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Lido di Classe, la Romagna magica e contraddittoria

Lido di Classe, la Romagna magica e contraddittoria

Nicholas Vitaliano

Ci conoscemmo ormai sei anni fa. Sabato 2 agosto 2014 è la data del nostro primo incontro, il primo di una lunghissima serie. Scrivo questo pezzo mentre sto finendo di fare la valigia per partire di nuovo verso quel luogo, dopo tante estati e anche qualche inverno passato da quelle parti. È decisamente e senza ombra di dubbio il posto che più amo al mondo. Questa è infatti la mia appassionata dichiarazione d’amore a Lido di Classe: un amore fedele, incondizionato ed eterno.

Giunsi lì per caso, con il mio fidanzato di allora e due amiche. Lessi per caso sul mensile Pride di un albergo, l’Hotel Zeus, il primo hotel gay d’Italia. Prenotai subito, soprattutto per curiosità. Sapevo a malapena dove si trovasse. Lo pensavo tra i Lidi di Comacchio (altrimenti detti, erroneamente, Lidi Ferraresi), che sono lidi emiliani, non romagnoli. Lido di Classe è invece uno dei Lidi Sud di Ravenna, il suo comune di appartenenza, ed è quindi a pieno titolo una località della riviera romagnola. Scoprii ben presto che questo piccolo paesino era assai diverso dalle altre cittadine tipiche della riviera: Cesenatico, Cattolica, Riccione o Bellaria c’entrano infatti ben poco con il mio Lido, per varie ragioni.

Lido di Classe nasce a cavallo tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60, nel corso del vero e proprio boom edilizio della Romagna costiera. Inizialmente poche case, soprattutto villette, qualche albergo, il primo dei quali fu appunto lo Zeus, seguito poco dopo da altri due storici hotel della località, l’Antares e il Toschi (attualmente il numero totale di strutture alberghiere è di una decina o poco più), i primi bagni (il Bagno Rosa è in attività da decenni assieme al GoGo, al Jamaica e a molti altri), piccoli gruppi, via via sempre più numerosi, di persone affezionate, che acquistavano le seconde case per le vacanze, spesso ancora in costruzione.

La particolarità di questo luogo è una pineta con una magnifica spiaggia libera (la “Bassona”), lunga diversi chilometri, in cui ci si sente davvero immersi nella natura più selvaggia, con un mare Adriatico assolutamente inconsueto rispetto al racconto che ne è stato fatto negli ultimi anni (sporco, in mezzo a scarichi, pieno di mucillagine): il mare è pulitissimo, benché abbastanza basso per molti metri.

La pineta è anche citata da Dante nella Divina Commedia, al canto XXVIII (versi 19-21) del Purgatorio:

«… tal qual di ramo in ramo si raccoglie / per la pineta in su ’l lito di Chiassi, / quand’Eolo scilocco fuor discioglie»

Lido di Classe diventa una meta gay con tutta probabilità già ad inizio anni ’60, con l’afflusso dei primi nudisti, ovviamente ancora non autorizzati, che, come capita in tante mete simili, si dirigevano verso le parti più nascoste della spiaggia libera proprio per non infastidire i “tessili”, come amichevolmente alcuni di loro chiamano coloro che indossano il costume in spiaggia.

A ridosso della spiaggia libera, poi, c’è appunto la splendida ed enorme pineta che completa il quadro, diventando sia meta di turisti alla riscoperta del fascino della natura, sia di uomini di tutte le età in cerca di incontri, nella migliore tradizione del battuage di cui parlammo già qui su QueerMagazine qualche settimana fa.

Questo paesino è emblema perfetto di quella Romagna diversa da quella mainstream, quella Romagna a volte ombrosa, buia, misteriosa, dalle molte contraddittorie sfaccettature, che è famiglia ma anche sesso facile, occasionale, che è pensione completa spiaggia inclusa ma anche mosaici bizantini, è cattedrali gotiche insieme a parcheggi per scambisti, è roccaforti rosse e preservativi usati, abbandonati di fianco ai fazzoletti. Quella Romagna magistralmente descritta e raccontata nel famosissimo Rimini, romanzo di Pier Vittorio Tondelli del 1985(il quale, guarda caso, ha un capitolo, il sesto, dedicato in parte proprio a Lido di Classe che anche il grande scrittore aveva frequentato).

È un tipo di Romagna che poco ha a che vedere con file di ombrelloni, acquagym e piadine con lo squacquerone, ma piuttosto con la malinconia, con uno spleen particolare che solo chi ama quella terra tutto l’anno, e non solo d’estate, riesce a capire in maniera compiuta. Quella sensazione di benessere frammista ad un leggero velo di tristezza che ti fa guardare dentro di te e verso il passato con una consapevolezza profonda e diversa.

C’è anche un romanzo, molto carino, scritto da Stefano Benaglia e uscito nel 2003, integralmente ambientato a Lido di Classe: si intitola Uccelli di pineta; è un noir con protagonisti omosessuali (a volte consapevoli, altre meno) davvero coinvolgente, a partire dal titolo che non lascia nulla all’immaginazione.

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Questa cittadina è salita davvero alla ribalta delle cronache nazionali nel primo decennio degli anni 2000. Particolare non di poco conto è infatti quello sui residenti stabili (quindi tutto l’anno e non solo d’estate), almeno in quell’epoca, a Lido di Classe: per larga parte transessuali di origine sudamericana, alcune dedite alla prostituzione, molte altre dedite ad attività lavorative di tipo diverso (cassiere, parrucchiere, bariste, cameriere…).

Tra il 2009 e il 2010 arrivarono quindi in paese numerose troupe televisive (Le Iene, L’Italia sul 2), quotidiani nazionali (La Stampa, il Corriere della Sera), testate internazionali (El Mundo, The Independent) per indagare su questo “fenomeno”, richiamati da alcuni residenti per lamentarsi del presunto via-vai di clienti. Queste inchieste, rilette oggi ad una decina d’anni di distanza, avevano davvero un piglio piuttosto morboso (titoli come “Lido di Classe: un caso trans-nazionale” o “Lido di Classe: da amena località romagnola a regno dei viados” si sprecavano), non considerando quella che è un’integrazione ormai storica nel paese tra residenti italiani e residenti sudamericane, vedere per credere: oggi tutte le trans che vivono al Lido o in aree limitrofe sono perfettamente accettate e integrate nel tessuto sociale, hanno amicizie, rapporti, relazioni. Io stesso sono amico sincero, da tempo, di molte di loro; ci siamo sempre confidati amori, tristezze, difficoltà, oltre ad aver fatto tante belle risate insieme. Tra chi ha scelto, per necessità o per desiderio, la via della prostituzione, nessuna è sfruttata: sono infatti tutte, nessuna esclusa, lavoratrici autonome del sesso, tutte arrivate a Lido di Classe (questa è l’unica cosa davvero bizzarra) tramite il semplice passaparola tra connazionali iniziato a fine anni ’80 e non ancora concluso.

Lido di Classe non è una meta LGBTQI+ classicamente intesa: difficile trovare bandieroni rainbow, anche se iniziano ad esserci, o locali strettamente gay. In poche parole, non è la toscana Torre del Lago, pur bellissima e attrezzatissima. E non è neppure Lido di Dante, località a poca distanza, in grande ascesa negli ultimi anni soprattutto per l’offerta intelligente, anche sotto il profilo economico, dedicata ai turisti amanti del naturismo (che a Classe non è più consentito da qualche anno, mentre a Dante è pienamente autorizzato dal 1986), anch’essa davvero magnifica e collegata a Lido di Classe tramite la lunga spiaggia libera, senza alberghi, con case e campeggi, quindi più spartana, ma davvero magica a livello di atmosfera.

Lido di Classe è un’altra cosa. Ha tante famiglie, di ogni tipo, che lo frequentano. I locali sono tutti friendly, attualmente ci sono soprattutto due bar ad accogliere la variegata comunità che abita e vive il posto: il Battigia Café e lo storico Calipsho, aperto da ben oltre trent’anni in via Marco Polo (a proposito, altra particolarità, tutte le vie di questo Lido hanno nomi di navigatori di luoghi geografici: c’è via Vitus Bering, c’è la Rotonda Oceano Indiano, il lungomare Giovanni Caboto, l’impronunciabile via Fridtjof Nansen, oltre a via Nina, via Pinta e via Santa Maria). Ci sono un campeggio, un sexy shop, diversi bagni friendly e molto frequentati, oltre allo storico Hotel Zeus che vi ho citato poco fa, animato fino a due anni fa dagli storici proprietari, Lilia Gaviani (detta Carla, secondo un’antica usanza romagnola di usare costantemente e fin da subito un nome diverso da quello di nascita) e Franco Dellamore, marito e moglie, persone stupende, intelligenti, aperte e enormemente di cuore con tutte le centinaia e centinaia di clienti gay avvicendatisi negli anni tra le camere del loro albergo, diventati in molti casi veri e propri amici e confidenti. L’Hotel Zeus c’è sempre, ma Carla e Franco l’hanno dato in gestione, dopo tanti anni di lavoro. Devo anche e soprattutto a loro l’amore sconfinato che ho per la Romagna, per chi vive in quella meravigliosa terra e per questo luogo in particolare.

In quell’albergo, in quei locali, in quella spiaggia libera a vedere albe e tramonti (più luminose le prime, più suggestivi ma rapidi e nascosti i secondi), in quella pineta, tra quelle onde dell’Adriatico selvaggio, ho portato con me negli anni tantissimi amici, familiari, tutti e tre i miei compagni di vita, e non me ne sono mai pentito. Ho avuto dei flirt, degli incontri occasionali, degli innamoramenti, delle passioni, tante nuove e solide amicizie, ho pianto, riso e scherzato a non finire. Perché Lido di Classe più che una località è per me uno stato d’animo, un modo di essere e un modo di vivere. Rappresenta il posto in cui vorrei, ovviamente tra decine e decine di anni, concludere serenamente la mia esistenza, cullato dalle risate, dalla malinconia, dal sole, dal mare, dal vento e dai pensieri più dolci.

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