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Vittoria Schisano: “Quando non si è se stessi, non si è niente. La vita è una sola, non perdiamo tempo”

Vittoria Schisano: “Quando non si è se stessi, non si è niente. La vita è una sola, non perdiamo tempo”

Gaspare Baglio

L’abbiamo vista in tv in tante fiction come Il bello delle donne…alcuni anni dopo o I bastardi di Pizzofalcone. Ha fatto qualche ospitata e ha calcato persino il palco del Salone Margherita per lo spettacolo Femmina! made in Bagaglino. Il vero riscontro nazional-popolare, però, l’ha avuto con la soap opera Un posto al sole, che ha sdoganato l’amore senza pregiudizi. Dopo quell’avventura Vittoria Schisano è entrata nel cast di Ballando con le stelle, tra gli show di punta di Rai1 che, a causa dell’emergenza Covid-19, è stato rimandato in autunno: «Era stato anche ipotizzato di ballare mantenendo le distanze di sicurezza, ma sarebbe stato come danzare a metà. Non sappiamo ancora quando inizieremo. Non ti nascondo che sono un po’ preoccupata, ora che il Paese si ricomincia a muovere. A parte lo sfollamento della terapia intensiva, non mi sembra cambiato molto da due mesi fa. So che è difficile dire, a un ragazzino di 16 anni, di non andare dalla fidanzata, però ci vuole un po’ di maturità. Anche a me manca abbracciare la famiglia a Napoli e gli amici, ma in modo intelligente, bisogna aspettare».

Coronavirus a parte, perché la tua presenza a Un posto al sole è stata importante?

Vado controcorrente: sono nata in un corpo che non mi apparteneva, lo sapevo e, se vogliamo fare un passo indietro, sono stata la prima ad avere pregiudizi.

Cioè?

La transessuale per me era biondo platino, con la quinta di seno e, nella migliore delle ipotesi, faceva la escort. Era tutto quello che non volevo essere, con tutto il rispetto di chi ha scelto o è stato costretto a scegliere questa soluzione.

Perché avevi questa visione?

Quando nasciamo non c’è un’istituzione che insegna come si comportano gli etero, i gay e le persone che nascono in un corpo sbagliato. Anche io, per comodità, inizialmente dicevo di essere omosessuale.

Quando sono cambiate le cose?

Dopo qualche anno ho iniziato a guardarmi intorno, ho compreso che si è belle o brutte persone indipendentemente dall’identità di genere. Ho vissuto la transessualità come un viaggio da un posto a un altro, fino al mio diventare donna a tutti gli effetti. Non ho fatto, della transessualità, una professione. Una cosa sbagliata per tutta la categoria. Io vado in tv per parlare della mia esperienza.

Che immagine cerchi di dare?

Un esempio sano, cerco di avere tutte le accortezze del caso, per far sì che, a casa, ci sia un messaggio positivo. Credo che i personaggi pubblici abbiano una funzione sociale. Io ce l’ho come persona e come donna che ha vissuto la transizione. Tutti si aspettavano lo scandalo, con i paparazzi fuori casa che si immaginavano chissà cosa. Ho avuto un percorso lungo, di dolore fisco e mentale, di sacrifici e impegni economici.

Cosa provavi?

Avevo paura. Ricordo che mia madre disse «che bisogno hai dei tacchi e del trucco?». Avevo già una vita da omosessuale, ai suoi occhi.

E ai tuoi, di occhi?

Ero una donna che stava con un uomo e si accontentava di una situazione, forse, meno difficile, ma comunque complicata. Dissi a mia mamma che avevo bisogno di guardarmi allo specchio e riconoscermi. Questa mia durezza di pormi senza filtro, forse è quella arrivata al pubblico.

Ecco, il pubblico. Come pensi abbia reagito alla tua storia?

Sugli uomini la bellezza ha contato, dalle donne sentivo ostilità perché se sei bella, sei scema; se sei un’attrice, sei una zoccola; se fai il mio percorso, sei Satana. Io sono un’attrice, sono una bella ragazza e ho fatto un percorso di transizione, pensa un po’. Poi però, se si ha dignità e si è brave persone, la gente si dimentica del vissuto precedente.

Come ti rapporti, invece, con la comunità LGBTQI+?

Abbiamo fatto passi avanti. La stampa, però, dovrebbe mostrare un altro mondo.

Cosa intendi?

Hanno raccontato Il vizietto, va benissimo, perché noi siamo anche quello. Si dovrebbero mostrare anche altri aspetti della comunità LGBTQI+. Il messaggio che arrivava a mia mamma, ad esempio, era di un mondo sempre sopra le righe. Bisognerebbe fare capire che non è così anche alla nonna del paesino sperduto. Le altre facce della nostra comunità non tolgono nulla a quello che viene sempre mandato in onda, ma lo arricchisce. Lo dico perché, la prima volta che sono entrata in un locale gay, era pieno di uomini totalmente diversi da quelli descritti dalle macchiette dipinte dai media.

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E qui torniamo a Un posto al sole, che è uno dei programmi più conosciuti della tv…

Hanno voluto raccontare la vicenda di Carla, una storia d’amore, tra un genitore e le proprie figlie, che supera i clichè. È piaciuto questo mio senso materno, ma la transizione del personaggio era un pretesto. Carla, prima di essere una donna che in passato era un uomo, è un genitore. Siamo persone, prima di tutto.

Nel mondo dello spettacolo chi ti ha dato una mano?

Alessandro Cecchi Paone mi è stato vicino. E Barbara d’Urso mi ha spesso invitato nei suoi programmi, prendendo le mie difese anche a telecamere spente. Crede realmente a quello che dice a telecamere accese, non lo fa per avere più follower. È una delle persone che mi ha chiesto «Come stai?» anche quando ero in preda ai miei mostri, alle mie preoccupazioni e alla paura di non farcela. Ho trovato la serenità solo da tre anni e Vittoria è nata 7 anni fa. Mi sono mostrata come la femmina che non deve chiedere mai, ma nel privato non era così.

Che facevi?

Molto spesso mi ritoccavo non per una perfezione estetica, ma perché in qualche angolo del viso scorgevo Giuseppe. Ora mi riconosco, vedo la ragazza che, da bambina, sognavo di essere.

Cosa diresti alle ragazze che vorrebbero intraprendere un percorso simile al tuo?

Le stesse cose che mi dicevo quando la vita era un grosso punto interrogativo. La crisi è arrivata nel momento in cui avevo tutto: il primo red carpet, l’acquisto di una casa e il premio come miglior attore esordiente. Eppure non ero felice, tutto quello che avevo era finto perché non avevo me stessa. Quando non si è se stessi, non si è niente. Pensa che, nel momento in cui ho fatto la scelta, il mio ufficio stampa mi ha fatto una domanda: «Lo sai che puoi perdere tutto?»

E tu?

Lo sapevo, ma ho guadagnato la cosa più importante: me stessa. Non è stato facile, nessuno pensa sia una figata essere nati in un corpo sbagliato. La vita è una sola, non possiamo sprecare tempo. Tua mamma non ti capisce? Pazienza, capirà. E se non comprende non è quello il problema. Ti chiamano frocio? La risposta è «’sti cazzi». Le persone avranno sempre da ridire. Dobbiamo preoccuparci di quello che diciamo a noi stessi, quando siamo soli.

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