Now Reading
Giornalismo transfobico: se lo conosci lo eviti (ma prima faglielo notare)

Giornalismo transfobico: se lo conosci lo eviti (ma prima faglielo notare)

Francesca Druetti

Molti conoscono la Carta di Roma, il testo che costituisce un protocollo deontologico per l’informazione concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti, rivolta in particolar modo ai giornalisti, ma utile a chiunque si inserisca nel dibattito. Più in generale, esistono progetti e linee guida rivolte a professionisti e a un pubblico generico per cercare di mantenere il linguaggio sui binari del rispetto, della corretta informazione e dello scambio costruttivo.

Questo perché il giornalismo ha una responsabilità enorme quando si tratta del modo in cui riporta le notizie o sceglie di affrontare le questioni legate a un determinato gruppo sociale o comunità, a partire dal linguaggio. Quello dei titoli, che sono la prima e purtroppo spesso l’unica cosa che viene letta, specialmente online, quando molte persone per superficialità o fretta non vanno oltre all’anteprima di un articolo. Quello delle notizie, insieme alla scelta dei dettagli da divulgare, e come vengono riportati. Quello delle interviste, delle voci a cui si sceglie di dare spazio. Per arrivare fino alla scelta delle immagini che accompagnano gli articoli e i servizi televisivi.

La comunità trans* non fa eccezione, anzi. Ogni volta che per qualche motivo il giornalismo si occupa delle questioni legate alle persone trans*, è bene essere preparatx. Non ci sono solo quegli articoli apertamente e programmaticamente ostili, che sono comunque un problema dal punto di vista dell’igiene della conversazione: i giornalisti e le testate che hanno una linea editoriale in aperta opposizione al riconoscimento dei diritti della comunità LGBTQI+ godono spesso di una eco molto più ampia della loro reale diffusione, ottenuta attraverso l’aggressione e la provocazione. Ora stiamo tuttx pensando alla stessa cosa e, sì, le prime pagine di Libero rispondono a questa categoria, perfettamente rappresentata dal quotidiano diretto da Vittorio Feltri.

Altrettanto problematici, però, e più difficili da contrastare, sono tutti quegli articoli sciatti, superficiali o meno sfacciatamente ostili, che attraverso un uso ambiguo o scorretto del linguaggio contribuiscono a perpetuare stereotipi, a stigmatizzare intere identità e in generale a disinformare il pubblico. Risulta più difficile decostruire questo tipo di narrazione, rispetto a quella iperbolica e più violenta. Innanzitutto perché un lettore o una lettrice che in partenza non ha gli strumenti necessari per individuare gli elementi negativi tende più facilmente a fidarsi di un articolo del genere, mentre in presenza di termini evidentemente denigratori si farebbe quantomeno venire il dubbio sulla neutralità del racconto. In secondo luogo perché gli stereotipi e le generalizzazioni tossiche si basano per loro natura sul rifiuto della complessità e dell’approfondimento, e reinserire complessità e approfondimento nel dibattito richiede tempo e studio, e spesso risulta incompatibile con il ritmo giornalistico, dando l’idea di essere poco comunicabile e “notiziabile”. Questo non significa che bisogna rinunciare, anzi, bisogna, come dicevamo, essere preparatx e insistere, sempre.

Quindi, quali sono i principali segnali che ci fanno dire, leggendo l’ennesimo articolo, “non ce la possono fare?”.

Partiamo dalla base, cioè dal misgendering: l’utilizzo di pronomi, articoli e del genere non elettivo della persona di cui si parla. È molto diffuso, anche se puntualmente viene fatto notare, da un numero crescente di persone, anche semplicemente commentando sui canali social dei giornali: in alcuni casi gli articoli sono stati corretti, in altri invece “il trans” (in caso di persona MtF) e “la trans” (in caso di persona FtM) rimangono lì a imperitura memoria di come non si scrive un articolo rispettoso.

In genere, il misgendering va di pari passo con l’utilizzo del deadname (anche se sorprendentemente non sempre), il nome non elettivo della persona. Vale la pena osservare che, soprattutto nel caso in cui gli articoli siano di cronaca nera, o di denuncia, usare il deadname di una persona non solo è irrispettoso, ma unisce altra violenza a quella eventualmente già subita in prima istanza.

Un’altra questione dolente, anche perché riunisce tutta una serie di pregiudizi in un solo, infelice approccio, è l’abitudine a equiparare le persone trans* alle sex workers. Il punto è complesso, perché di solito la base di partenza è un pregiudizio negativo sia sulle une, sia sulle altre. Pregiudizio che purtroppo rischia di emergere anche dal lato “giusto” del dibattito: identificare le persone trans* come sex workers non è sbagliato perché sex workers sia un insulto, o una condizione degradante. È sbagliato perché questa narrazione appiattisce un’intera comunità su una singola esperienza, e perché si rifà a un’idea stereotipata del legame obbligato tra persone trans* e prostituzione, oggettificando in modo intollerabile i corpi.

E l’oggettificazione dei corpi trans, in alcuni casi al limite della morbosità, è un altro aspetto della narrazione giornalistica distorta, che può prendere la forma di un’attenzione gratuita ai dettagli legati alla transizione, alla descrizione fisica, alla conformità o meno ai canoni di genere. Più o meno implicitamente, l’aspetto fisico, l’eventuale cambio di sesso, il confronto tra un prima e un dopo della transizione costituiscono il metro di giudizio sulla validità dell’identità della persona. A volte, di riflesso, diventano il metro di giudizio morale con cui valutare la notizia che ci viene data, distribuire le colpe, decidere dalla parte di chi stare. In questo possono giocare un ruolo importante le fotografie, che andrebbero sempre usate con giudizio: solo perché ci sono delle foto accessibili su un profilo social non significa che possano essere usate e, anche in quel caso, che sia utile alla notizia e alle persone coinvolte che lo si faccia. Lo sguardo non è mai neutro, e lo sguardo cisgender sui corpi delle persone trans* restituisce un’immagine che non solo non ha niente a che vedere con l’autodeterminazione delle persone, ma finisce per creare un quadro ipersessualizzato, ossessionato dai genitali e dalla conformità agli stereotipi di genere.

Un’altra espressione cara al giornalismo pietista è quella delle persone trans* che sono natx nel corpo sbagliato. Personalmente mi immagino sempre che chi scrive o pronuncia questa frase lo faccia portandosi drammaticamente il dorso della mano alla fronte e sospirando per aggiungere pathos. Invece, sarebbe più utile sospirare di meno e saltare le frasi fatte, soprattutto se intrinsecamente offensive come questa. Che ci siano corpi giusti e corpi sbagliati è un concetto interessante (no, non sul serio), che potrebbe andare ben oltre l’orizzonte delle persone trans*. Ma il punto, ovviamente, in questo caso, è che a stabilire il confine tra giusto e sbagliato e tutto quello che sta in mezzo è la conformità al genere (elettivo o no).

See Also

Ecco, di corpi sbagliati sarebbe meglio non parlare mai più, in nessuna accezione: “invece sarebbe molto meglio riconoscere che le donne (donne trans incluse) possono avere tutti i tipi di corpi, che gli uomini (cis e trans) possono avere tutti i tipi di corpi, e che le persone non binarie esistono e sono ugualmente valide”, per citare una bellissima lettera di una femminista trans pubblicata da Pasionaria.

Quello che possiamo fare, tuttx, quando incontriamo un articolo che contiene uno (o più) di questi segni distintivi di una narrazione sbagliata è farlo notare: a chi l’ha scritto, alla testata giornalistica, alle associazioni e attivistx trans* che si occupano di discriminazione e di linguaggio. Non sempre si ottiene di far correggere i testi, ma sempre si accende una luce sulle cose che non vanno, e in questo modo sempre più persone avranno gli strumenti per comprendere quando la narrazione che si trovano davanti è frutto di una distorsione e di uno sguardo transfobico. E per rifiutarla, per il bene di tuttx.

Nota:

Per l’analisi di un caso di cronaca di cui era protagonista una donna trans raccontato attraverso gli articoli di giornale, in modo da avere degli esempi pratici, abbiamo il caso dell’investimento di Marisol esaminato nei dettagli da Trans Media Watch, Osservatorio dei media a tema transgender, non-binary e gender creative che fa un lavoro prezioso incentrato proprio sulla narrazione dei media. Hanno anche creato un’amara “Tombolatrans” con tutte le variabili che si possono trovare sfogliando i giornali.

What's Your Reaction?
Excited
0
Happy
0
In Love
0
Not Sure
0
Silly
0
View Comments (0)

Leave a Reply

Your email address will not be published.

© 2020 Queer Magazine

Scroll To Top