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MINA

MINA

Dario Cosentino

Quando è stata l’ultima volta che Mina e la comunità LGBTQI+ si sono incontrate? Esattamente il 19 dicembre 2019, quando nella sale cinematografiche esce La Dea Fortuna di Ferzan Ozpetek, campione del cinema queer italiano. La voce di Mina arriva nella seconda metà del film: canta Luna Diamante. In quel momento l’amore di Arturo e Alessandro, i due protagonisti, è in bilico, e gli occhi in sala luccicano.

Ma non è certo questa la prima volta che il cinema queer e la Tigre di Cremona si legano: nel 1991, in Tacchi a spillo di Pedro Almodovar, Miguel Bosé in versione en travesti canta Un anno d’amore, riadattata in spagnolo a partire da quella di Mina (l’originale è francese).

E ancora prima Dino Risi. Nel 1973, in Sessomatto, dirige Alberto Lionello nei panni di Cosimo, che di notte diventa Gilda con una parrucca ispirata all’acconciatura di Mina negli anni 60. Gilda canta Vorrei che fosse amore e Insieme.

Il travestitismo è un tema che ritorna spesso nel mondo di Mina. È il 1982 quando pubblica la sua versione di Sweet Transvestite, tratta da The Rocky Horror Picture Show, mentre nel 1995 incide Donna Donna Donna, in cui il protagonista si sente “un sogno travestito da donna”.

È del 1989 invece la copertina di Uiallalla, per la quale Mauro Balletti la ritrae insieme a due uomini travestiti, ispirandosi a una foto di tre travestiti americani degli anni 30.

Proprio con Mauro Balletti ho avuto il piacere di fare una chiacchierata mentre scrivevo questo pezzo. Abbiamo ripercorso insieme le copertine create da lui per Mina, in particolare quelle in cui è rappresentata un’estetica che, per diversi motivi, risulta molto vicina al mondo LGBTQI+. Come ad esempio quelle di Salomé (1981) e di Rane Supreme (1987), che oggi definiremmo gender free: nella prima Mina è ritratta con una barba di leonardesca fattura, nella seconda il volto della cantante è incastonato sul corpo nudo di un uomo muscoloso.

Credit  @ Mauro Balletti

Fino ad arrivare alla cover di Le Migliori, l’album inciso nel 2016 con Adriano Celentano. Qui “le migliori” sono proprio loro: Mina e Celentano, travestito da donna con abiti vintage alla Anna Piaggi.

Quella delle copertine è solo una parte dell’iconografia di Mina che la avvicina al mondo queer. La sua stessa immagine è sempre stata intrisa di una femminilità volutamente ostentata. Il suo trucco che ha ispirato tante drag queen, il suo stile, le sue minigonne che furono le prime a essere portate su un palco italiano per poi diventare moda, il suo trasformismo, le sue acconciature mai uguali l’una all’altra, i suoi gesti, la sua ironia, il suo carisma.
Quella di Mina è l’immagine di una donna che non ha mai avuto remore nel mostrare sé stessa, la sua natura, la sua identità. Né nel cantare l’amore in tutte le sue forme e con tutte le sue componenti possibili: la gioia, la disperazione, la delusione. Fino al sesso. È il 1975 quando L’importante è finire, scritta da Cristiano Malgioglio, finisce in cima alle hit parade e contemporaneamente sotto la scure della censura. E poi arriva Ancora Ancora Ancora, sempre dalla penna di Malgioglio, e questa volta la censura si abbatte sul videoclip: le riprese ravvicinate del volto di Mina, la sua sensualità, la sua interpretazione, le sue movenze, il suo sguardo diretto in camera. Tutto troppo per un’Italia non ancora pronta ad accettare la libertà sessuale di una donna.

Una donna libera anche nella sua vita privata, come quando nel 1963 dà alla luce il suo primogenito Massimiliano, frutto dell’amore con l’attore e doppiatore Corrado Pani, sposato con un’altra donna negli anni in cui il divorzio non esisteva ancora. Il frutto di un amore considerato scandaloso. Anche dalla Rai, che la allontana perché è una “pubblica peccatrice”.

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Libera come quando nel 1978, a soli 38 anni, decide di ritirarsi dalle scene, continuando “a fare il mestiere che le piace, cantare, però secondo le sue regole”, come ha scritto Natalia Aspesi sul Venerdì di Repubblica del 30 ottobre 1987.

Ecco cosa fa di Mina un’icona, la più grande della musica italiana: la sua libertà.
Una libertà che sapeva di femminismo prima ancora del femminismo.
Una libertà che le è costata ferocia della stampa e orribili giudizi da parte dei perbenisti.
Una libertà che ha aiutato tante persone a liberarsi. A trovare, accettare e mostrare la propria identità.

La fotografia di copertina è di Mauro Balletti

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