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Le famiglie arcobaleno fanno bene al Pride (e viceversa)

Le famiglie arcobaleno fanno bene al Pride (e viceversa)

Sergio Lo Giudice
famiglie arcobaleno
I genitori omosessuali conoscono assai bene il valore della visibilità, di cui hanno fatto già uno strumento per la propria emancipazione di persone lesbiche o gay. Ognuno di loro (ognuno di noi) sfida ogni giorno un assetto culturale fondato sulla famiglia tradizionale.

Rappresentarsi come coppia omosessuale con figli significa andare in direzione contraria rispetto a un main-streaming sociale e a una cornice normativa che non prevedono questa forma di famiglia. Scegliere la strada della visibilità piena e dichiarata diventa così una condizione imprescindibile se si vuole che i propri figli acquisiscano pienamente il senso della dignità della loro famiglia.

L’esempio della scuola é lampante: un’adolescente lesbica costruisce un po’ alla volta, se tutto va bene, la sua visibilità fra i banchi di scuola, di solito solo in un giro ristretto di pari. Un insegnante gay ancora oggi solo in qualche caso decide di essere aperto sulla propria identità con studenti e colleghi. Una coppia di genitori arcobaleno, al contrario, costruisce in maniera metodica la visibilità della propria famiglia, come strategia di empowerment dei propri figli: si chiedono colloqui per informare le maestre, ci si presenta in coppia alle feste di classe, si fa in modo che non ci siano reticenze e non detti rispetto alla propria situazione familiare, affinché mai i loro figli percepiscano l’ombra di qualcosa che non va detto o di cui é meglio non parlare. Per questo il Pride fa bene alle famiglie arcobaleno.

La visibilità il Pride la porta con sé già nel nome. Orgoglio, non certo nella sfumatura, pure presente nella traduzione italiana, di superbia nei confronti degli altri, ma nel senso di fiducia in se stessi e nella propria dignità. Insomma, il contrario non di umiltà, sentimento nobile spesso troppo poco diffuso, ma di vergogna, condizione ancora purtroppo presente nel vissuto di tante persone Lgbti+. Il Pride, inteso come manifestazione di piazza, ma anche e soprattutto come stile di vita improntato alla visibilità, all’autoaffermazione, al rifiuto del nascondimento e dell’ipocrisia sociale, rappresenta così un tratto essenziale dell’esperienza delle famiglie omogenitoriali.

Ma anche le famiglie arcobaleno fanno bene al Pride. Nel 2005, al Pride nazionale di Milano, per la prima volta un trenino dai colori fucsia pieno di bambini con le loro due mamme (i papà sarebbero apparsi di lì a poco) , apriva la parata e scriveva così una pagina nuova della storia dei Pride Italiani e del nostro movimento Lgbti+. L’irruzione nella scena politica di un’associazione di coppie dello stesso sesso legate da un vincolo più forte di quello giuridico, l’essere cogenitori dei propri figli, contribuirà a ripensare la tradizionale richiesta di una legge sulle unioni civili (o sui Pacs) e a virare, complice anche la delusione per le mancate promesse del governo dell’Ulivo, sulla richiesta del matrimonio egualitario.

Da allora i Pride sono accompagnati da questo tratto in più: un trenino di mamme, papà e bimbi festanti. Cosa di più rassicurante? Quale immagine più normale e rasserenante? Sembrerebbe, ma non è così. Quelle famiglie portano l’attacco al cuore del sistema di esclusione delle soggettività e delle esperienze Lgbti+, proprio perché dicono che non ci accontentiamo di un territorio protetto, di un’autorizzazione alla trasgressione, di percorsi separati e delimitati, ma che ogni spazio di libertà deve essere aperto, compresi quelli da sempre riservati alla normalità omosessuale.

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Da allora i Pride sono più forti perché più potente è la rappresentazione di una comunità che non accetta più destini di esclusione o vite dal tono minore. Quei genitori con i loro figli, insieme alle tante altre soggettività che anno dopo anno arricchiscano il caleidoscopio delle identità Lgbti+, dicono che la nostra comunità cresce e si articola, diventando ogni anno più complessa, anche nel deserto della disattenzione istituzionale e nella penuria di riconoscimenti normativi.

Luca e Alice, i bimbi miei e di Michele, hanno più Pride che anni, e tanta fierezza e nessuna vergogna della loro famiglia. Un giorno sapranno che devono ringraziare per questo anche i Pride, e che i Pride dovranno ringraziare anche loro, per esserci stati e per avere contribuito ad abbattere un altro muro.

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