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Per una città davvero di tutt*

Per una città davvero di tutt*

Francesca Druetti

Dalle poleis greche alla Berlino degli anni ‘10 e ‘20, dalle città mediterranee meta dei viaggiatori europei a cavallo tra Ottocento e Novecento, fino alla San Francisco prima della diffusione dell’AIDS, per arrivare a Barcellona, Londra, Milano e Tel Aviv negli ultimi decenni, molte città hanno incarnato, per motivi diversi e in fasi culturali differenti, un ideale di città LGBTQI+. Naturalmente, molt* di coloro che hanno contribuito a creare quell’immaginario e, spesso, a viverlo, non lo avrebbero definito così, ma dobbiamo a loro molte delle idee che ci aiutano a pensare come dovrebbe essere una città in cui tutt* possano sentirsi a casa, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, identità di genere, affettività.

Oggi possiamo guardare indietro e renderci conto che ognuna di quelle città, comprese quelle che oggi identifichiamo senza esitazioni come città LGBTQI+, sono state e sono imperfette, radicate nelle contraddizioni del loro tempo. Oggi, particolarmente oggi, dobbiamo essere consapevol* che, mentre sono molti gli elementi che possono concorrere a rendere una città friendly (amministrazioni attente, associazionismo, disponibilità di locali e di spazi, di servizi ed eventi e in generale una cultura inclusiva) quello di cui abbiamo bisogno è un approccio intersezionale alla progettazione delle città e della vita al loro interno.

La città LGBTQI+ ideale, la città dove tutt* possiamo vivere con “pari dignità sociale” e “senza distinzione”, come peraltro previsto dalla nostra Costituzione, non deve solo essere un luogo sicuro e attrezzato (culturalmente e concretamente) per i bisogni delle persone LGBTQI+, ma deve essere allo stesso modo il luogo in cui non trova spazio nessun’altra discriminazione: razzista, sessista, misogina, classista, sessuofoba, xenofoba, ableista. E non soltanto perché da un sistema in cui nessuno viene lasciato indietro o emarginato ne beneficiano tutt* e perché se i diritti non sono garantiti a tutt* sono piuttosto dei privilegi. Ma perché nel momento in cui la comunità LGBTQI+ è la prima a essere inclusiva, diventa evidente che qualsiasi progettazione sociale e urbana con al centro principalmente uomini cisgender bianchi, occidentali, abili e benestanti, anche qualora fossero omosessuali, non è sufficiente a disegnare la città a cui stiamo pensando.

Città costellate di barriere architettoniche; città in cui il diritto allo studio, alla salute, alla casa non sono garantiti; città in cui la qualità dell’aria e dell’acqua sono insalubri, in cui la raccolta dei rifiuti, le fonti di energia e la mobilità non sono improntate alla sostenibilità; città in cui il centro e le periferie sono separate da una forbice di disuguaglianza incolmabile; città in cui l’arredo urbano è pensato per scacciare i senza fissa dimora dalle panchine; città in cui non ci sono spazi per allattare o cambiare i bambini o sono presenti solo nei bagni delle donne… nessuna politica rainbow, nessun assessorato dedicato potranno, da soli, rendere una di queste la città LGBTQI+ ideale.

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Questo numero di Queer Magazine è uscito dopo una pausa che abbiamo deciso in solidarietà con le manifestazioni seguite alla morte di George Floyd, nella convinzione che tutta l’attenzione dovesse essere sul grido Black Lives Matters della comunità nera americana e di tutti e tutte coloro che hanno scelto di essere al suo fianco, lasciando che voci troppe volte ignorate si levassero finalmente a parlare per se stesse. Anche noi abbiamo voluto essere accanto ai nostri fratelli e alle nostre sorelle che chiedono uguaglianza, rispetto e libertà: la comunità LGBTQI+ ha conosciuto e conosce ancora in troppi luoghi la violenza di un sistema oppressivo e della criminalizzazione delle identità per poter restare indifferente alla lotta che si sta portando avanti nelle città americane. Il primo Pride è stato una rivolta e oggi, cinquantun anni dopo Stonewall, siamo solidali con le proteste BLM. Anche per George Floyd, Breonna Taylor, Ahmaud Arbery, Tony McDade, e tutte le altre vittime, oggi più che mai non possiamo non riconoscere che una città che non è ugualmente la casa di ogni cittadin*, non può essere la città ideale per nessuno. Tantomeno per le persone LGBTQI+.

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