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La transizione di genere nella cultura e nel mito

La transizione di genere nella cultura e nel mito

Angelo Molica Franco

Al Museo delle arti decorative di Parigi – nell’ala occidentale del Louvre –, nelle sale dedicate a pale d’altare, trittici e predelle sacre medievali, ve ne è una molto impertinente: in presenza di un frate anziano e un reale (probabilmente l’imperatore Galieno), una figura sacra sta svestendosi. A colpire l’attenzione rispetto al santo imberbe con attorno al capo il nimbo rosso dei martiri, è qualcosa all’altezza del petto simile a una fascia che nasconde delle morbide rotondità. Leggiamo la didascalia di questa pala a tempera su fondo argentato su legno: Frontal de sainte Eugénie-Eugène. A cagione di un’inguaribile orbità culturale – di quelle definite col garantista senno del poi “equivoci”, “sviste”, o mera “dimenticanza” – secondo cui la civiltà occidentale (certamente più di quella orientale) è sempre stata in grado di ordinare i propri concetti solo per opposizione o somiglianza, e dunque, in un sistema elusivamente binario (bianco o nero; bello o brutto), vien da chiedersi: “È maschio o femmina?”.

Eugenia – che non nasce già santa nel secondo secolo d.C. – è figlia di una nobile famiglia romana. Quando il padre, Filippo, viene nominato prefetto d’Egitto da parte dell’imperatore Galieno, tutto il clan si trasferisce ad Alessandria d’Egitto. Qui, per sfuggire al matrimonio combinato con il giovane Aquilino – figlio del console – Eugenia chiede aiuto agli eunuchi che l’hanno cresciuta. La soluzione è convertirsi al cristianesimo ed entrare sotto falsa identità in un monastero maschile come ragazzo. Fra le mura, tale è la sua santità in vita, da venir eletto abate e la sua nomea diffondersi nel regno. La nobile Matrona Melanzia se ne innamora e, respinta, accusa l’abate Eugenio di averle usato violenza. Durante il processo, come una Frine della prima ora, per scagionarsi Eugenio si rivelerà Eugenia. Il capo d’accusa decade, come pure il capo di Eugenia: decapitata per frode.

Di storie di fanciulle come Eugenia di Roma o come Tecla (vergine discepola di san Paolo, che proprio lui aveva autorizzato a rasarsi il capo e vestire panni maschili) l’agiografia è piena già a partire dai primi anni del cristianesimo. Ma di attraversamenti da un genere all’altro, ne esistono anche sull’altro versante. Come non rammemorare, per esempio, nel terzo secolo d.C. l’imperatore Romano Eliogabalo che si vestiva da donna, si dipingeva le labbra e indossava parrucche, secondo quanto riporta Cassio Dione nella Storia Romana. Mentre si sposava e divorziava cinque volte con delle donne, la sua relazione più duratura fu con un auriga di nome Ierocle, un bel ragazzo biondo e possente, come possiamo ammirare nel bellissimo dipinto Le rose di Eliogabalo di Lawrence Alma-Tadema. I due si sposarono con una pubblica cerimonia durante la quale l’imperatore vestiva abiti femminili ufficiali. Ma ebbe anche moltissimi amanti, tra cui Aurelio Zotico, un possente atleta di Smirne celebre per la sua dotazione sessuale (oggi si direbbe XXL). Si racconta – sì, suvvia, un po’ di pettegolezzi – che quando si incontrarono la prima volta e l’atleta salutò il suo imperatore appellandolo “Mio signore e imperatore”, Eliogabalo rispose vezzoso che voleva essere chiamato “signora”. Ma quella notte, per quello che a tutti gli effetti era il loro primo appuntamento, Eliogabalo rimase deluso. E non perché le voci su Zotico fossero mendaci, anzi, ma perché Ierocle – geloso e timoroso di essere spodestato – drogò Zotico con una pozione sciolta nel vino che gli impedì di avere un’erezione. In questo modo, al nuovo amante non riuscì di strappare a Irecle il titolo di cubicularius (cioè: addetto alla camera da letto dell’imperatore). Eliogabalo non era uno da seconde possibilità: così, racconta Cassio Dione, Zotico venne cacciato.

Non deve stupire una tale apertura alle tante forme del sesso nel mondo classico – un periodo in cui tutti erano così impegnati ad amarsi e ad amare da non avere il tempo di controllare con chi gli altri facessero i propri affari –, il cui liberalismo culturale sembra con gli occhi dell’oggi pura fantasia… i paradossi della Storia. Poiché quel paesaggio sociale era abbeverato da una mitologia che coltivava la lussuria e il godimento con un certo impegno. Per dirla nelle parole di Herbert Marcuse, le società pre-crisitane si fondavano sul principio del piacere (chiamali scemi…). Senza voler riannodare qui gli amori gay di Apollo (un vero conquistatore) quali Giacinto, Ciparisso, Zefiro, Iapige, o mandare a memoria i versi del Canto XVIII dell’Iliade sulle lacrime versate da Achille sul corpo esangue di Patroclo mentre “geme come un leone dalla bella criniera”, o ancora citare le liriche d’amore dal Carme ad Afrodite della poetessa Saffo per le sue allieve del tiaso, la tematica trans è presente già nella mitologia greca. La dea Atena, per esempio, preferisce mostrarsi ai suoi protetti in sembianze maschili, così come al contrario Dionisio (generato dalla coscia del padre) incarna molto spesso ruoli femminili per amare degli uomini; il mito di Ermafrodito, il cui fascino riverbera nella scultura conservata nelle sale principali del primo piano del Louvre, accompagna idealmente quello di Tiresia che, come compensazione della perdita della verginità a causa del dio Poseidone che le usa violenza, si trasforma nell’invincibile eroe Ceneus.

Ma se adesso, nella settimana in cui QM ha deciso di consacrarsi all’orgoglio T, si riavvoltolano queste storie non è per impudicizia, o almeno non soltanto per il gusto salottiero del cedere all’impudicizia tra amici, ma per dimostrare che l’idea di transizione è sempre esistita nell’immaginario dell’umanità, da che mondo è mondo.

Nelle Americhe pre-Colombo, vi erano le “berdache” (persone nate uomini ma che avevano assunto ruoli femminili) e le “donne di passaggio” (persone nate donne ma che avevano assunto ruoli maschili). Figure in transito verso un’espressione altra, sono anche gli Hijra dell’antica India (2.000 a. C.), i giovinetti köçek presso le corti dell’impero ottomano (2.000 a.C.). Per non parlare, infine, dei galli della liberalissima antica Grecia, sacerdoti della dea Cibele e del dio Attis (300 a. C.). Tutte queste figure, insieme ai celebri eunuchi (che venivano però mutilati per ragioni politiche, domestiche o artistiche) sono tra le prime manifestazioni di transizione, in un’epoca in cui le operazioni di riassegnazione sessuale non erano nemmeno immaginabili, essendo la chirurgia sideralmente lontana.

Una precisazione, a questo punto, però va fatta! Ed è di natura linguistica. Oggi la discussione sia essa politica, culturale, etica o estetica è molto più vasta (non costantemente adeguata, però), ma da sempre – anche prima dell’avvento del naturalismo e del suo rigore scientifico, per intenderci – le parole sesso (sexus o più correttamente sexus natura) e genere (genus) erano utilizzate con delle precise differenziazioni. Mentre Genus poteva già designare sia gli organi sessuali, sia il genere (maschile e femminile), sia la specie, Sexus poteva acquisire il significato di genere solo nell’espressione sexus perfectior (il sesso perfetto) per designare il genere maschile, ma correntemente descriveva soltanto gli organi riproduttivi. Dunque è il concetto di genere che ingloba da sempre quello di sesso, motivo per cui è più corretto parlare di trans-generismo per Eliogabalo o per Sant Eugenio.

Tuttavia, l’epopea dei monaci trans-genere e dei santi en travesti del Medioevo è più sfaccettata e interessante, poiché foriera di un primato. Mentre alcune donne vivevano realmente il dissidio tra genere e sesso, per altre è stata una scelta di necessità: per esempio, seguire una vocazione religiosa quando gli ordini erano di partecipazione solo maschile. Cosa che accadde per esempio a fratello Joseph, alias sant’Hildegonde: è lei il primato. La piccola Hildegonde nasce in un’umile famiglia di Neuss, vicino Colonia in Germania, nel 1160 da un padre vedovo. In pellegrinaggio verso Gerusalemme, durante il quale per ragioni di praticità e discrezione il padre lo veste da ragazzino e lo chiama Joseph, lo stesso padre muore e Hildegonde – rimasta da sola lontano dalla sua casa e dalla sua gente – decide di conservare l’identità da ragazzo e farsi monaco. La sua vita fu rocambolesca, il centro d’attrazione di un poema epico (fughe, prigionie, processi, incontri col papa, spionaggio), ma qui ci interessa la sua morte. Nelle memorie redatte da un suo sodale mentre Joseph era in vita, leggiamo nel momento della toletta funeraria – quando cioè scoprirono che Joseph non era un maschio biologico – che il suo biografo Genus masculinum in femininum transivit, fece cioè passare al femminile il genere che prima aveva scritto al maschile. Siamo di fronte al primo utilizzo documentato in latino del verbo transire per definire il passaggio, la transizione, da un genere all’altro. Se volessimo inerpicarci nell’esercizio di cercare un momento per l’avvio della letteratura trans-genere è (involontariamente) questo, perché è solo quando si nominano le cose in maniera corretta che si diminuisce la quantità di sofferenza che c’è nel mondo.

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Non a caso prima si accennava alla tradizione del binarismo culturale che con la sua insufficienza ermeneutica castra (è il caso di dirlo) l’evoluzione della civiltà ancora oggi. Due, ormai è chiaro, non basta! Ciò vale per le categorie dello spirito, ma anche per quelle del corpo; e non c’è bisogno di scomodare Aristotele per capire quanto esse siano connesse. Lo dimostra, nel suo piccolo, anche il pittogramma di una ritirata alla Metropolitan State University di Minneapolis: sopra alla didascalia “Chiunque può utilizzare questo bagno, indipendentemente dall’espressione o dall’identità di genere”, tre persone stilizzate: un omino con i pantaloni, una donna con la gonna, e una figura metà pantaloni e metà gonna. Il terzo genere esiste, intendendo per terzo la necessità di riconoscere e nominare una realtà altra, che attraversa ed esula dalle due categorie!

Dall’altro lato, se volessimo inoltre parlare del transessualismo e della sua nascita bisogna risalire i secoli dal Medioevo e procedere spediti verso il ventesimo secolo al fine di far la conoscenza di un illuminato precursore: il dottor Magnus Hirschfeld, sessuologo fondatore nel 1897 a Berlino del comitato scientifico-umanitario – il primo movimento per i diritti civili – e nel 1919 dell’Istituto per la ricerca sessuale, sempre a Berlino (di cui Auden e Isherwood raccontano diffusamente). A lui, insieme al coraggio del funzionario tedesco Karl Einrich Ulrichs (autore del primo coming out in pubblico della storia), si deve la lotta al pregiudizio e alle discriminazioni di genere, e la nascita del concetto di naturale orientamento sessuale. Osservando, nel suo istituto, uomini gay e donne lesbiche (persone dunque a proprio agio con il loro genere e il loro sesso – per tornare alla differenziazione fatta poc’anzi – e orientate all’attrazione per il medesimo sesso, e dunque omo-sessuali) si accorse che vi era un’identità sessuale terza, che si situava in mezzo a maschio e femmina. Li raccolse tutti in una pubblicazione fotografica dal titolo Sexual Intermediates nel 1922. Tuttavia, si accorse che il pacifico prefisso “inter” (con la sua semantica statica) non esprimeva bene il desiderio un po’ inquieto di persone in cui genere e sesso non combaciavano e che volevano sì una identità tra le due già esperite ma che fosse allo stesso tempo altra: così scelse il prefisso “trans”, che meglio pitturava l’idea del passaggio, e li chiamò “transsexuals” nel suo saggio Die Travestiten. Si deve però al medico Harry Benjamin nel 1953 la definizione più esatta e piatta di transessuale, finalmente sganciata dall’idea di travestimento: “Quando un soggetto biologicamente normale sente di appartenere all’altro sesso e vuole cambiare, con intervento chirurgico e terapia, la sua conformazione anatomica”.

Intanto già dall’inizio del Novecento, mentre l’avvento del treno a vapore a metà del secolo precedente ha trasformato la società da rurale a industrializzata, mutandone profondamente lo sguardo – basti pensare a come la velocità degli spostamenti ha ricondizionato il concetto di spazio-tempo e dunque l’immagine derivata che si ha del mondo –, in Germania e in America si eseguono le prime operazioni di riassegnazione sessuale. Molti credono, grazie anche al successo del romanzo e del film The danish girl, che sia stato il pittore Einar Wegener divenuto poi Lili Elbe la prima donna transessuale della storia (morta sventuratamente per via delle complicanze dell’ultima operazione), ma non è così. Prima di lei, occorre fare i nomi della pittrice Toni Ebel (nato Otto) e morta all’età di 80 anni nel 1961 e dell’attrice Carla van Crist tornata in America dopo la Seconda Guerra mondiale, anche lei longeva; come memorabili sono pure i nomi di Karl Baer (nata Marta) e Alan Hart (nata Lucille), che sono i primi uomini transessuali della storia ad aver ottenuto un nuovo certificato di nascita. Tutta questa magnetica e coraggiosa umanità della guizzante Berlino di inizio Novecento, non la troviamo solo nei romanzi di Christopher Isherwood o di Klauss Mann (figlio di Thomas), ma anche nelle figure così maliziose e magnetiche dei quadri di Gerda Wegener (moglie di Einar) come Giù la maschera, La storia di Einar, Il Museo immaginario.

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