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Trans* e carceri, storie di diritti umani troppo spesso calpestati

Trans* e carceri, storie di diritti umani troppo spesso calpestati

Gianmarco Capogna

Nell’affrontare le tante questioni legate alle persone in transizione non si può prescindere anche dall’addentrarsi nel mondo delle carceri, luoghi di detenzione che per molti aspetti si muovono al limite tra rispetto e violazione dei diritti umani.

Questo vale anche per le persone trans, come appare evidente dagli aspetti messi in luce da un articolo di approfondimento di Antigone, associazione “per i diritti e le garanzie nel sistema penale”, nata alla fine degli anni Ottanta e promossa, tra gli altri, da Massimo Cacciari, Stefano Rodotà e Rossana Rossanda.

Il quadro che emerge mette in luce che la situazione è ancora molto complessa e riguarda in particolare gli spazi e la ripartizione dei detenut* trans negli istituti di detenzione maschili e femminili che si trascinano dietro problemi di discriminazioni, abusi e veri e la costituzione di vere e proprie “sezioni-ghetto”.

Per approfondire questo tema ci confrontiamo con Miki Formisano, attivista FtM e presidente dell’associazione T Genus Magna Grecia, realtà nata il 15 aprile del 2014 con l’obiettivo principale di creare un punto d’ascolto peer to peer per offrire informazione, orientamento e solidarietà. Tra le altre finalità anche quella di collaborare con altre realtà che si adoperano per il riconoscimento e l’affermazione dei diritti delle persone che vivono un’identità di genere soggetta a discriminazioni sociali, giuridiche e politiche per affermare obiettivi comuni.

Da dove nasce il lavoro che svolgi in questo ambito?

Il mio attivismo nasce principalmente dal mio percorso personale. Sono un uomo transgender con un trascorso di sofferenza interiore molto forte dovuto alla disforia di genere che all’epoca, non avendo gli strumenti culturali per comprendere il disagio, è sfociato in un percorso di autodistruzione che mi ha portato ad avere esperienze detentive per molti anni. Oggi sono una persona serena che ha solo voglia di mettere a disposizione la propria esperienza e le capacità maturate in questi anni, contribuendo nel mio piccolo e, soprattutto, attraverso l’associazione che rappresento, ad un cambiamento culturale che preveda principalmente il benessere psicofisico delle persone transgender attraverso un cambiamento socio culturale e giuridico.

Se si parla di carceri necessariamente nel nostro Paese si parla anche di spazi di detenzione, anche per le persone trans. Il tema degli spazi non riguarda solo l’impatto fisico/psicologico ma attiene anche alla sfera della rieducazione come previsto dall’articolo 27 della Costituzione che recita “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Quali sono le maggiori criticità su questo tema?

L’art. 27 della costituzione il più delle volte resta inattuato, qualcosa di cui si sente parlare da parte delle istituzioni esclusivamente nel momento in cui qualche riflettore si accende. Spento il riflettore, l’art. 27 rientra nel suo cassetto o torna ad essere privilegio di pochi detenuti eletti. Il sistema carcerario e giudiziario non ha ancora gli strumenti culturali per credere e soprattutto per attuare percorsi riabilitativi. È ancora difficile pensare che una persona anche se ha sbagliato possa redimersi attraverso un percorso di rieducazione che inizia dal trattare la persona detenuta per ciò che è: un essere umano e non un numero di matricola.

Ci sono differenze sostanziali tra la detenzione di persone trans MtF e FtM?

Esiste una notevole differenza tra la detenzione di un FtM e una MtF. Anche nel caso del tema carceri, le donne T* vengono maggiormente penalizzate: di fatto queste identità vengono inserite nelle sezioni che all’interno del sistema detentivo ospitano casi diversi e spesso considerati “feccia” dagli altri detenuti, come sex offender, collaboratori di giustizia (chiaramente di piccolo calibro) e altre realtà “non idonee” a condividere le sezioni canoniche. In questo senso, insomma, le donne T* vengono collocate in quelle sezioni definite l’inferno dell’inferno subendo così abusi nel corpo e nell’anima. Differente è la situazione degli uomini transgender che se non hanno cambiato ancora i documenti vengono detenuti nella sezione femminile in comune con le detenute mentre se hanno cambiato i dati anagrafici vengono destinati molto spesso in una cella di isolamento.

Come pensi si possa intervenire per migliorare la questione degli spazi e della dignità dei detenut* trans?

La questione degli spazi è una questione cruciale, spesso gli spazi sono angusti e sovraffollati e di conseguenza gli elementi di privacy ed intimità vengono infranti. Credo per questo sia necessario, soprattutto per le persone più fragili, offrire alternative, come comunità o case famiglia, dove venga restituita alla persona quel senso di umanità attraverso un percorso di fiducia. Il carcere troppo spesso rappresenta una cattiva maestra su questo.

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Parliamo di buone prassi sulla condizione delle persone trans* in carcere. Quali progetti ed interventi esistono in Italia e quali andrebbero resi buone pratiche nazionali?

La prima buona prassi per tutelare le persone trans detenute è quella di costituire delle sezioni dedicate, dove ci sia assistenza sanitaria adeguata al benessere psicofisico della persona, comprensiva anche di un sostegno al percorso di transizione che vada di pari passo con un percorso rieducativo e di scolarizzazione, altro tema sul quale si registra una grande discriminazione e marginalizzazione delle persone trans*. Purtroppo esistono pochissimi istituti penitenziari con sezioni dedicate, tra cui Napoli, Belluno, Roma e Firenze e non sempre realmente conformi all’offerta di un percorso interno riabilitativo.

Di fronte al quadro che hai già presentato, come si è resa più critica la situazione in questo momento di emergenza sanitaria?

Questo momento critico dovuto al Covid19 ha ulteriormente penalizzato la fascia più debole della nostra comunità: le donne T immigrate, clandestine e sex worker. Fortunatamente le associazioni, chi in via ufficiale e chi in via ufficiosa, si sono adoperate per offrire un reale sostegno.
In generale la criticità maggiore per la comunità è dovuta all’impossibilità di ricevere la prescrizione della terapia ormonale. Si sarebbe potuto risolvere delegando la prescrizione, in questo periodo di lockdown, al medico di medicina generale, ma in Italia non siamo bravissimi a semplificarci le cose. Per criticità della prescrizione mi riferisco soprattutto al reperimento del testosterone. Chiaramente c’è stata, e tutt’ora c’è, la sospensione della presa in carico della persona per iniziare il percorso di transizione così come tutto ciò che riguarda gli interventi chirurgici; ma è più che comprensibile in questo momento duro per tutti.

Quali dovrebbero essere i primi passi politici a sostegno della comunità trans, in particolare per i/le detenut*?

I primi passi politici sono legati maggiormente ad una rivisitazione della legge 164/82: sono trascorsi quasi 40 anni, molte cose sono cambiate. In primis la consapevolezza della comunità transgender, non conforming, non binary: i nostri corpi non saranno più alla mercé di una società che non riconosce i nostri diritti, ci sterilizza e ci opprime attraverso percorsi lunghi anni. I nostri corpi saranno espressione di generi che hanno parità di diritto. Tutto ciò avrà ripercussione anche sui diritti delle persone trans detenute. Come ho già detto, a partire dagli spazi che dovranno consentire davvero percorsi di riabilitazione con finalità di inserimento lavorativo. Se vogliamo che le persone cambino bisogna offrire loro delle reali opportunità.

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