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We’ve been around, storie non raccontate di pionierx trans

We’ve been around, storie non raccontate di pionierx trans

Francesca Druetti

Ho incrociato per la prima volta la mini serie We’ve been around a Bologna nel 2017, nella programmazione di Divergenti, il Festival Internazionale di Cinema Trans. Non c’era moltissimo pubblico a quell’ora, ma dopo pochi minuti di proiezione eravamo tuttx catturatx e arrivatx all’episodio dedicato a Lou Sullivan non c’era nessunx che non avesse gli occhi lucidi.

Sei episodi, sei storie, il più diverse possibili dal punto di vista di razza, genere, periodo storico e area geografica (pur restando negli Stati Uniti): alcune delle “molte storie non raccontate di pionierx trans che hanno vissuto, hanno amato e sono mortx in questo paese. We’ve been around”. Nel senso di “siamo sempre stati in circolazione”.

We’ve been around, dal punto di vista dell’arco cronologico, parte dalla guerra civile americana, con la storia di Albert Cashier, che si è arruolato nel 1862 e ha combattuto sotto la bandiera degli Stati Uniti d’America.

Nel 1886 nasce invece Lucy Hicks Anderson, la prima persona trans* che ha dovuto difendere in tribunale il proprio matrimonio, negli anni ‘40 del Novecento (una vicenda incredibile, nel mezzo del Proibizionismo).

Insieme a lei e a Willmer “Little Axe” Broadnax, cantante di gospel famosissimo fino agli anni ‘60 attraversiamo la prima metà del secolo.

Le ultime tre storie sono più recenti: la nascita dello S.T.A.R., Street Transvestite Action Revolutionaries, fondato nel 1970 da Sylvia Rivera e Marsha P. Johnson per tuttx coloro che, come loro due, sentivano di non avere posto all’interno del movimento: persone trans*, nere e latinx, sex workers, senza fissa dimora.

Pochi anni dopo Lou Sullivan scopriva che a San Francisco nessuna clinica per il cambio di genere voleva prendersi la responsabilità di accoglierlo. Il problema? Essere una persona FtM omosessuale. Nel 1986 Lou scopre di essere positivo all’HIV. Nel documentario lo sentiamo dichiarare: “l’AIDS è ancora vista come una condizione tipica degli uomini omosessuali e questo prova che ho avuto successo. Dopo che mi avevano detto per anni che per me sarebbe stato impossibile vivere come un uomo omosessuale, ora morirò come uno di loro”.

Il racconto più recente è quello del Camp trans, la protesta guidata negli anni ‘90 da Riki Anne Wilchins e Leslie Feinberg, contro l’esclusione delle donne trans dagli spazi femminili.

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Ma da dove sono usciti questi sei episodi, brevissimi, fulminanti? La squadra che sta dietro alla realizzazione della serie è composta da artistx, attivistx, studiosx che appartengono alla comunità trans, da Susan Stryker, a Monica Roberts (aka TransGriot), ad Alexandra Billings. Le storie e la storia delle persone trans* raccontate da persone trans*? Embè, grazie tante, sarebbe una risposta adeguata. E invece no, è degno di nota, perché troppo spesso siamo abituatx ad ascoltare le ragioni di qualcuno (in genere una minoranza, ma non è detto) non direttamente dalla voce degli interessati, ma da quella di qualcun altro. Qualcuno che ha il monopolio della narrazione pubblica (anche quando si parla di esperienze molto lontane dalla sua), qualcuno che di solito è più rassicurante per il pubblico di quanto si ritiene sarebbero le persone al cui posto è invitato a parlare. È quello che succede quando si parla di donne, o di migranti (per fare solo due esempi classici) e il panel è composto da un assortimento di uomini bianchi di mezza età. Ed è quello che succede spesso anche quando il tema sono le persone trans*, sia che si tratti di raccontarsi, sia che si tratti della rappresentazione nei media.

A questo punto entra in scena, letteralmente, The Danish Girl, il film del 2015 tratto dal libro di David Ebershoff ispirato alla vita di Lili Elbe, in cui il ruolo della protagonista è affidato a un uomo cisgender, Eddie Redmayne. E non è nemmeno l’unica nota dolente nella rappresentazione di una storia pubblicizzata come “pioneristica”. Ci sono recensioni che analizzano la questione in modo molto dettagliato, ma una delle definizioni più efficaci la dà Carol Grant quando dice che il film costituisce uno “sguardo cisnormativo sulla comunità trans”, da molteplici punti di vista: scrittura, regia, interpretazione.

Pochi mesi dopo l’uscita del film nelle sale (e in contemporanea con l’arrivo sul mercato del dvd) ha visto la luce anche We’ve been around, presentato dalla stessa casa di produzione, Focus Features. Un gesto riparatorio? Chi può dirlo, anche se il sospetto viene. Produttore e regista di parte degli episodi è Rhys Ernst (già co-produttore della serie Transparent e regista della serie This is me), la cui collaborazione con Focus Features risale proprio a The Danish Girl. “Abbiamo pensato che sarebbe stato grandioso puntare i riflettori sul fatto che le persone trans sono sempre esistite nella storia. Credo che sia un aspetto che mancava nel dibattito e che ci sia l’impressione che si tratti di una moda passeggera o di un fenomeno recente. Invece è sempre successo, in momenti storici e in culture diverse. Focus supporta anche molte altre iniziative legate alla comunità trans”, dichiara in un’intervista. Insomma, se non è una manovra di contenimento dei danni ci assomiglia molto, ma bisogna dire che il risultato è molto sopra la media e avrebbe anzi meritato più episodi e una distribuzione più ampia. Come sottolinea Ernst, “ci sono tonnellate di altre storie fantastiche da raccontare”. Cosa che non stupisce, visto da quanto tempo le persone trans* have been around.

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