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Felix Cossolo: “Quando eravamo quattro gatti”.

Felix Cossolo: “Quando eravamo quattro gatti”.

Nicholas Vitaliano

“Le mie battaglie, il mio impegno, i miei pride, l’editoria, Milano”

Felix Cossolo, barese di nascita, milanese di adozione, è attivo nel movimento gay fin dagli anni ’70. Operaio, o, meglio, “frocia metalmeccanica” alla Fiat di Mirafiori, fondatore e direttore di importantissime testate, tra cui le storiche Lambda e Babilonia, imprenditore, è tra i principali protagonisti della comunità LGBTQI+ italiana, spesso controcorrente, sempre coerente.

Felix, è il mese del Pride. Qual è quello a cui ti senti più legato? Di quale città, in quale anno?

Il più affollato è stato l’Europride di Madrid del 2017, e fu anche quello che mi colpì di più per l’organizzazione. Ma ho partecipato a tanti Pride: Bombay, Ibiza, Bari, Grosseto, Milano, Londra, Barcellona… Il più difficile quello di Bologna del 1980, non si chiamava ancora Pride ma “Festa dell’Orgoglio Gay”, ero tra gli organizzatori con la rivista Lambda e il Collettivo Frocialista di Bologna. Il più sorprendente quello di Bari, se non erro nel 2004, perché nella mia città natale sfliarono in corteo quasi 50 mila persone. A Bari avevo creato nel 1975 un gruppo del Fuori!, il primo in Puglia, e mi aspettavo un minimo di riconoscimento da parte degli organizzatori, che purtroppo non ci fu. Solo Nichi Vendola in un’assemblea chiese un applauso per la mia attività in Puglia e questo gesto non lo dimenticherò mai.

Sei uno dei principali artefici italiani del movimento omosessuale. Che anni erano per la comunità LGBTQI+ quelli in cui hai iniziato le tue battaglie?

Ho iniziato la mia militanza a metà anni ’70 a Bari, con altri quattro gatti… ci riunivamo nella sede del Partito Radicale e a volte in quella di Avanguardia Operaia. Ciclostilavamo volantini, facevamo raccolte firme con i Radicali, trasmissioni radio, sit-in e scritte sui muri delle università. Avevo 18 o 19 anni, già vivevo fuori casa perché non mi sentivo libero in famiglia. A scuola tutti sapevano della mia ‘frociaggine’ e nonostante tutte le difficoltà mi diplomai con 58/60 e festeggiai con sacco a pelo e zaino, recandomi a Mykonos, isola Gaya per eccellenza.

La tua passione principale è sempre stata l’editoria, in particolare ovviamente quella legata alla nostra comunità. Oggi credi che sarebbe ancora possibile creare giornali importanti come è stato ad esempio il tuo storico Babilonia?

Non credo oggi si possa pubblicare un periodico LGBTQI+ cartaceo, è certamente migliore e più fattibile un’iniziativa online come la vostra. Clubbing, l’ultima rivista che ho curato per anni, ha chiuso per gli ingenti costi, per la scarsa pubblicità e anche perché ormai il pubblico preferisce attingere le informazioni dal web. Infatti periodici bellissimi come Zero, in Spagna, hanno dovuto chiudere nonostante avessero molte inserzioni pubblicitarie.

Oltre all’editoria, nel 1993 hai fondato il primo locale dichiaratamente gay friendly a Milano, l’After Line, tuttora in piena attività in via Sammartini, prima gay street italiana. Com’è stata la genesi del tuo locale e come si è evoluto negli anni?

L’After Line, nato il 4 aprile del 1993, non era gay friendly, ma gay al 100%. Rivolto anche alle donne lesbiche con la sua sala Oasi Rosa. Ma in via Sammartini negli anni ’80 avevo già aperto la prima libreria gay Italiana, Babele, editato il mensile Hot Line gay magazine, aperto l’Emporio Babele e il Leather shop, e nel 1991 il primo club associato all’Arcigay, l’Hot Line, con i telefonini su ogni tavolo. All’angolo con via Sammartini era nata la sauna Metro ed io inaugurai il ristorante Hot Line, il cruising X Line, e per finire nacque anche un altro club, il Next Groove, sempre nella stessa via.

Quindi una vera gay street, anche se non c’era mai stato l’appoggio delle istituzioni e del movimento, per cui negli ultimi anni la via era sempre più degradata (per un periodo sono stato assente perché avevo dato i tre locali in gestione) e la situazione peggiorata. Ho quindi accantonato il progetto gay street, il primo in Italia, e da due anni sono ritornato all’After Line, ma non è più come prima, nulla è più come prima. Il giovedì, per anni, con il Single Party, avevamo una media di 500 persone a serata, raggiungendo addirittura, un Ferragosto, 800 partecipanti. Un vero successo e un grande punto di riferimento per Milano. Sono passati 27 anni e io ci sono ancora.

Quanto è stata dura la ripresa post-epidemia per l’After?

Abbiamo chiuso dall’8 marzo al 18 maggio. Ho chiesto il finanziamento di 25 mila euro alla mia banca e sono ripartito. Non mi posso lamentare, la clientela sta ritornando anche se sono spesso costretto a fare lo sceriffo: non è facile far rispettare le disposizioni anti-Covid, soprattutto quando si alza il gomito.

Sei sempre stato appassionato e coinvolto in politica, sempre coerentemente dalla stessa parte, a differenza di molti altri. Cosa pensi della politica attuale? E come pensi che le istanze della nostra comunità possano essere tradotte dalla attuale classe dirigente?

In politica sono un osservatore molto attento. Sono sempre stato dalla parte progressista e libertaria. Mai iscritto ad un partito (solo un anno, nel 1975, al Partito Radicale) e mai candidato ad una carica elettiva. Ho sempre appoggiato miei amici molto validi. Ad esempio Paolo Hutter che fu eletto a Milano come primo consigliere comunale dichiaratamente gay negli anni ’90. Alcuni attivisti LGBTQI+ non mi piacciono affatto.

Per loro non esiste il volontariato ma semplicemente utilizzano il movimento per fare carriera, parlano a nome di tutti noi ma non rappresentano nessuno, non hanno fatto gavetta… saranno pure bravi a parlare o a fare show ma sono deludenti da tutti quanti gli aspetti. Ci sono invece altri militanti che ho ammirato e ammiro e con i quali da lunga data sono amico, come Franco Grillini, Nichi Vendola, Andrea Pini, Fabio Pellegatta, Beppe Ramina, Porpora Marcasciano… Naturalmente a Milano ho sostenuto prima Pisapia e ora Sala anche se mi scontro con la maggioranza della mia clientela che pur essendo nominalmente gay è sicuramente qualunquista o addirittura filo leghista.

Hai avuto rapporti a volte piuttosto tesi con alcune amministrazioni comunali di Milano. Qual è stato, se è capitato, il momento più delicato che ti ha fatto pensare “adesso basta, chiudo e me ne vado a lavorare altrove”?

Ho sempre lottato quando ideai agli inizi degli anni ’90 la prima gay street italiana in via Sammartini, come ti dicevo prima. Ma ho lottato contro i mulini al vento. C’erano le amministrazioni di destra che mi boicottavano. Per anni la via, che sinceramente non ha certo un bell’aspetto per essere qualificata come gay street, aveva bisogno di interventi di ristrutturazione e di risanamento, ma non ci fu alcuna collaborazione nonostante avessi creato diversi progetti e costituito perfino un’associazione per lottare contro il degrado.

Per dirne una, l’Amsa non passava nemmeno a ripulire la via, come sarebbe stato logico. Ho dovuto fare perfino dei sit-in per sollecitare maggiore attenzione. Ed anche le forze dell’ordine non erano affatto gay friendly. Ricordo addirittura una volta in cui un esercito di poliziotti fece irruzione all’After Line e io dovetti restare con le mani in alto perché mi avevano perfino puntato addosso un’arma. Nonostante ciò non mi sono mai arreso.

Che differenza c’è, se tu ritieni che ci sia, tra la comunità LGBTQI+ milanese e le altre?

Sinceramente conosco poco le altre realtà locali LGBTQI+. Da quello che comprendo la maggioranza degli attivisti, che oggi hanno la pappa pronta, non conoscono affatto la nostra storia. A parte Torino, Firenze, Genova, Bologna e Napoli, dove sono stato invitato a presentare il mio libro 40 anni in movimento gli altri gruppi non si sono degnati nemmeno di chiedermene una copia in omaggio. Ad esempio il Mario Mieli di Roma o il Gay Village, tra tutti gli eventi, anche banali, non hanno mai pensato di organizzare un dibattito con me che dal ’75 sono attivo nel movimento. Sarebbe molto utile capire il perché.

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Nel novembre del 2018 l’Egitto non ti consentì di entrare, respingendoti direttamente in aeroporto e imponendoti di rientrare immediatamente in Italia a tue spese. Com’è poi andata a finire quella vergognosa questione?

Sono stato espulso dall’Egitto perché avevo scritto dodici anni fa un articolo sulla situazione di discriminazione che quel Paese attuava contro gli omosessuali. Mi sarei aspettato maggiore solidarietà, ma l’accaduto è andato praticamente sotto silenzio. Per protesta ho restituito la tessera dell’Ordine dei Giornalisti, cui ero iscritto da trent’anni, proprio perché non mossero un dito a mio favore. A parte un’interrogazione parlamentare di Ivan Scalfarotto non se n’è saputo più nulla.

Hai un profondo amore per Cuba. Com’è la situazione adesso per quanto riguarda i diritti?

Cuba è la mia preferita, normalmente ci vado due volte all’anno. Ho contatti con amici e militanti gay del posto. Per loro è un periodo difficile soprattutto a causa del Covid. Il problema principale non sono i diritti civili ma il sostentamento. Addirittura non si trova più nulla da mangiare, non c’è riso, i negozi sono chiusi, i mezzi funzionano a rilento. Ritornerò a settembre e vi saprò dire se la situazione migliora. Ad oggi, purtroppo, è catastrofica.

Mi racconteresti la figura di Mario Mieli? Che ricordo ne hai?

Mario Mieli collaborava con me a Lambda e poi a Babilonia. Ci siamo visti diverse volte, lo intervistai, assistetti ai suoi spettacoli. Era un personaggio di un altro mondo. Riusciva a catalizzare l’attenzione di centinaia di persone durante i suoi interventi. Favoloso fu quello al teatro Alberico di Roma (se non erro nel 1975 o nel ’76) in cui presentò la sua tesi di laurea che poi divenne un libro pubblicato da Einaudi, Elementi di critica omosessuale, la nostra Bibbia.

Come vedi tra dieci anni la tua Milano, come vedi la nostra comunità in generale, e come ti vedi tu?

Milano è cambiata, e per fortuna in meglio. Ricordo i primi Gay Pride, con quattro gatti. Ora siamo migliaia, c’è un quartiere gay friendly, Porta Venezia, da decine di anni una trasmissione su Radio Popolare, L’Atro Martedì, un’Arcigay molto attiva, un gruppo, quello dei Sentinelli, con parecchio seguito.

Mancano però ancora tante cose… che fine ha fatto Gay.tv? Dove sono tutti i locali di una volta? Come mai non esiste un centro LGBTQI+ come in tante altre città del mondo? Come mai non c’è un’associazione degli imprenditori, dei militari, di tante altre categorie? Insomma, c’è ancora tanto da fare. Nel 2025, Inshallah, compirò 50 anni di attività gaya, spero di arrivarci con lo stesso entusiasmo di oggi e mi auguro, per tutte e tutti, che i prossimi anni siano più sereni, soprattutto dopo questa catastrofe del Coronavirus che addirittura ci ha fatto saltare il Pride e non ci permette nemmeno di abbracciarci.

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