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FRIDA KAHLO

FRIDA KAHLO

Francesca Druetti

Parafrasando George Orwell, tutti gli artisti sono unici, ma alcuni sono più unici di altri. E Frida Kahlo è certamente una di loro. Passano gli anni e la sua arte non smette di essere ovunque. E più ancora della sua arte, il suo volto: inevitabile, dato che dei suoi 143 quadri, 55 sono autoritratti. A cui si aggiungono le fotografie (quelle scattate da suo padre, che era fotografo, e quelle venute con la fama e gli ammiratori). Ritroviamo Frida stampata su qualsiasi superficie immaginabile, dai calzini alle tazze ai tatuaggi: è la Fridamania. Una versione sicuramente fatta in serie, semplificata e sterilizzata di un’artista così complessa, ma non è proprio questa una caratteristica delle icone? L’immediata riconoscibilità, la riduzione ad alcuni caratteri fondamentali che rendono il suo messaggio (o l’idea di esso) alla portata di tutti, il suo potere evocativo in aria di santità, come le omonime immagini sacre, da venerare e a cui raccomandarsi. E tuttavia, se per soddisfare tutti coloro che vogliono votarsi all’icona è necessario ricondurla a un tratto pop da piazzare sul merchandising, per diventare un’icona l’alchimia è tutt’altro che semplice.

La vita di Frida è un intreccio di dramma, passione, arte, politica, sofferenza e determinazione che è difficile descrivere senza cadere in toni romanzeschi. Eppure è tutto vero. Tutto nella sua vicenda è smisurato, intenso, vissuto con profondità e in costante contrattazione con i limiti del corpo, straziato, dolente, e destinato a cedere troppo in fretta. E così, come nella sua arte, ogni cosa è simbolo di molte altre, ogni tratto contiene un suo doppio, tante identità diverse convergono in una sola persona, come se vivendo tutte queste vite contemporaneamente si potesse moltiplicare il (poco) tempo a disposizione. A partire dalle proprie origini: padre tedesco e madre per metà messicana e per metà nativa americana, Frida è consapevole della sua parte europea e di quella messicana, le dipinge anche, in abiti tradizionali, mano nella mano, in uno dei suoi autoritratti più famosi, “Le due Frida”, dipinto a 32 anni. Non è stato facile arrivare fino a qui, per Frida, nemmeno fisicamente: la poliomielite le ha lasciato una gamba più corta dell’altra, ma soprattutto, a soli 18 anni è stata vittima di un terribile incidente d’autobus. Le conseguenze delle fratture di quel giorno la tormenteranno per tutta la vita. Magdalena Carmen Frida non diventerà una dottoressa, come aveva immaginato, ma nei mesi di convalescenza ha deciso: sarà un’artista e una militante del partito comunista, a cui si iscrive nel 1927 e attraverso il quale inizia a frequentare il pittore Diego Rivera, che sarà il più grande amore della sua vita (anche se non l’unico).

Frida ama intensamente, soffre, ha una lingua tagliente quando è necessario. Dipinge con tutti i colori dell’arcobaleno, accesi, spavaldi, senza risparmiarsi, ispirandosi all’arte messicana, alla mitologia azteca, alle pitture votive: ebbene sì, l’icona ha una collezione di icone a casa. È un personaggio pubblico, un’artista di fama crescente sposata con un altro artista già famoso, la prima pittrice messicana con un quadro al Louvre. Appare su Vogue America, espone a New York e Parigi, dove il suo look attira l’attenzione: il suo volto, i capelli acconciati in una treccia, gli abiti colorati sono diventati un marchio di fabbrica inconfondibile, coltivato con un senso dell’immagine da artista e da diva.

Anche la sua vita privata è al centro dell’attenzione: il suo matrimonio con Diego è stato un evento di richiamo, ma nel frattempo la vicenda si è complicata. Frida è legata al Messico ed è insofferente al trasferimento negli Stati Uniti (che chiama “Gringolandia”), lui non le perdona di averli riportati a casa. Entrambi sono infedeli (Rivera riteneva di non poter essere monogamo, letteralmente come condizione medica) ma quando Diego tradisce Frida con sua sorella Cristina la misura è colma. “Ho avuto due gravi incidenti nella mia vita. Il primo fu quando un tram mi mise al tappeto, l’altro fu Diego”, dichiara in un’intervista. Si separano, divorziano brevemente, per poi risposarsi nel 1940. Nel mentre, sono riusciti a far ottenere asilo politico in Messico a Leone Trotzky e la moglie, in fuga da Stalin. Per qualche mese, Frida si lascia affascinare dal rivoluzionario permanente che accoglie in casa, con cui ha una breve relazione, ma poi Trotzky finisce per trovare un’altra sistemazione, e verrà ucciso da un sicario il 21 agosto 1940. È uno scandalo internazionale, con Frida trattenuta in carcere per due giorni con sua sorella, e Diego fuggito negli Stati Uniti, nonostante nessuno di loro avesse a che fare con il celebre assassinio.

Rivoluzionari in esilio a parte, per tutta la vita Frida ama appassionatamente, corpo e anima. Artisti come Isamu Noguchi, attrici come Dolores del Rio, la fotografa Tina Modotti e Nickolas Muray, un altro fotografo, l’autore del ritratto più iconico dell’icona: la fotografia sullo sfondo verde a fiori, con indosso l’abito Tehuana delle donne indigene, diventato il simbolo della resistenza all’assimilazione culturale colonialista e dell’indipendenza economica femminile. La sua bisessualità non è un mistero e trova spazio anche nei suoi quadri: sono celebri le due donne di “Due nudi in un bosco” (che ritornano in “Quello che l’acqua mi ha portato”); il cervo sessualmente ibrido dipinto nel 1946 e il famosissimo “Autoritratto con i capelli tagliati” in abiti maschili. Opere in cui Frida include non solo il tema dell’attrazione e dell’identità sessuale, ma quello più ampio dei ruoli di genere e dell’oppressività del sistema patriarcale (particolarmente rilevante nel contesto della società messicana).

Insomma, se guardiamo alla biografia di Frida, alla sua arte e alla mitologia che la circonda, non è difficile comprendere perché sia diventata un’icona, grazie soprattutto alla dedizione della comunità LGBTQI+ e delle femministe che hanno riconosciuto nelle caratteristiche di Frida – donna, bisessuale, carismatica, appassionata, tormentata, non bianca – un modello e una figura di riferimento. Frida, che ha trovato la propria voce, superando le avversità e ribaltando aspettative e stereotipi legati alla femminilità, alla malattia, alle origini, e l’ha fatta risuonare forte e chiara con il suo talento e la sua storia personale è la naturale eroina degli outsider, degli oppressi, di chi sfida le norme e la predestinazione. Dopo un periodo di relativo oblio seguito alla morte della pittrice nel 1954, la Fridamania è esplosa a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. Per non parlare degli anni Novanta, in cui si scopre che la fan numero 1 di Frida è nientemeno che Madonna, che ha comprato due suoi quadri (oltre ai diritti per trarre un film dalla sua biografia) e che per festeggiare a modo suo il 112° compleanno della pittrice si è photoshoppata su una delle “Due Frida” del famoso autoritratto. La vita di Frida è arrivata sul grande schermo nel 2002, nella versione interpretata e prodotta da Salma Hayek, insieme alla Miramax, la casa produttrice di Harvey Weinstein. Solo 15 anni dopo, nel 2017, inserendosi nel contesto di denunce del #metoo, Hayek riuscirà a condividere con una lunga lettera al New York Times (tradotta qui) la terribile esperienza di abusi e di ricatti che è stata la lavorazione del film con Weinstein, che oggi sta scontando ventitré anni di prigione per stupro e aggressione sessuale.

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Don’t mess with a Frida maniac.

(Per approfondire: se cercate un’analisi femminista e fuori dagli stereotipi dell’arte di Frida Kahlo, il “must read” è Devouring Frida. The Art History and Popular Celebrity of Frida Kahlo, di Margaret A. Lindauer).

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