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Zone LGBTQI+ free, in Polonia si sta pericolosamente tornando indietro

Zone LGBTQI+ free, in Polonia si sta pericolosamente tornando indietro

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Non tutte le città sono diventate più inclusive e accoglienti, alcune hanno scelto di odiare. Questa è la strada intrapresa da decine di città in Polonia, un Paese nel cuore dell’Unione Europea in cui è nata l’idea di istituire delle “zone LGBTQI+-free”. Per provare a comprendere meglio questo fenomeno abbiamo intervistato Yuri Guaiana, presidente dell’Associazione radicale Certi Diritti e senior campaign manager di All Out. Yuri vanta un impegno decennale nell’attivismo a tutela dei diritti LGBTQI+, a livello italiano e con una forte prospettiva transnazionale. Tra i suoi ultimi lavori c’è anche un libro sulla Russia “Il lungo inverno democratico nella Russia di Putin”.

Chiariamo subito un concetto, cosa si intende per una “zona libera da persone LGBTQI+”?Non parlerei propriamente di zone libere da persone LGBTQI+, è una traduzione leggermente fuorviante. Quantomeno a livello teorico, ciò da cui dicono di volersi liberare è un’ideologia. E infatti sono state approvate in diverse città e in alcuni voivodati (l’equivalente delle nostre regioni) delle risoluzioni anche molto diverse nel contenuto, ma con un denominatore comune: la volontà di combattere la cosiddetta “ideologia LGBT”.

Pur essendo decisioni locali c’è una sorta di schema di fondo?

Sì, alcune risoluzioni fanno riferimento alla “carta per i diritti della famiglia”. Si tratta di un documento scritto in difesa della famiglia tradizionale da Ordo Juris, un’associazione di giuristi conservatori estremamente attiva sul tema.
Per mantenersi aggiornati sull’espansione di queste zone è stato creato un Atlante dell’odio, che tiene traccia del posizionamento delle varie pubbliche amministrazioni del Paese.

Come siamo arrivati alla definizione di queste zone?

Chiaramente la questione ha una forte connotazione politica. A prescindere dalla creazione di queste zone, guardando alla violenza scatenatasi contro le persone LGBTI e contro i Pride organizzati in Polonia di recente, ci si rende conto di quanto la situazione si sia aggravata a ridosso delle elezioni del 2019, vinte dal partito di destra “Diritto e Giustizia” (Pis). È evidente la decisione dei partiti al governo, interessati alla riconferma poi avvenuta, di utilizzare le tematiche LGBTQI+ come chiave per mobilitare il proprio elettorato. Ciò ha dato vita a ondate di odio sia contro i Pride sia contro cittadini e associazioni LGBTQI+, fino ad arrivare ad una vera e propria campagna di odio organizzata da un giornale di destra (Gazeta Polska) che ha distribuito degli adesivi con la bandiera arcobaleno sbarrata da una croce nera, in supporto alla definizione di queste zone.

Anche chi non ha grossa esperienza rispetto alla situazione polacca ha la sensazione di trovarsi davanti ad una escalation. Cosa ne pensi?

In Polonia c’è sempre stata una società conservatrice su questi argomenti e anche l’episcopato cattolico è molto “politicizzato”: anche in questi mesi non sono mancati messaggi pubblici di attacco al mondo LGBTQI+ da parte delle gerarchie ecclesiastiche.

Sostanzialmente c’è sempre stata una sorta di “resistenza” sul tema, ma i Pride negli ultimi anni iniziavano a mostrare sia un aumento dei partecipanti sia l’organizzazione in sempre più città di manifestazioni ed eventi culturali. Certamente il tutto avveniva con misure imponenti di sicurezza, ciononostante la situazione stava migliorando. Adesso la sensazione è molto diversa.

Rispetto alle risoluzioni e al clima di repressione si percepisce una differenza tra centri urbani più grandi e centri più piccoli oppure no?

Io sono stato sia a Danzica sia a Varsavia, poi sono stato a Łódź durante l’ultima campagna elettorale e posso darti la mia impressione.

La questione delle “zone prive di ideologie LGBTQI+” interessa soprattutto l’area della Polonia sud-orientale, nota per essere molto conservatrice.

Però certamente questa ondata conservatrice e repressiva sta interessando tutto il Paese. Non credo tuttavia che queste risoluzioni saranno approvate in tutto il Paese, perché sono molto marcate politicamente. Città e voivodati non guidati dai partiti di governo si sono opposti e si opporranno: anche alcuni partiti di opposizione, in precedenza disinteressati alla questione, si stanno schierando a favore delle persone LGBTQI+ per marcare una differenza di offerta politica.

Passiamo alla parte che coinvolge direttamente noi italiani e parliamo dell’iniziativa di All Out.

L’iniziativa “Per amore della Polonia” è stata organizzata a livello internazionale da All Out insieme a Pulse of Europe – un’associazione europeista che non si occupa nello specifico di diritti LGBTI – insieme a varie realtà dell’attivismo polacco. A livello italiano la campagna è sostenuta da Il Grande Colibrì insieme a Certi Diritti e GayNet. Confrontandosi con il mondo dell’attivismo polacco è stato deciso di non lavorare – come è stato fatto in Francia – per ottenere la cancellazione dei gemellaggi esistenti, ma di proporre una serie di raccomandazioni. L’idea alla base è quella di condizionare le città e i voivodati polacchi ad adottare iniziative e programmi a tutela dei diritti umani delle persone LGBTQI+ sfruttando i gemellaggi con i comuni e le regioni italiane. In questa prima fase è partita la raccolta firme e le associazioni aderenti alla campagna hanno scritto alle varie pubbliche amministrazioni, offrendosi di fare da tramite. Ad oggi non abbiamo ricevuto risposta.

Quali sono le città e le regioni coinvolte in Italia?
Abbiamo 3 regioni – Molise, Piemonte e Veneto – e 12 comuni. I più “famosi” sono quelli di Brindisi, Isernia, Massa e Prato. Non avendo ottenuto riscontri da parte loro andremo avanti con la seconda fase della campagna. Vogliamo costruire una rete locale nelle regioni insieme a dei gruppi di lavoro nelle varie città: quando arriverà il momento consegneremo fisicamente le firme e continueremo a fare pressione per ottenere una risposta.

Le amministrazioni comunali sono di colore diverso?

Sì, ci sono sindaci di centrosinistra, di centrodestra o sostenuti da liste civiche. Ma a prescindere dalle appartenenze politiche nessuno ha dato risposta. Ovviamente nella seconda fase andremo oltre la comunicazione istituzione con le amministrazioni ci rivolgeremo alle associazioni a livello locale, affinché possano attivarsi insieme a noi.

Spostiamoci sul piano europeo. Ci sono state delle condanne?

Sì, ci sono state due condanne da parte del Parlamento Europeo, la seconda è rientrata nella risoluzione sull’emergenza Covid-19 con un emendamento votato da diversi gruppi politici.

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Però possiamo dire che sulla legge ungherese che discrimina le persone trans e intersex c’è stata molta più attenzione politica e mediatica.

La questione ungherese è indubbiamente più polarizzante, perché parliamo di una legge nazionale che esprime un posizionamento molto netto contro le persone LGBTQI+, inoltre il primo ministro Orbán è una figura di primissimo piano per il sovranismo mondiale.

L’Ungheria è da tempo considerata in una situazione molto critica non solo sul piano dei diritti LGBTQI+, ma anche per ciò che riguarda la tutela dello stato di diritto, l’autonomia della magistratura e il trattamento di migranti e rifugiati.

Il problema è che la Polonia si sta avviando nello stesso percorso.

Esattamente. C’è un modello di fondo che stanno seguendo questi governi, le cosiddette “democrazie illiberali”: attaccare la magistratura e provare a controllarla, limitare la libertà di stampa, restringere i diritti riproduttivi delle donne e cancellare i diritti delle minoranze, tra cui rientrano anche (ma non solo) le persone LGBTQI+. Localmente si sceglie di volta in volta da dove iniziare. In Polonia, ad esempio, sono partiti dall’aborto e sono passati ad altri temi. In Ungheria invece il punto di partenza è stato lo sconvolgimento dell’assetto istituzionale, in seguito si è arrivati alla questione LGBTQI+ Ciò denota una differenza. Viktor Orbán, inoltre, usa la religione fino ad un certo punto, mentre in Polonia il credo cattolico è ampiamente politicizzato e probabilmente per questo motivo hanno dato molto risalto alla battaglia contro l’aborto.

Da cittadino e attivista quali azioni vorresti che venissero intraprese da parte del governo italiano e dalle istituzioni europee?

Il governo italiano dovrebbe farsi sentire insieme ad altri Paesi UE non soltanto su questo tema, ma più in generale sul rispetto dello stato di diritto in Polonia. Soprattutto in sede di Consiglio Europeo si potrebbe valutare la possibilità delle sanzioni previste dall’articolo 7 del Trattato dell’UE, per violazione dei valori europei.

A livello locale, invece, mi aspetto una adesione immediata da parte delle amministrazioni comunali a prescindere dall’orientamento politico, perché si tratta di una questione basilare di tutela dei diritti umani. Aspettiamo comuni e regioni alla prova dei fatti.

Al momento All Out ha raccolto più di 45mila firme, potete aggiungere la vostra cliccando qui!

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