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(Don’t) Rain on my Parade

(Don’t) Rain on my Parade

Queer

Eppure è stato bello. Arriviamo in piazzale Jacchia decisamente carichi, complice un incontro inaspettato con dei vecchi amici anche loro diretti al Pride. Abbiamo la nostre magliette arcobaleno, i braccialetti, il viso un po’ dipinto, e le scarpe più comode, che quest’anno il percorso sarà un po’ più faticoso, e i nostri piedi non hanno più vent’anni. 

Un flusso di visi come i nostri, moltissimi da salutare o da commentare con un “guarda chi c’è” pettegolo. Il tempo di ritrovarsi con gli altri e di ventilare l’ipotesi di una birra gelata, e nel giro di un minuto siamo stretti sotto i rami di un grande albero, io, il mio compagno, il mio migliore amico e una sconosciuta. 

Come in un film il cielo è diventato nero in un secondo, e una grandinata mai vista ci ha sciolto tutto il trucco. Riparati sotto quell’albero, con una cerata sopra la testa a farci da tetto, ridiamo come quattro imbecilli, soprattutto la sconosciuta. 

Sento il fango che cola dal nostro riparo al mio collo e giù fra i vestiti fino alle scarpe, passando per il mio zainetto a forma di orsetto, rosa. Una palla da tennis di ghiaccio, con una angolazione straordinaria, dal cielo arriva diretta sulla mia caviglia, rischio di perdere la presa sulla mia parte di cerata e scaglio improperi. Molti altri non stanno messi meglio, sono pochi quelli che ai Giardini hanno trovato un nascondiglio davvero sicuro. E asciutto. 

E poi finisce, così. Il corteo si avvia, con gli asciutti, i bagnati che se ne fregano, tanto il sole li asciugherà, e noi sempre a piazzale Jacchia, in mezzo. La caviglia non mi permette di camminare, riesco a malapena a togliermi i vestiti per strizzarli. Se ci fosse una foto a corredo di questo racconto sarebbe questa: il tizio in mutande e fango. 

La musica ormai è lontana, e noi siamo sull’auto prestata da un amico, diretti verso casa. Per le strade alberi divelti e circolazione deviata. In cuor mio spero che un po’ di ghiaccio possa rimettermi in piedi, e farmi tornare fra i compagni. Chiave nelle toppa, un breve sospiro di sollievo, brevissimo, fino a quando non vediamo la finestra sfondata dalla grandine. Ok, forse questo Pride per noi finisce qui. 

Seduto sul letto, con lui che cerca di riparare la finestra, scorro le immagini che arrivano da Twitter, e quelle che gli amici mandano in privato. L’anno prossimo ci rifaremo, ci diciamo, e ancora non sappiamo che la tempesta appena passata è servita come allenamento per una perturbazione ancora più grossa. 

Ci rifaremo l’anno venturo, ci siamo detti oggi, primo giugno 2020. O quello dopo, o quello dopo ancora. La grandine, le finestre rotte, gli spari, la morte non ci hanno mai fermati. 

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RAIN. ON. ME. 

Andrea G. Capanna


Raccontaci un momento di un tuo Pride, il ricordo più bello, quello che ti ha fatto ridere o piangere, gli amici con cui l’hai vissuto, i tuoi canti, le tue mani al cielo. Mandaci un video, una foto, un racconto a pride@queermagazine.it. Questo numero di Queer Magazine lo fai anche tu!

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