passato?

Se non erro, la prima proposta di legge in materia risale al 1996, mi pare un dato abbastanza eloquente. Rispetto alle proposte depositate e discusse nelle scorse legislature, il testo Zan è molto innovativo perché affronta il problema dell’omolesbobitransfobia in modo integrato. Non si limita, infatti, a intervenire sulle norme penali, ma contiene anche politiche di prevenzione e contrasto e azioni di supporto delle vittime. Discriminazioni e violenza vengono dunque affrontate in modo complessivo, in armonia con i due commi dell’articolo 3 della Costituzione, che non richiedono soltanto un intervento puramente antidiscriminatorio, ma anche la costruzione di percorsi culturali e politici che garantiscano il libero sviluppo della personalità e la piena partecipazione di tutte e tutti alla vita della comunità politica. Eguaglianza non è solo assenza di (o repressione delle) discriminazioni: è anche e soprattutto pari dignità sociale intesa come piena cittadinanza democratica.

Una parte del mondo femminista – come il movimento “Se non ora quando” – ha criticato aspramente la scelta di parlare di “identità di genere” nel testo. Secondo loro, così facendo si danneggiano i diritti delle donne. In reazione a tutto ciò altre parti della galassia del femminismo italiano hanno deciso di sostenere pubblicamente il ddl Zan. Può aiutarci a fare chiarezza sul tema?

Bisogna premettere, anzitutto, che la proposta Zan – nella parte penale – si occupa anche di contrastare i discorsi e i crimini d’odio misogino: un fatto importante, accolto con favore da gran parte del mondo delle donne, come testimoniano i molti appelli a favore della legge. Un fatto che dimostra, peraltro, che le battaglie per l’uguaglianza e la pari dignità non funzionano a compartimenti stagni o “a somma zero”, perché guardano anzitutto alla persona, in tutta la complessità della sua esperienza di vita. Dunque, il contrasto alla misoginia e quello all’omolesbobitransfobia possono essere racchiusi nella medesima norma penale, senza che questo implichi una confusione di piani, una rinuncia al valore delle differenze o ancora un misconoscimento delle specificità legate alle singole battaglie. Per questo, pur conoscendo le matrici culturali e ideali da cui muovono, faccio fatica a capire le obiezioni di una parte del mondo femminista. Questa non è una legge che definisce soggettività o crea “riserve indiane” per alcune/i. Questa è una legge che riconosce e protegge l’identità sessuale delle persone (espressione della loro dignità) nelle sue diverse dimensioni: dalla differenza sessuale, ai ruoli e agli stereotipi di genere (e al diritto di resistere e opporsi ad essi, quando diventano veicolo di oppressione e violenza), all’orientamento sessuale e, infine, all’identità di genere. Senza creare gerarchie o privilegi e senza togliere nulla a nessuna: è, lo ripeto, una legge per la pari dignità di tutte e tutti. Quanto alla questione specifica sull’uso del termine “identità di genere”, dal punto di vista tecnico posso dire che si tratta di un concetto già usato e diffuso nel diritto italiano (penso, da ultimo, alla riforma dell’ordinamento penitenziario del 2018) e nel diritto europeo: e anche la Corte costituzionale, nella sentenza 221/2015, ha riconosciuto il “diritto all’identità di genere quale elemento costitutivo del diritto all’identità personale, rientrante a pieno titolo nell’ambito dei diritti fondamentali della persona”. Si tratta di una formula inclusiva e precisa, che “copre” in modo completo l’esperienza delle persone trans in tutta la sua complessità. Ritengo che non debba essere superata, né sostituita.

Molte persone e associazioni contrarie alla legge parlano del rischio di una deriva liberticida. Viene spesso paventato un rischio di censura rispetto alla libertà di espressione. In termini molto semplici, dopo l’eventuale entrata in vigore di questa legge sarò comunque libero di definirmi contrario ai matrimoni tra persone dello stesso sesso (soprattutto se uno dei due coniugi è un mio ex)?

La proposta di legge estende alle condotte motivate da sesso, genere, orientamento sessuale e identità di genere i reati di istigazione e compimento di atti discriminatori o violenti. Reati previsti nel diritto italiano dal 1975 per discorsi e crimini d’odio etnico e razziale, estesi poi nel 1993 ai motivi nazionali e religiosi. Ci sono più di quarant’anni di sentenze che hanno individuato il confine tra libera manifestazione del pensiero (sacrosanta in una democrazia come la nostra) e una inammissibile libertà di odiare: e questo confine è dato dalla capacità di quelle opinioni di istigare al compimento di reati o atti discriminatori e violenti. Ci deve essere, dicono le sentenze, il concreto pericolo che da quelle dichiarazioni derivi il compimento di reati. Ora, saprà lei se l’animosità verso il suo eventuale ex potrà spingersi fino a tanto: ma sì, sicuramente potrà dirsi contrario al matrimonio egualitario, se proprio la farà stare meglio! Scherzi a parte, l’articolo 21 della Costituzione, che protegge la libertà di pensiero, il pluralismo e il libero confronto delle idee è un pilastro della nostra democrazia: ma quella libertà non è priva di limiti. E la Corte costituzionale lo ha chiarito sempre: la libertà di manifestazione del pensiero, in una democrazia pluralista basata sulla centralità della persona e delle sue relazioni sociali, non può spingersi fino a offendere la dignità e l’incolumità degli individui (penso anche, ma non solo, alla sentenza 293/2000). E questa legge si pone esattamente in questa scia.

Oltre alle modifiche del codice penale per combattere fenomeni di hate speech e di hate crime riguardanti le persone LGBTQI+, è fondamentale programmare e finanziare interventi educativi e culturali. Come si sta orientando la maggioranza e lei in che traiettoria si muoverebbe?

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Come ho accennato, la proposta Zan da questo punto di vista è completa: ha recepito le sollecitazioni contenute in altre proposte di legge – penso alla proposta Maiorino/Perantoni del Movimento 5 Stelle – articolando politiche di prevenzione e supporto. Si prevede, ad esempio, l’istituzione in tutto il territorio nazionale di centri contro le discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere, che forniranno assistenza legale, psicologica, sanitaria e di mediazione sociale alle vittime, dando loro anche vitto e alloggio, quando necessario (e in molti casi, come purtroppo sappiamo bene, lo è). Peraltro, l’accesso ai centri non sarà aperto solo alle vittime di reati, ma anche a tutte le persone LGBTQI+ che si trovino in condizioni di particolare vulnerabilità in relazione al contesto sociale e familiare di riferimento. Accanto a questo, il testo unificato contiene un’altra importante novità (questa non contenuta nelle proposte originarie) e cioè il potenziamento delle competenze dell’UNAR che, ogni tre anni, dovrà elaborare una strategia nazionale di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza contro le persone LGBTQI+. La strategia è stata finora elaborata solo nel 2013, spontaneamente: con l’approvazione della legge diverrà un obbligo istituzionale dell’UNAR. Mi sembrano proposte molto importanti: chiariscono che questa non è una legge “contro” qualcuno o qualcosa, ma una legge “per” la dignità e l’eguaglianza delle persone e una legge “per” lo sviluppo di una cultura del rispetto e dell’inclusione.

In passato sui diritti delle persone LGBTQI+ il legislatore italiano è partito “bene” per poi impantanarsi su compromessi al ribasso molto dolorosi, penso allo stralcio della stepchild adoption nella travagliata discussione sulle unioni civili. Sul tema della legge contro l’omotransfobia molte persone temono che possa riproporsi lo stesso schema. Lei ha una ricetta da proporre per non fare gli stessi errori del passato?

A me pare che, rispetto al passato e nonostante il “chiasso” di queste settimane, l’esigenza di una buona legge contro discriminazioni e violenze misogine e omolesbobitransfobiche sia molto sentita nel paese, e nella maggioranza. Mi auguro che alcune incomprensioni – soprattutto quella relativa al presunto contrasto con la libertà di espressione – possano essere superate a partire da una corretta spiegazione della portata della proposta. Parlo ovviamente delle incomprensioni e dei timori manifestati in buona fede, e con l’intenzione di confrontarsi per arrivare a un risultato condiviso; non certo delle strumentalizzazioni o delle resistenze motivate da ragioni ideologiche e politiche. Dirò qualcosa di scomodo. Chi esprime le proprie opinioni e le proprie convinzioni critiche nei confronti delle persone LGBTQI+ mantenendosi dentro i confini del rispetto – chi, in una parola, ha la “coscienza a posto” – non deve temere questa legge; chi ne ha paura, come ha precisato pochi giorni fa Monica Cirinnà, chiede in sostanza di essere lasciato libero di discriminare e odiare.

A breve si voterà per le amministrative e per le regionali. Anche la politica locale può fare molto in questo ambito. Per un voto più consapevole quali aspetti ci consiglierebbe di osservare con attenzione?

La legge nazionale contro misoginia e omolesbobitransfobia è solo un tassello di un mosaico più ampio e complesso. Regioni e Comuni, vicini come sono alle comunità, possono fare moltissimo per promuovere una cultura dell’inclusione e del rispetto. Per questo, non deve essere sottovalutata – nella libera scelta per un voto consapevole – la posizione delle candidate e dei candidati su questi temi. Faccio alcuni esempi: l’amministrazione regionale uscente si è adoperata per l’approvazione di una legge regionale contro le discriminazioni? Ha favorito l’applicazione delle leggi regionali antidiscriminatorie esistenti? Nel programma del candidato o della candidata Presidente si dice qualcosa su questo? E ancora: come si è comportata, o come intende comportarsi la Regione nell’amministrazione dei fondi statali destinati ai centri antiviolenza per le donne? E infine: il Comune ha aderito o aderirà alla rete Re.a.dy (cioè la rete delle amministrazioni locali unite contro le discriminazioni)? Regione e Comune hanno mai dato il patrocinio ai Pride locali e regionali? I candidati e le candidate come si pongono su questo? Potrei continuare a lungo, ma il punto politico mi pare chiaro: le questioni relative ai diritti civili, al rispetto e all’inclusione non sono capricci, ma pilastri nel disegno di comunità locali realmente democratiche. E chi si candida non può sottrarre la propria responsabilità politica al confronto anche su questo.

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