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FANTAGHIRÒ

FANTAGHIRÒ

Federica Di Martino

Ispirato alla raccolta “Sessanta novelle popolari montalesi” e ripreso nell’omonimo racconto di Italo Calvino, Fantaghirò ha rappresentato un caposaldo della televisione italiana anni ’90, ancora oggi sfondo immancabile delle nostalgiche festività natalizie, con maratone sfiancanti che Game of Thrones scansate proprio.

Ma c’è molto di più dietro l’eroina interpretata da Alessandra Martines, tanto da rivedere in lei una icona del femminismo italiano ante-litteram. Fa strano dirlo, ancora più pensarlo, soprattutto parlando di un prodotto chiaramente mainstream tutto in salsa italiana, nato per condire di fantasy (non proprio il nostro forte, dobbiamo ammetterlo) il palinsesto di una TV generalista, che è stata capace di regalarci, attraverso la magistrale regia di Lamberto Bava, un intreccio recitativo possibile tra Kim Rossi Stuart e Brigitte Nielsen, ad esempio.

Ma torniamo a noi, torniamo a definire i contorni di questo iconico femminismo pop, che ci porterà a viaggiare tra magia, avventura e drastici tagli di capelli.

Trasmessa per la prima volta tra il 22 e il 23 dicembre 1991 su Italia 1, Fantaghirò racconta le vicende di una giovane donna, figlia di un re e ultima di tre sorelle, che fin dall’infanzia accoglie su di sé il dispiacere di un padre che avrebbe voluto almeno un bel maschietto, erede unico dell’impero. Fantaghirò cresce nell’idea di poter sovvertire gli ordini sociali precostituiti, e si divide nelle svariate stagioni a difendere il proprio regno da eserciti nemici e oscure forze del male, aiutata e sostenuta da personaggi fantastici come animali parlanti, pietre e bambini dai poteri occulti.

Durante la prima stagione, Fantaghirò incontra l’amore, il principe Romualdo, inizialmente nemico di combattimento, che diventerà poi fedele compagno nei tempi a venire.

A una prima analisi, Fantaghirò risponde in tutto e per tutto agli archetipi di una narrazione fantastica popolare, tanto da apparire assolutamente banale in molte delle sue costruzioni. Fantaghirò, che ha il volto di una giovane Alessandra Martines, appare fin da subito bella, bellissima, molto di più delle sue povere sorelle ben incardinate nel ruolo di regine del focolare domestico; simpatica, buona da dare il voltastomaco, leale, pronta a perdonare ogni nemico a patto di una reale conversione dagli intenti malvagi, combattiva ed eroica, ma capace di ritornare nei ranghi quando si tratta di amore e vita coniugale. Nel momento del travestimento da guerriero, Fantaghirò sfoggia un taglio a scodella, orrore di ogni coiffeur che si rispetti, per ritornare ad avere invece una bellissima chioma fluente nel giro di un paio di scene, quando si tratta del suo matrimonio o dei brevi momenti da castellana.

Questo è quello che appare ad uno sguardo critico, e forse anche oggettivo a posteriori; altra cosa è quello che hanno visto i nostri occhi di bambine negli anni ’90, bambine a cui la televisione non aveva, di fatto, mai offerto modelli femminili alternativi, e che adesso per la prima volta scoprivano i margini dell’emancipazione femminile.

Partiamo da un’idea assolutamente rivoluzionaria per quei tempi: Fantaghirò è una seria declinata totalmente al femminile; le donne sono le assolute protagoniste e gli uomini sono, il più delle volte, comprimari soltanto su carta, mentre nei fatti hanno la stessa incisività dei miei propositi di dieta, per intenderci.

Il padre di Fantaghirò è una meteora che illumina la scena il tempo di un saluto e qualche battuta. Romualdo, che avrebbe potuto accompagnare la nostra eroina in almeno un quarto delle sue avventure, nella realtà passa il suo tempo in uno stato di indefinito torpore, sviene a scene alterne e in una stagione, grazie a un incantesimo, si marmorizza assumendo le fattezze di bella statuina. Inutile dirvi, d’altronde, che sarà sempre Fantaghirò a salvarlo e tirarlo fuori dai guai. L’altro protagonista, icona romantica da destinare alle copertine dei migliori Cioè, ovvero Tarabas, viveva in balia della madre, che lo teneva rintanato in una grotta senza vie di fuga, odiando chiunque osasse allontanare suo figlio da lei. Vi ricorda i tre quarti dei vostri amori passati, vero?

Unica presenza degna di nota, la “straordinaria partecipazione” da titoli di coda del compianto Ennio Fantastichini, che con la sua sporadica presenza riempiva la scena ridando fierezza ed onore al parterre maschile.

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Anche sulle questioni femministe in materia di anti-specismo Fantaghirò ha precorso i tempi. La nostra eroina, da sempre, ha dichiarato di non mangiare animali, e successivamente tutto ciò che in qualche forma potesse rivolgerle la parola (capirete bene che in una serie fantasy a riattivare qualunque essere inanimato era uno schioppo di sceneggiatura), riducendo di molto le sue scelte in materia alimentare. Unico sfogo, senza far caso troppo alla forma e al protocollo, la rivalsa su una casa di marzapane, distrutta nel giro di qualche secondo, con buona pace del dentista di corte.

Insomma, tra ragazze coccodè, veline, tutte prese dal canticchiare senza neanche pensarci il jingle “cin cin ricoprimi di baci, cin cin assaggi e poi mi dici”, chissà che cosa ne sarebbe stata delle nostra vita senza la produzione di Fantaghirò, chissà se saremmo rimaste assuefatte ad un modello che ancora oggi, purtroppo, la fa ancora da padrone.

È un debito di riconoscenza il mio, ed è anche un messaggio di scuse ideali, per tutte le volte in cui abbiamo preso a prestito modelli ben più alti, sicuramente, ma dimenticandoci quelle che sono le origini di una generazione che è cresciuta a pane e televisione.

Fantaghirò è un punto zero ideale in cui poterci riconoscere e da cui poter ripartire per regalare alle nuove generazioni storie ideali, fantastiche, in cui la principessa può restare tale e non esserlo sempre, scegliere chi avere accanto e decidere, se ne ha voglia, di salvarsi da sola, magari insieme ad altre sorelle.

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