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KEITH HARING

KEITH HARING

Domenico Naso

Keith Haring è uno dei simboli più esaustivi di quel decennio di sudore, sangue e merda che furono gli anni Ottanta. Nella vita e nelle opere dell’artista americano c’è davvero tutto quello che c’è da sapere su quel periodo. La riprodubicilità e la commercializzazione di massa delle opere d’arte, l’esplosione di colore e divertimento dopo il grigiore plumbeo degli anni Settanta, il trionfo definitivo del mezzo televisivo e del linguaggio pubblicitario nell’immaginario culturale occidentale. Manca un ingrediente fondamentale che, però, merita di essere trattato a parte perché è lo spartiacque del decennio e soprattutto della comunità LGBTQI+: la libertà dei costumi sessuali.

I gay si erano nascosti per secoli e ora, finalmente, cominciavano a invadere ‘a volto scoperto’ la società americana. Sia chiaro: l’America era ancora intrisa di omofobia e alla Casa Bianca c’era il non certo friendly Ronald Reagan, ma nelle metropoli la comunità conquistava i suoi spazi. Libertà sessuale strozzata dall’arrivo dell’AIDS, che ha costretto la comunità LGBTQI+ a lottare letteralmente per la propria sopravvivenza. E nelle opere di Keith Haring questo apparente ossimoro cultural-sessuale è assai presente, quasi dilagante, con una estetica evidentemente in bilico tra conquiste recenti e recenti tragedie, con una comunità decimata da un male che si diffondeva beffardamente proprio per via sessuale.

E quando a Keith Haring venne diagnosticato l’HIV (era il 1988), l’artista ha cominciato ancora di più a coniugare il disimpegno colorato di quegli anni con l’impegno necessario e urgente a favore di pratiche sessuali “safe” che riuscissero ad arginare l’epidemia. Ecco allora due uomini a formare delle forbici che spezzano il virus, ecco le equazioni IGNORANZA = PAURA e SILENZIO = MORTE e l’invito a combattere l’AIDS (FIGHT AIDS – ACT UP). L’impegno di Haring a favore di organizzazioni come Act Up da allora è stato incessante perché il tempo rimasto era poco e Keith non voleva sprecarlo (sarebbe morto di complicazioni dovute all’AIDS nel 1990).

Nelle opere di Haring si rifletteva l’intera comunità: gioia e impegno, liberazione culturale e sessuale e necessità di unirsi contro il nemico comune. Anzi: i nemici. Sì, perché mentre l’AIDS colpiva la comunità, nello Studio Ovale sedeva un Ronald Reagan che nei confronti dell’epidemia teneva un atteggiamento gretto e fortemente omofobico. Lo stesso Reagan che era diventato bersaglio di feroci beffe artistiche da parte di Haring, con velenosi collage di titoli di giornali che raccontavano fantomatici attentati al Presidente e immaginavano persino la sua morte violenta.

Con una visione ristretta e solo italiana, dalle nostre parti ci si riferisce agli anni Ottanta con una sorta di colpevolizzante pregiudizio: “furono anni vuoti e disimpegnati, superficiali e torbidi”, sbraita chi pensa solo al craxismo dei nani e delle ballerine. Eppure dall’altro lato dell’oceano era in corso uno scontro epico il cui esito avrebbe segnato gli anni a venire (anche quelli che stiamo vivendo adesso): da una parte l’edonismo reaganiano (incoerentemente legato a doppio filo, sul fronte morale, con l’estremismo evangelico a stelle e strisce), dall’altra la sottocultura urban, queer e ribelle che aveva in New York la sua sudaticcia capitale. Keith Haring è stato un fiero nemico dei dettami moralisteggianti del reaganismo, un critico sagace dello strapotere televisivo e un avversario in prima linea dello stigma sociale che colpiva la comunità LGBTQI+ ancora più del solito per colpa dell’AIDS. Eppure stiamo parlando dello stesso artista che credeva fieramente in una commercializzazione di massa dell’arte, che aveva il suo negozio a Soho e da lì diffondeva le sue opere, stampate su tazze o portachiavi, tra le pieghe della società americana, utilizzando i linguaggi del consumismo di massa per arrivare a quanta più gente possibile. Ecco perché, fermo restando il suo coerente impegno antireaganiano, Keith Haring rappresenta al meglio una sintesi virtuosa di quegli anni infami. In lui c’era il meglio dei due attori in campo ed è proprio questa sintesi che, alla fine dell’epica battaglia, ebbe la meglio e segnò il panorama culturale (inteso in maniera più democratica e diffusa possibile) degli anni a venire.

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Haring è stato il campione di una comunità giovane, fiera e creativa, con una voglia incontenibile di sesso e libertà. Gli enormi falli disegnati in tutte le salse da Haring ricordano le vagine che ossessionavano Picasso (che non a caso era tra le sue influenze più spiccate) e rappresentano il monumento finalmente dissotterrato all’amore gay.

L’eredità di Haring sta tutta in quella apparente dicotomia vita/morte che ha segnato la comunità LGBTQI+ come nessuno prima o dopo di lui. Forse non tutti, all’interno della comunità, si rendono conto di quanto Keith Haring c’è nel nostro immaginario comune contemporaneo. Forse in troppi, soprattutto chi è nato dopo, lo ricordano solo come quello degli omini colorati o dei cani che abbaiano. Ma Keith Haring è stato l’eroe tragico di un decennio cruciale per tutti noi e merita un posto di prestigio nel pantheon arcobaleno.

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