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KARL HEINRICH ULRICHS

KARL HEINRICH ULRICHS

Angelo Molica Franco

Perché il poeta Wystan Hugh Auden in una lettera del 1928 all’amico Christopher Isherwood per invitarlo a raggiungerlo a Berlino, scrive che la città tedesca “è il sogno a occhi aperti dei sodomiti”? Che cos’aveva, quella città nei primi decenni del Novecento, di imperdibile, tanto da attirare, oltre che Isherwood, anche i colleghi Stephen Spender e Edward Morgan Forster, tutti in fuga dall’oppressiva società inglese in materia di diritti civili e alterità?

Incrociando i racconti di questi scrittori con le cronache d’antan, erano quasi centocinquanta i caffè per omosessuali già registrati negli elenchi della polizia (che si dimostrava anche abbastanza tollerante, dietro laute mance versate evidentemente) e centosettanta i bordelli per soli uomini. L’Eldorado, celebre locale per travestiti; poi c’erano il Romanisches Café su Gedachtniskirche – chiamato così perché al suo interno era arredato in modo kitsch con busti e nudi classici – e il Josty su Potsdamer Platz che, come il Cafè de la Paix della Parigi in piena Belle Époque, era il luogo preferito dagli intellettuali. A cena, nella Ville Lumière si andava al Caffè de Flore, al Le Procope (dove Voltaire aveva il tavolo riservato) o allo storico Café Guerbois, dove Cézanne (assai lunatico) non stringeva la mano a Manet perché, secondo lui, non era solito lavarsele; a Berlino, si andava alla vineria Rheingold o da Schwannecker.

In pochissimo tempo, dagli anni ’60 del 1800, quando contava solo mezzo milione di abitanti e 800 mila soltanto dieci anni dopo, Berlino era giunta ad accoglierne più di quattro milioni quando ci arrivò Wystan. Lo racconta perfettamente il dipinto Leipziger Strasse, un olio su tela del 1889 del pittore tedesco Lesser Ury: è una serata mondana piovosa, il selciato luccica di pioggia e luci mentre, in primo piano, due donne in toletta da sera attraversano la strada probabilmente per recarsi a una soirée. Sullo sfondo, sulla corsia sinistra di Leipziger Strasse, forse per il medesimo evento, si snoda un filare di carrozze e un avvicendarsi di persone, di cui il tratto di Ury – un po’ à la Renoir – restituisce il convulso scalpiccio. Sulla corsia di destra, il tram fende la via lambita su entrambi i lati da locali illuminati. Allora, proprio come in Francia la gente che abbandonava le campagne in favore delle nascenti stazioni ferroviarie per popolare le campagne attorno a Parigi ne aumentava la superficie creando le periferie, a Berlino giungevano treni e treni di persone dalla provincia e dalla vicina Polonia in cerca di fortuna. Nasce in questo modo la Gross Berlin (La Grande Berlino), soprattutto, però, si sviluppa – insieme all’inurbamento – una nuova socialità pubblica fatta di vita sociale passata fuori casa: nei nascenti teatri, a cena fuori, al cinema, nei locali di intrattenimento post-prandiali.

Berlino è una città dove perdere la testa, ammaliante con le sue elettrizzanti promesse di vita al neon che corrono per le vie del centro. Con i suoi locali, i suoi vizi, la sua cultura alternativa, i suoi puppebälle (balli per soli uomini) – come racconta Klaus Mann (figlio di Thomas) nel suo romanzo d’esordio La pia danza (1926) sulle avventure, abbastanza autobiografiche, del giovane Andreas: un diciottenne gay di buona famiglia che arriva a Berlino per vivere e sperimentare fino in fondo il fervore bohèmien della città – Berlino crea la prima identità culturale omo-affettiva d’Europa e del Mondo. Qui, infatti, nasce la prima parola di riconoscimento privato: schwul, che merita qualche riga di ricostruzione etimologica. Appartiene al dialetto berlinese e, letteralmente, significa umido. Ed è l’evoluzione di un compound desueto warme Bruder (fratelli caldi), termine con cui si indicavano gli uomini che amano gli altri uomini. Il termine, nella metà dell’Ottocento, aveva una connotazione solo dispregiativa, così erano definiti i criminali dediti a certe immoralità; tuttavia, già Albert Moll nel 1899 in uno studio etno-antropologico sull’omosessualità, afferma come la comunità gay berlinese (sia uomini che donne) aveva assimilato, epurato e cambiato volto alla parola schwul nell’unico modo possibile: diffondendola, e adottandola per descrivere se stessi. E venendo dal dialetto berlinese, il termine è la miglior traduzione per la parola inglese “gay”. A Berlino nasce anche la prima parola identitaria: Homosexualität, inventata da Karl Maria Kertbeny nel 1869 nei suoi scritti contro lo statuto anti-sodomia prussiano (il famigerato articolo 175) ed entra ufficialmente nell’enciclopedia tedesca Meyers nel 1908 per designare uomini e donne omosessuali che provano “un sentimento innato e perverso”. Se “perverso” è un legato del passato, la vera vittoria è il termine “innato”, grazie agli studi del dottor Johann Ludwig Casper e il celebre Magnus Hirschfel. Solo per fare un esempio di quanto sia importante avere una parola, oggi che la diamo così per scontata, in Cecenia – dove l’omosessualità è un reato – non esiste un termine ctonio. Certo, hanno mutuato la parola gay o la parola goluboi dal russo, che significa “azzurro cielo” (e non mancano gli insulti, evidentemente). Ma a partire dal russo, si usa tutto un gioco di parole stigal basakh vol nakh (uomini color cielo), creato però dai media per distanziare e annichilire la realtà.

Ma c’è una ragione se tutte queste cose sono successe a Berlino e non altrove e va ricercata in un’inconsapevole parabola biografica, obliata meteora della Storia e della memoria collettiva, in una radiosa mattina di fine agosto del 1867, quando cioè l’avvocato tedesco Karl Heinrich Ulrichs diventa la prima icona del movimento LGBTQI+.

È il 29, un giovedì, e Karl, ex membro della pubblica amministrazione nel Regno di Hannover, si dirige alla sala concerti Odeon di Monaco. Vestito in abito formale, attraversando la Odeonsplatz si sente oppresso non soltanto dalla calura estiva, non soltanto dall’imponenza della grande Loggia dei Marescialli, dalle guglie barocche della Chiesa dei frati teatini. C’è dell’altro. All’inizio di quella settimana, l’Associazione giuristi tedeschi (un nutrito manipolo di cinquecento tra avvocati, funzionari e accademici forensi) si era riunita in quell’edificio neoclassico per discutere le questioni giurisprudenziali inerenti il nascente impero tedesco, promuovere cioè l’unificazione legale tedesca insieme all’avvento di uno stato nazionale. Karl ha quarantadue anni, ha festeggiato il giorno prima il suo compleanno, e quella mattina ha deciso di tenere un discorso per il quale si prepara da tutta la vita. Nei giorni precedenti, quando il congresso era iniziato, ha presentato istanza di parola e gli è stata concessa per la seduta finale. Nato ed educato in una famiglia di devotissima cristianità luterana, già all’università aveva capito di essere attratto dagli uomini e con non pochi problemi aveva messo a parte la sua famiglia della sua natura. Più di un ripensamento lo assale quella mattina agostana mentre monta le gradinate del teatro con il cuore che quasi gli sta per scoppiare; potrebbe rinunciare al suo turno di parola, tornare a essere un invisibile e rispettabile avvocato di second’ordine: le voci sulle sue inclinazioni gli avevano già impedito una carriera brillante nella cosa pubblica, nonostante fosse stato uno studente modello, ma un’esistenza tranquilla l’aveva ancora. Le scale sono finite, e il pulpito da cui prendere la parola lo aspetta lì di fronte a lui: deve solo varcare l’ingresso della sala. L’argomento è innominabile: dovrà parlare in difesa dell’amore tra persone dello stesso sesso, contro le leggi anti-sodomia che lo considerano un crimine.

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E se tacesse? Se rinunciasse? Sappiamo poco sul conto della mente, il territorio più indagato e più sconosciuto insieme, ma tutti di fronte a uno di quei momenti chiamati giro di boa, gettiamo lo sguardo verso il passato. Mentre è in bilico tra il fuggire via e compiere gli ultimi passi verso il palco da cui prendere la parola, Karl torna con la mente a una notte berlinese quando aveva ventidue anni e, dopo essere stato a un ballo, non riesce a togliersi dalla testa i corpi muscolosi e sudati dei ballerini; e ancora, alla prima volta che si trovò tra le braccia di un altro uomo e che strinse un uomo tra le proprie braccia; a tutte le altre volte che successe, senza sentirsi mai sbagliato; infine, ripensa alla sua famiglia, quando qualche anno prima decise appunto di raccontare loro chi fosse davvero, e a come pur essendo impreparati non lo avevano mai abbandonato. Soprattutto, però, ricorda un caro amico, il gesto disperato di suicidarsi per sfuggire alla vergogna pubblica di una condanna per sodomia.

Così, con un coraggio che non sospettava di avere, e con il cuore in gola prende la parola: “Signori, la mia proposta è diretta a una revisione della legge penale, al fine di abolire la persecuzione di una categoria di persone innocenti. Ed è al tempo stesso un modo per arginare il costante flusso di suicidi.” Prende un respiro, è il momento. “Le vittime sono coloro che provano attrazione per persone dello stesso sesso.” Dai banchi dei colleghi si levano urla di indignazione, insulti, ordini di smettere di parlare. Ma c’è anche qualcuno che lo invita a proseguire nel suo argomento. “Tale categoria di persone ha subìto la persecuzione della legge solo perché la natura ha seminato in loro un’indole sessuale opposta a quella consueta”. Il boato degli improperi è tale che Ulrichs non riesce a terminare il suo discorso: il cuore gli scoppia nel petto e scappa. Karl non è uno sprovveduto, sapeva bene che non sarebbe arrivato alla fine. Per questo, ha utilizzato subito il termine “natura”. Da più di vent’anni, tramite pamphlet con il nom de plume Numa Numantius (il primo risale al 1864), Ulrichs parla di istinto naturale, innatismo e di diritti. Sebbene il suo intervento non venga nemmeno messo agli atti e, in sostanza, gli stati membri del nuovo impero tedesco – che tuttavia durò poco – adotteranno un intero codice penale contro la sodomia, quell’impareggiabile primo coming out pubblico cambierà la cultura tedesca, o meglio ancora europea, ma più in generale la Storia dei diritti civili.

Karl muore nel 1895 quasi dimenticato a L’Aquila (si trasferì in Italia nel 1880, riparo in quegli anni di molti omosessuali infelici nei loro Paesi natali) e la sua battaglia è stata nell’immediato senza risultati, non ottenne nessun cambiamento legislativo, è vero, ma lasciò un’eredità di poderoso fulgore: forgiò il movimento omosessuale nella generazione subito posteriore alla sua, che renderà Berlino alla fine del XIX secolo la capitale dell’attivismo per i diritti civili, oltre che la città dove nascerà la cultura alternativa, quando dalle ceneri dell’Impero ormai dissolto con la Grande Guerra, sorge la Berlino del ventesimo secolo.

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