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Fabio Marelli: “Il palco del Milano Pride, un’emozione indescrivibile”

Fabio Marelli: “Il palco del Milano Pride, un’emozione indescrivibile”

Nicholas Vitaliano

Fabio Marelli, quarantenne o poco più, piemontese, ha scritto nel 2016 il suo primo romanzo, Castelli di Carte, edito da Do It Human; nel 2018 ha presentato il Milano Pride. È uno degli speaker storici di Discoradio. La sua voce, a parere di chi scrive, è una delle più particolari del panorama radiofonico contemporaneo perché cela, dietro a molta allegria, a tanto buonumore e spensieratezza, un leggero velo di malinconia che la rende ancora più interessante e diversa da molte altre.

Fabio, giugno è il mese del Pride. Quest’anno sarà, per ovvie ragioni, tutto molto diverso. Tu il Pride, il Milano Pride, lo hai anche presentato nel 2018. Come è stata quell’esperienza?

È stata con tutta probabilità l’emozione più forte della mia vita. L’ho condivisa con Drusilla Foer e l’avevo sempre sognato. È stata una sorpresa perché io ho sempre fatto un po’ il filo ai ragazzi del Milano Pride, ho sempre dato loro la mia disponibilità, e ho ricevuto questa telefonata se non sbaglio un mese prima. È stata davvero una sorpresa… mi hanno detto “ma senti… è ancora valido quello che ci avevi detto?”. È stata un’emozione pazzesca. Ricorderò sempre quando sono salito sul palco e mi sono sentito il portavoce di tutte quelle centinaia di migliaia di persone, molte delle quali magari non sapevano nemmeno chi fossi… però mi hanno visto lì sopra ed in qualche modo ero diventato il loro portavoce. Quindi quando mi hanno salutato, mi è arrivato questo grido, questa onda d’urto che ho sentito dentro, nella bocca dello stomaco. Me lo ricorderò per sempre. Mi ero preparato tantissimo per il discorso iniziale, ma me lo sono ricordato a metà… alla fine ho scelto di godermi di più quell’emozione lì, realmente pazzesca.

Quindi immagino che se un giorno ti venisse riproposto, lo rifaresti di corsa…

Ah guarda, appena finito il Pride ci siamo abbracciati tutti (all’epoca si poteva) e io ho detto subito: “ragazzi, se domani mi doveste dire ‘rifacciamolo’, io sono qua”. Sono assolutamente pronto a ricondurlo, anche se comunque il Pride cambia sempre i conduttori, ed è giusto così, perché in questo modo arrivi anche a pubblici diversi. Ma se volessero fare una reunion di tutti quelli che l’hanno condotto negli anni… sono già lì.

Stavi appunto dicendo che vi eravate abbracciati perché si poteva… ancora di fatto non si può farlo, quantomeno non ufficialmente. Tu come hai vissuto questo periodo di quarantena, nel tuo lavoro e nella tua vita di tutti i giorni?

La mia routine non è cambiata, nel senso che io vado in radio tutti i giorni. È cambiato però il contesto… io vado in studio come al solito, però nel palazzo ci siamo io, un tecnico, un responsabile e una persona in reception, in genere. È cambiato in questo senso il modo di fare radio. Io sono sempre uscito però è cambiata parecchio la radio, non entri più vedendo i tuoi colleghi, non li puoi toccare. Adesso inizia a cambiare un po’, inizio a vedere qualcuno in più, però bisogna stare lontani, non ci si abbraccia, ci salutiamo toccandoci i gomiti. È sicuramente cambiato qualcosa a livello del mio lavoro, pur restando sempre e comunque quello, la radio.

Anche prima del lockdown tu facevi larghissimo uso di social, che, a maggior ragione in questo periodo, sono stati fondamentali penso un po’ per tutti, insieme a chat e tutto il resto. Secondo te adesso, al di là dell’epidemia, quanto le relazioni tra le persone sono influenzate dalle chat, dalle conoscenze virtuali, e da tutto ciò che normalmente conosciamo e usiamo?

Sai, a maggior ragione dopo tutto quello che è successo, sono sicuramente incrementate moltissimo le chat, l’uso dei social, le conoscenze virtuali. Io stesso ricevo moltissimi messaggi in più rispetto a prima, al di là degli spettatori che rimpiangono le dirette che facevo ogni giorno durante il periodo di lockdown e mi chiedono “Ma non ti manchiamo?”… ecco, al di là di questo, sicuramente molte persone restando a casa hanno avuto molto più tempo per scrivere, e quindi si sono creati più contatti. Indubbiamente il Covid ha permesso questo. Questa fase ha davvero cambiato i rapporti. Resta il fatto che viviamo un po’ questa situazione strana… io vivo col mio compagno, come sai, e abbiamo paura a fare tutto. Non abbiamo ancora iniziato la nostra vita sociale solita. Per dirti, abbiamo iniziato ad andare a cena fuori qualche giorno fa, lui è molto più timoroso rispetto a me, ancora è piuttosto dubbioso. Ci sono ancora parecchie cose che non abbiamo fatto, alcuni cari amici ancora non li abbiamo incontrati. Abbiamo fatto delle escursioni in montagna, però sempre in solitaria.

Tu e il tuo compagno vivete insieme, a Milano, che è la tua città di adozione. Secondo te com’è cambiata la città negli ultimi anni per quanto riguarda il mondo e le tematiche LGBTQI+?

Sicuramente in meglio. Io vivo in un quartiere che è NoLo, in cui hanno aperto moltissimi locali, tipo il NoLoSo, oppure il GhePensiMi, che pur non essendo un locale gay, è un locale molto friendly, aperto a tutti. È bello questo sdoganare, è bello il fatto che finalmente non ci sia solo una ghettizzazione. Ci sono ormai tantissimi locali con esposta la bandierina del Milano Pride tutto l’anno, ma non per questo sono locali gay. È bello che ci sia questa vicinanza. Devo anche dirti che il Pride che io ho condotto l’ho vissuto un po’ come un Pride “di svolta”, sicuramente anche per la presenza di Drusilla con cui abbiamo secondo me dato un tocco diverso, di classe, più elegante. E io c’entro poco in questo, ha fatto praticamente tutto lei, da questo punto di vista. È stato un Pride molto bello, molto divertente, ma anche molto, non so come definirtelo, non vorrei che suonasse male il termine… non “educato”, non “pacato”… però un Pride sereno. Ecco, un Pride sereno. Tra l’altro i miei, che non avevano mai visto un Pride nella loro vita, erano venuti apposta a Milano da Alessandria e rimasero molto colpiti dal clima, dalla bella aria che si respirava. Io non sono mai stato a quello di Roma, ma so da molte persone che ne hanno frequentati tanti che a Milano si respirava un’aria diversa. Un’aria sì di festa, ma davvero serena. C’era un clima disteso. Ecco, finalmente, questo è l’aggettivo giusto, disteso.

Tra l’altro a Milano quel tuo Pride fu il primo momento anche di protesta, ovviamente pacifica, verso il primo Governo Conte, con Salvini che spadroneggiava, aggravando un clima già pesante per tante categorie di persone, non solo per la nostra comunità.

È stato infatti anche bello aver visto e sentito vicino il Comune di Milano. Pierfrancesco Majorino me lo ricordo bene, perché oltre al Sindaco Sala che si è sempre dimostrato molto vicino a tutte le nostre tematiche, è stato davvero molto disponibile, molto carino. E pur con toni decisi, lui fece un discorso molto chiaro e diretto, anche lui era stato pacato. Anche da questo punto di vista quello è stato un Pride non urlato, e i messaggi sono arrivati lo stesso in maniera cristallina. Forse anche di più.

Ti va di raccontarci anche i tuoi inizi lavorativi? Come sei diventato speaker radiofonico?

Avevo sedici anni quando ho iniziato, devo ringraziare mio zio per questo. In realtà all’inizio volevo fare il conduttore televisivo. Rompevo le scatole a tutti, ogni sabato sera volevo fare il presentatore quando venivano a trovarmi i miei zii con mia cugina. Mia cugina faceva la valletta. Ogni tanto quando i pupazzi mancavano all’appello, intervenivano gli zii. Quindi mio zio, preso dalla disperazione, mi disse che conosceva un signore che procacciava la pubblicità per una radio locale e che forse poteva darmi una mano, e mi convinse portandomi l’esempio di Corrado, di cui io ero grande fan, che aveva iniziato ovviamente proprio con la radio prima di approdare sul piccolo schermo. Corrado è sempre stato di grande ispirazione per me, a partire dall’umorismo, anche per il fatto di non prendersi mai troppo sul serio. Ha insegnato tanto a tante persone. Poi appunto a sedici anni ho iniziato in questa piccola radio locale, ho fatto tanta gavetta, poi la radio, piano piano, da “gioco”, è diventata un lavoro. Per un periodo, per motivi familiari, ho dovuto mettermi a fare altro e ho lavorato per Mc Donald’s. Ma dopo qualche tempo, in uno di questi locali di cui ero nel frattempo diventato il responsabile, ho sentito il bisogno di riavvicinarmi alla radio, anche semplicemente perché mentre si lavorava, si preparavano i panini e tutto il resto, io la radio la sentivo ad ogni ora del giorno… e ho iniziato a chiedermi cosa ci facessi lì, io volevo essere là dentro, alla radio, non lì in mezzo a panini, bibite e patatine fritte. Quindi mi sono deciso a cercare una radio ad Asti e l’ho trovata. Era una radio salesiana, l’ho fatta praticamente da volontario per un anno. Dopodiché sono riuscito a mettere insieme una demo, l’ho mandata a Radio Deejay, mi hanno contattato per fare la primissima edizione di un concorso, e successivamente mi hanno chiamato da altre parti, per poi arrivare a Discoradio dove sto felicemente tuttora. Ormai ti sto parlando di più di dieci anni fa.

Se non avessi fatto lo speaker, cos’altro avresti voluto fare? A parte ovviamente il conduttore tv.

Allora, il mio sogno era, dopo appunto quello di fare il conduttore, fare l’insegnante, perché bramavo il registro dei professori, volevo compilarlo, con le righe, tutto preciso. E poi l’altro mio sogno era quello di guidare i treni, quindi il macchinista. Io impazzivo e impazzisco ancora adesso nel guardare i treni mentre passano. E poi mi piacerebbe anche, ma penso che resterà un sogno, iscrivermi ad un corso universitario per occuparmi di meteorologia che è una delle altre mie grandi passioni.

Ma come mai la passione per la meteorologia?

Perché a casa mia si guardava l’Almanacco del giorno dopo alle 19:30 su Raiuno, e poi Che tempo fa. Io negli anni ’80 ero piccolino, e le mie due nonne erano meteoropatiche. Una esasperava molto tutti gli eventi atmosferici… nevicava un po’ e subito “guarda che nevicata pazzesca!”. C’era un temporale: “guarda com’è nero! Tremendo”. L’altra era davvero terrorizzata da tuoni e fulmini. Io ero molto suggestionato, mi è rimasta questa passione per questi eventi, con la differenza che io amo sia le nevicate sia i temporali. E grazie a questa passione ho creato questa sorta di previsioni meteo comiche, per la poca televisione che ho fatto, su un canale Youtube e poi anche su Retequattro dove ho lavorato con Emanuela Folliero.

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Con la Folliero cosa facevi?

Era un programma sulla salute. Facevo quello che è il vero e proprio caratterista, ovvero interpretavo il “signor Giuseppe”, cioè uno sfigato che andava in giro e gliene capitavano di tutti i colori. Un po’ quello che capitava a me nelle mie previsioni meteo comiche, però prima ero autore di me stesso, mentre dopo, appunto in questo programma di Retequattro, realizzavo ciò che pensavano gli autori. Mandavano il signor Giuseppe a bere l’acqua del fiume inquinato, stando poi ovviamente malissimo, e dicevano: “ecco, questo a casa non fatelo, mi raccomando, perché poi vi viene il mal di pancia!”. Era molto divertente e ho anche imparato moltissimo lavorando per la prima volta con una vera troupe. Poi ho lavorato anche con Sabrina Nobile su Mtv, e anche lì facevo il “previsore” del tempo, che si collegava dal suo cellulare. Mi avevano poi chiamato per fare altre cose da caratterista, ma volutamente me ne sono allontanato, non volevo restare solo quella roba lì, non volevo essere trattato come il Mister Bean delle previsioni del tempo, ecco.

Da quello che io conosco di te, sei una persona che ci tiene a esprimere sempre molta solarità, molta serenità. Nel 2016 hai però pubblicato questo romanzo, Castelli di Carte, di cui mi sono segnato due frasi che mi hanno piuttosto colpito. La prima è “allontanare le responsabilità significa ritrovarsi con due piedi in una scarpa”. La seconda è: “ho sempre avuto paura di deludere le persone più importanti della mia vita”. Ecco, quindi a me viene da chiederti quando, se è accaduto, ti sei ritrovato con due piedi in una scarpa, e quando hai deluso qualcuno e perché, sempre se ovviamente l’hai deluso, e se ti va di raccontarlo.

Allora, guarda. I riferimenti sono logicamente al libro. Quando ho usato quelle due espressioni mi riferivo al fatto che io vivessi due vite in parallelo. Io ero Fabio, ma ero sia il Fabio etero sia quello gay che iniziava a fare le sue esperienze che assolutamente non dovevano emergere, dovevano stare nascoste. Quindi c’era il ‘Fabio 1’ e il ‘Fabio 2’. Non a caso Castelli di Carte è proprio questo, lo stesso racconto ma da due punti di vista diversi, è un viaggio che corre su due binari paralleli che sembrano non incontrarsi mai, ma poi a quel punto di incontro alla fine ci arrivano. In questo senso io tenevo due piedi in una scarpa. O meglio, ero la stessa persona che però andava in giro con due scarpe diverse. E prendersi delle responsabilità, la responsabilità di essere sé stessi, significa anche correre il rischio di deludere qualcuno. Io ad esempio avevo il terrore di deludere mio zio, che mi ha sempre visto come lo sciupafemmine di casa. Se però quelle persone che temevi di deludere, poi le deludi davvero, magari semplicemente perché hai finalmente gridato al mondo quella che è la tua sessualità, allora ti rendi conto che non stai perdendo molto. È un po’ come, non so, perdere un padre che non ti vuole. Una persona che non ti desidera, non ti ama, non ti vuole bene, è sicuramente meglio perderla che trovarla, non c’è dubbio. Questo anche per tornare al discorso che mi stavi facendo tu, sulla solarità, sul sorriso… ecco, devo dire che questo me l’ha insegnato la radio. Perché io sono molto più cupo, sulle mie. È vero che sono una persona solare, ma sono anche, spesso, molto silenzioso. La radio mi ha invece imposto di regalare sorrisi alle persone, perché chi ti ascolta in radio vuole sorridere, non vuole ascoltare le tue menate, vuole evadere. E quindi tu devi regalare la parte bella di te. Poi la parte brutta se la gestiscono, purtroppo o per fortuna, le persone che ti conoscono, quelle più vicine a te. E guarda che, davvero, quella solarità e quel buonumore non significano fingere, significa fare uno sforzo per gli altri. Quindi in questo senso cerco di rifare sui social quello che faccio per lavoro.

Tu con la tua parte brutta ci vai d’accordo?

Insomma… non sempre (ride, nda). Diciamo che nella vita ho imparato ad accettare. Ad accettare anche quello che mi piace meno di me. Come quando ho scritto il libro, sperando di poter aiutare qualcuno che si trovava magari nella mia stessa situazione di vent’anni prima. Io consiglio sempre di essere sé stessi, penso che comunque ne valga sempre la pena. E devo dire che avendo fatto quel tipo di esercizio, sarebbe un controsenso dire “sì, ok, però non accetto la parte di me che mi piace meno”. Devi accettare anche quella parte un po’ più in ombra, quella che vorresti nascondere e che però emerge con le persone che ti vogliono bene, che a prescindere da tutto ti accettano. Diciamo che se andassi di fronte a un perfetto sconosciuto e lui mi chiedesse di presentarmi in cinque secondi, gli direi: “guarda, io sono, al di là del Fabio sorridente che vedi sui social, anche il Fabio con la luna storta, che tiene il broncio, musone, che non tiene alle sue cose”. Ecco, quest’ultima cosa me la dice sempre anche il mio fidanzato. Non so, è come quando devi scegliere una casa dove andare ad abitare: prima devi vedere il bello. Prima devi valutare tutto quello che c’è di buono. Quella casa sono io. Chi accetta di guardare anche la parte brutta, e quindi di entrare davvero dentro quella casa per vedere davvero com’è, al di là dell’aspetto esteriore, di ciò che appare, poi arriva a capire che, valutando i pro e i contro, probabilmente, i pro sono maggiori dei contro. Questa cosa credo che valga tendenzialmente un po’ per tutte le persone, per tutte le cose, in generale. Quindi, in sostanza, ho fatto un po’ pace con me stesso, pur continuando ad esserci dei miei lati che non mi piacciono, ovviamente.

Ti reputi una persona felice?

Io sono sereno, perché ho realizzato di essere riuscito ad avere tutto ciò che ho perché l’ho voluto, me lo sono cercato e mi sono impegnato. Non mi è capitato per caso. Questo è un esercizio che faccio spesso quando tendo a dire “ah, che bello, faccio la radio; sì, però potrei, insieme alla radio, fare anche altro, la televisione ad esempio”. Diciamo che una delle mie parti che mi piace meno è che sembra che io non sia mai felice, che non mi riesca mai pienamente a godere quello che ho. Invece spesso è veramente utile voltarsi indietro, io lo faccio quando mi capita di cascare in quel tranello: mi guardo indietro e vedo tutte le cose che ho fatto, e penso che se sono la persona che sono l’ho fatto da solo, nel bene e nel male. Nella vita siamo comunque sempre da soli, io lo credo veramente. Le altre persone ti possono aiutare, a volte sono un contorno, altre volte sono fondamentali, importanti. Però devi essere tu la tua ancora di salvezza, perché altrimenti davvero non ce la fai.

Come ti vedi nel futuro?

Anzitutto, sempre senza capelli. Magari in televisione… ma spero di non abbandonare mai la radio. Questa è la cosa che spero faccia sempre parte di me. E poi con la famiglia che ho, perché poi, alla fine, io ho pochi amici selezionati, ho il mio compagno, i miei genitori. E quindi sono tranquillo. Spero di avere sempre questa tranquillità, ma se dovesse arrivare qualche bello scossone sono anche pronto a prendermelo.

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