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LA TV

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Nicholas Vitaliano

Sembra passata una vita da quando i mass media dipingevano gli omosessuali essenzialmente come macchiette o come sordidi pervertiti in cerca di più avventure sessuali possibili.

In televisione per diverso tempo, a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio del decennio successivo, ha avuto notorietà incredibile Ernst Thole, bravissimo caratterista che interpretava la sempreverde figura del gay effeminato, spesso travestito, in Non Stop di Enzo Trapani, nel Drive In di Antonio Ricci e anche in varie pellicole cinematografiche per lo più di serie B. Anche al cinema infatti innumerevoli sono gli esempi di questo tipo: celebri sono rimaste tutte le parti interpretate dallo “scandaloso” Giò Stajano (prima del cambio di sesso, anch’esso rimasto a lungo sulle prime pagine della stampa scandalistica) con le regie di Alberto Sordi, Dino Risi, ma soprattutto di Federico Fellini.

È però la televisione (quella popolare, particolare non di poco conto) a dare la spinta più efficace verso un racconto maggiormente realistico della comunità LGBTQI+, benché con tempi lunghissimi e spesso con vigorose marce indietro. Pensiamo a quanto sia stata pionieristica, in tutto il mondo, una serie televisiva come Will & Grace con i suoi protagonisti, e a quanto, nello stesso tempo, in Italia, si censurava su Italia 1 (stessa rete su cui andava in onda Will & Grace) il bacio saffico delle t.A.T.u. al Festivalbar del 2002, con estenuanti dibattiti di cartapesta sui quotidiani dell’epoca.

Per dare un’idea anche dei termini utilizzati (non era cinquant’anni fa, ma l’altro ieri) e rinfrescarci la memoria, ecco un paio di dichiarazioni diramate quando, nel 2003, Pippo Baudo volle invitare il medesimo duo russo al Festival di Sanremo: il senatore di Alleanza Nazionale Michele Bonatesta, membro della Commissione di Vigilanza Parlamentare sulla Rai, si affrettò a dichiarare che non basta l’audience a giustificare la presenza sul palco dell’Ariston di un duo che, essendo statoconcepito per riflettere l’elemento lesbicoche, secondo il suo inventore, esiste sempre tra leragazze, ha il compito di lanciare messaggi ambigui, pericolosi specialmente per quel pubblicogiovanile cui si rivolge e che nella stragrande maggioranza risulta essere acquirente dei suoi prodotti”.

E ancora Antonio Marziale, presidente dell’Osservatorio sui diritti dei minori, che si disse all’epoca “esterrefatto dalle logiche di un mercato che propina modelli diseducativi e altamente dannosi. Le t.A.T.u. sono state consacrate quali massime esponenti della pedopop saffica, denominazione che non abbisogna di commenti”.

Appare più che evidente che anche queste due dichiarazioni non “abbisognano” di commenti, ma ci aiutano molto a capire quale è stato il clima in cui tutti siamo vissuti fino a poco tempo fa, e su cui c’è ancora molto lavoro da fare.

Importante ricordare il primo vero coming out televisivo della storia italiana: quello del grande cantautore Umberto Bindi, in un Maurizio Costanzo Show del 1988, durante il quale Bindi confessa tra le lacrime a Costanzo quanto quella sua “diversità”, come lui stesso la chiama, gli sia costata carissima in termini professionali, con chiacchiere, dicerie e allontanamenti forzati. È proprio da quel momento che Costanzo, prendendo la palla al balzo, si fa uno dei portabandiera televisivi (praticamente in solitudine per molti anni) della realtà LGBTQI+ nelle sue diverse sfaccettature, ospitando negli anni gente comune, ma anche imprenditori, politici e artisti come Vladimir Luxuria, Nichi Vendola, Mauro Coruzzi (in arte Platinette), Alessandro Golinelli, Diego Dalla Palma, per raccontare e in qualche modo “normalizzare”, termine orrendo ma che ben rende l’idea, questa realtà agli occhi del grande pubblico.

Già, perché è ferma convinzione di chi scrive (essendo perfettamente consapevole di causare inorridimento in alcuni di coloro che leggeranno questo articolo) che è la televisione più prettamente pop a veicolare nella maniera migliore i messaggi più efficaci in merito a queste tematiche. Purtroppo o per fortuna, ma è la realtà, nell’Italia profonda dei nostri giorni permea molto di più e molto meglio la televisione, e per lo più quella generalista, rispetto a saggi, romanzi, quotidiani, riviste o siti più o meno specializzati. Ed è anche per questo che sono fondamentali in questo tipo di racconto due donne famose e potenti della tv attuale, ovvero Maria De Filippi e Barbara D’Urso, che fin dai primi anni 2000, pur con profonde diversità comunicative e di stile, sono divenute ormai da anni pioniere in questa lotta, lotta che è sia di racconto, sia di affermazione di diritti.

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Basti pensare alle numerose storie viste a C’è posta per te in cui protagoniste erano coppie gay o lesbo, presentate senza alcuna specifica sull’orientamento sessuale, ma semplicemente per ciò che erano: storie d’amore. E senza dubbio questo elemento rappresenta un punto di forza in più, così come lo stesso vale anche per il trono gay a Uomini e Donne, che ha mostrato correttamente le varie sfaccettature del mondo omosessuale: non siamo infatti tutti uguali, e per fortuna. C’è lo studioso, l’intelligente, il timido, ma c’è anche l’arrivista, l’imbecille, lo sfacciato.

Anche Barbara D’Urso fa più che bene a rivendicare la battaglia che compie sugli schermi di Canale 5 dal 2008, anno di inizio della programmazione di Mattino 5 e Pomeriggio 5: è inconfutabile che D’Urso veicolava al suo pubblico questi temi quando nessuno o quasi se ne occupava, quando predominava l’illazione, l’allusione, la risatina, ogni volta che si sfiorava o si toccava l’argomento in talk, dibattiti e varietà. Certo, i toni delle trasmissioni dursiane a volte possono risultare discutibili, ma si parla al grande pubblico anche con il linguaggio dello stesso grande pubblico, talvolta con un lessico semplice (a volte addirittura semplicistico), forse facendo un po’ di confusione, ma centrando il punto e ottenendo l’ascolto e lo sforzo di comprensione di chi in quel momento sta ascoltando da casa.

Infine, a testimonianza di quanto il linguaggio sia cambiato e stia per fortuna continuando a cambiare, è giusto ricordare il bellissimo Storie del Genere condotto su Rai 3 un paio d’anni fa da Sabrina Ferilli, in cui si sono raccontate in maniera asciutta, diretta e non pietistica diverse interessanti storie, a volte tragiche, a volte gioiose, di persone transgender. Questa è, con tutta probabilità, la chiave davvero più completa ed appropriata che si sia vista in tv nell’ultimo periodo per raccontare non solo l’orientamento sessuale, ma anche l’identità di genere nella sua splendida complessità.

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