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LADY GAGA

LADY GAGA

Andrea Cominetti

«Voglio il tuo amore e voglio la tua vendetta» cantava una Lady Gaga in lattice fasciata nel videoclip di quello che a oggi è forse ancora il suo brano più iconico, «Bad Romance». Un ritornello ambivalente, che unisce sacro e profano, e che rende perfettamente la forza del personaggio che lo intona. Eclettico e trasformista, innanzitutto, ma anche socialmente impegnato e riflessivo.

Gli inizi e il boom con «Poker Face»


Nata Stefani Joanne Angelina Germanotta, la Lady diventa Gaga (il nome d’arte è legato proprio al brano «Radio Ga Ga» dei Queen) tra il 2005 e il 2006, quando conosce il talent scout – allora pure fidanzato – Rob Fusari. È con lui che dà vita al suo alter ego fatto di glitter e di parrucche biondo platino, che s’impone sulle scene musicali dopo due anni di attesa, tra cadute e risalite, con il singolo «Just Dance», contenuto nell’album «The Fame».

È, però, con il secondo brano estratto dal disco, «Poker Face», che la stella di Gaga inizia a diventare splendente. Merito di un sound accattivante, un ritornello che rimane in testa (con quel martellante «p-p-p-poker face, p-p-poker face») e di un videoclip dalla messa in scena impeccabile.

Lo stile fuori dal comune

Niente in confronto a ciò che ci aspetta negli anni successivi, in cui la strenua ricerca dell’«effetto wow» diventa uno dei punti cardine della comunicazione dell’artista, che si presenta a eventi pubblici con look al limite della performance d’arte contemporanea. Dal vestito di carne, indossato in occasione degli MTV Video Music Awards del 2010, a quello spaziale con tanto di stella portatile, sfoggiato durante i Grammy dello stesso anno.

Quest’estrema cura per i dettagli emerge anche nei videoclip di quegli anni, paragonabili a veri e propri fashion film della durata di una manciata di minuti. In «Bad Romance» la popstar entra in una clinica posh per disintossicarsi da un amore malato, in «Telephone» – con l’aiuto, anche canoro, di Beyoncé – avvelena i clienti di un diner, mentre in «Alejandro», diretto dal fotografo Steven Klein, propone una conversione spirituale tra latex e crocefissi.

I messaggi di accettazione


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Segue l’era «Born This Way», in cui Gaga, se possibile, diventa ancor di più un’icona queer. Il brano che dà il nome all’intero album, infatti, diventa un manifesto per l’accettazione di sé. Qui l’artista – in mutande, reggiseno e guance scavate – afferma che tutti siamo nati superstar e tutti siamo belli a modo nostro, perché «Dio non fa sbagli».

«Born This Way» diventa anche il nome della fondazione che la popstar crea – assieme alla madre – con lo scopo di stare accanto alle vittime di bullismo e di discriminazione. Un importante passo in favore della comunità LGBTQI+, ma non l’unico, considerando che l’artista si è spesso e volentieri schierata in favore di questa. Dalla veglia organizzata al City Hall di Los Angeles per le vittime della strage di Orlando («Questo è un attacco a tutta l’umanità. Questo è un attacco contro tutti noi») al più recente – ma già storico – discorso al “Pride Live’s Stonewall Day” di New York («Il vero amore è quando ti prenderesti una pallottola per qualcuno e io mi prenderei una pallottola per voi. Ogni giorno della settimana»).



Il talento a tutto tondo


Lady Gaga non è, però, soltanto un’icona queer. Il suo è un consenso a 360 gradi, e la ragione principale va individuata proprio nel suo talento fuori dal comune. Oltre ad avere una voce riconoscibilissima, l’artista è in grado di passare dal pop più commerciale (vedi il successivo «Artpop») al jazz più raffinato (citofonare «Cheek to Cheek», registrato assieme all’ultimo grande crooner americano: Tony Bennett) fino al country (alla base di «Joanne»). E riesce a risultare sempre credibile.

Non solo, perché Gaga è riuscita anche laddove illustri colleghe avevano fallito (ciao Madonna!), giocandosi con intelligenza la carta della recitazione. Prima come protagonista della quinta stagione della serie antologica di Ryan Murphy, «American Horror Story», ambientata in un hotel abitato da vampiri e assassini. Poi, ancor di più, sul grande schermo, nel remake di «A Star Is Born», in cui, diretta da Bradley Cooper, presta voce e corpo all’assennata Ally Campana. Il risultato è strepitoso, e le vale una candidatura all’Oscar come miglior attrice protagonista. Lo vincerà poi Olivia Colman, ma questa è un’altra storia.

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