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La varianza di genere in infanzia, una realtà a cui spettano diritti

La varianza di genere in infanzia, una realtà a cui spettano diritti

GenderLens

La varianza di genere in infanzia può essere una straordinaria esperienza per un genitore che la vive quando arriva alla consapevolezza che non c’è “malattia” o “disturbo” da curare ma l’opportunità di conoscere e capire che esiste una realtà ben più ampia e colorata di quella che pensiamo di conoscere”

Per varianza di genere in infanzia si intende l’esperienza di bambine o bambini che non si riconoscono nel sesso/genere assegnato alla nascita in base agli organi genitali (f/m) e non si conformano alle aspettative sociali date dalla norma che considera come “naturali”, ma anche dominanti, l’eterosessualità e la complementarietà del binarismo di genere. Per infanzia gender variant si intendono le tante e bellissime esperienze, non solo quella binaria di identificazione con il genere opposto (f/m), evidenziando e validando le tante espressioni o Identità di genere che esistono: gender creative, trans, gender fluid, gender independent, ecc.

Se questo tipo di esperienza fino a poco tempo fa poteva essere raccontata solo attraverso gli strumenti messi a disposizione da un approccio scientifico rigorosamente limitato alla medicina, negli ultimi tempi hanno trovato spazio altri discorsi e altri attori sociali, i quali chiedono che la varianza di genere in infanzia sia considerata un’esperienza sana e legittima da validare e tutelare negli spazi sociali più importanti della vita de* bambin*, in particolare in famiglia e a scuola. In Italia alle famiglie mancano informazioni e referenti validi a cui affidare i propri vissuti, finendo così con il vivere in completa solitudine tutta una serie di paure e perplessità che rendono difficile qualsiasi scelta e quasi impossibile immaginarsi al di fuori della cornice patologica. Per quanto riguarda la scuola, nel nostro Paese non ci sono indicazioni precise di leggi a garantire il benessere de* bambin* gender creative ma nemmeno programmi adeguati per tutta la comunità scolastica di prevenzione al bullismo e al sessismo, di educazione sessuale e contro la violenza dei generi sui generi.

Non è riconosciuto nessun diritto rispetto all’autodeterminazione di genere, per cui le buone prassi da attuare per bambin* e adolescenti gender variant vengono applicate solo se le famiglie hanno la fortuna di incontrare insegnanti o dirigenti scolastic* “sensibili”. Le richieste di quei genitori che scelgono di fare la transizione sociale per la felicità e il benessere de* loro figl*, lasciandol* vestire con abiti del genere in cui stanno bene, usare un nome di elezione e pronomi adeguati, spesso non vengono accolte dalla scuola, con la scusa che non ci sono norme adeguate e che accettare queste “stravaganze” potrebbe destabilizzare l’intera comunità scolastica.

La richiesta della carriera alias, che riguarda il diritto di avere scritto sul registro elettronico il nome di elezione e di essere chiamat* solo con quello, la possibilità di scegliere quale bagno o spogliatoio usare e la libertà di essere se stess*, dovrebbero essere diritti da applicare senza nessuna resistenza da parte della scuola e non essere considerati, nella migliore delle ipotesi “concessioni.” La scuola dovrebbe, al contrario, rispondere in modo proattivo, iniziando percorsi di formazione ben precisi e costanti.

Tra i/le giovani gender variant, la depressione, il disagio, l’abbandono scolastico, l’autolesionismo e i troppi tentativi suicidari che a volte arrivano a compimento sono effetti di una società ostile, patologicamente transfobica e particolarmente arretrata in fatto di diritti civili e sociali, che fa ricadere questi vissuti come responsabilità della famiglia invece che sulla collettività.

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Vi sono insegnanti attent* e consapevoli che le “diversità” sono oggetto di continue microaggressioni, di abusi verbali o fisici, di discriminazioni (il bambino grasso, la giovane disabile, la bambina trans, il bambino effeminato…) per cui è necessario intervenire. L’intervento però non deve essere limitato alla singola persona, ma diventare collettivo e trasversale, perché queste violenze e queste aggressività sono lesive per tutta la comunità scolastica.

Il silenzio di chi finge di non vedere le amplifica, mentre scegliere di riconoscerle significa affrontare i conflitti come opportunità e cercare di risolverli. La proposta di GenderLens che da qualche anno si occupa di dare sostegno alle famiglie e fare formazione nelle scuole (www.genderlens.org), è quella di una pedagogia creativa fondata sulla critica ad un’interpretazione normativa, binaria e stereotipata del concetto di mascolinità e di femminilità. Ė un progetto che propone un approccio transpositivo di affermazione e di accompagnamento all’infanzia gender creative, che mette in discussione quel modello di inclusione che suppone la tolleranza dell’altro e la sua integrazione a patto che venga marchiato come “altro”. Non si tratta di includere “persone diverse”, ma di crescere in un campo pedagogico in cui mettere in discussione il binarismo e l’eterosessualità come norma. La scuola deve diventare il luogo dove le diversità, tutte, rappresentino un valore aggiunto, con la possibilità di crescere come persone libere e come società, l’unica possibilità di cambiamento.

Citando Paul Preciado: “Uno dei grandi problemi della scuola inclusiva è che l’altro, il diverso, rimane una nota a piè di pagina in una scuola che non cambia. Si continua a praticare la stessa pedagogia: basta aggiungere una sedia per il “diverso”, il “disabile”, ma non si mette in discussione l’epistemologia politica della scuola”. È ora di iniziare a farlo (anche in Italia), creando alleanze per un cambiamento di prospettiva, per una scuola in grado di prevenire la violenza con azioni precise, veramente laica, flessibile, in grado di lavorare con tutte le soggettività possibili e di formare un sapere critico. Abbiamo bisogno di una pedagogia critica per una trasformazione del sociale che passi attraverso la conoscenza della storia dei femminismi e dell’anticolonialismo. Una pedagogia creativa, una pedagogia queer.

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