Now Reading
Storia di Egon, genitore trans: “Cambiamo forma ma rimaniamo la stessa persona”

Storia di Egon, genitore trans: “Cambiamo forma ma rimaniamo la stessa persona”

Domenico Naso

Egon Botteghi, classe ’71, toscano di Livorno, padre trans, ha l’incredibile pregio di spiazzarti sempre, a ogni frase, a ogni risposta. Nulla è banale, quando si chiacchiera a cuore aperto con una persona che ti racconta il suo percorso di vita con tutta la naturalezza possibile. Perché in fondo questo è stato: il percorso naturale che lo ha portato all’autodeterminazione e alla realizzazione di sé.

Egon è nato assegnato femmina e la sua transizione è cominciata relativamente tardi, se si pensa ai tempi delle nuove generazioni: “La transizione inizia in un momento diversa nella vita di ciascuno”, ci racconta. “Sicuramente conta anche il fattore generazionale: non avevo accesso a certe informazioni, non c’era internet. Molte persone della mia generazione hanno transizionato verso i 30 anni. E poi, nel mio caso, c’erano anche fatti personali. Sono sempre stato femminista, quindi per me nascere femmina voleva dire qualcosa. Mi sono anche chiesto il perché volessi passare dall’altro lato della barricata, dal lato degli oppressori”.

Egon è genitore di due figli (un maschio di 15 anni e una femmina di 12), nati durante il suo matrimonio con un uomo: “Mi sono sposato perché c’erano dei figli nati da una relazione e credevo che fosse meglio tutelarli. Ma al matrimonio non ho mai creduto e sinceramente credo che non mi sposerò mai più”.

A un certo punto, però, arriva la decisione di diventare finalmente Egon. Una decisione che arriva quando il primo figlio ha 5 anni e ancora la famiglia “tradizionale” vive sotto lo stesso tetto. Egon non nega che ci siano stati dubbi e paure. È umano, è ovvio. “Avevo molta paura della reazione dei figli, temevo ci fossero conseguenze enormi. Pensavo che avrei potuto creare loro un danno psicologico. Pensieri assurdi e senza fondamento. Oggi so che si tratta di un rischio che non esiste, ci sono ricerche scientifiche in tutto il mondo che lo dimostrano. Erano mie fantasie alimentate da discorsi che arrivavano dall’esterno. Ma una volta superate queste prime paure, i timori successivi riguardavano il ‘fuori’. Temevo che i miei figli sarebbero stati presi in giro ma per fortuna anche in questo caso mi sono fasciato la testa prima di romperla: non è mai successo assolutamente nulla”.

L’approccio alla chiacchierata con Egon è da neofita. Faccio domande banali, temo anche stupide. Ma voglio capire, voglio affrontare l’argomento come lo farebbe mia nonna, la mia vicina di casa, mio cugino che nemmeno sa che esistono persone come Egon. E la storia di Egon passa proprio da una comprensione basic, come se fossi un bimbo senza filtri e senza sovrastrutture che scopre le cose del mondo per la prima volta. Egon capisce il mio approccio e lo asseconda quasi divertito. E proprio da bimbo, ho provato a immedesimarmi nei suoi due figli: come si comunica ai bambini una decisione così importante come quella di cominciare una transizione che ti cambia la vita? “Io avevo già cominciato la transizione, – mi racconta Egon – vivevo socialmente da uomo, prendevo gli ormoni ma, su consiglio di alcuni professionisti, non avevo ancora detto nulla ai miei figli. Dovevo aspettare che fossero loro a chiedermi informazioni. Prima o poi si sarebbero accorti e avrebbero chiesto. Eppure i mesi passavano e loro non chiedevano nulla. Un giorno eravamo a tavola e mio figlio, che aveva 5 anni, ha chiesto: ‘Ma perché adesso tutti ti chiamano Egon?’. Gli ho spiegato che lo avevo chiesto io perché mi sentivo un maschio e avevo piacere che anche tutti gli altri mi considerassero un maschio. Mi dovevano chiamare tutti così tranne loro, i miei figli, che avrebbero potuto chiamarmi come preferivano”. La reazione del bambino è stata naturale e tranquillissima: si è girato verso il padre (che viveva ancora con loro) e ha chiesto se anche per lui valeva questa nuova ‘regola’. Il padre ha annuito e il discorso si è chiuso.

Già, il padre. Personaggio importante, in questa storia di rinascita. Come ha preso la notizia l’uomo che Egon, da donna aveva deciso di sposare? “L’ha presa male come nella maggior parte delle coppie simili. È una cosa che investe anche l’identità dell’altro. Ti fai delle domande anche sul tuo stesso orientamento sessuale. E forse è per questo che queste separazioni diventano molto conflittuali”. Egon ne parla con comprensione, anche se la situazione è diventata anche molto testa nel corso degli anni: “Capisco che la rabbia è enorme. Sono poche le persone che riescono a fare i conti con la propria identità di fronte a un partner con cui magari sono stati anni e anche adesso pensano di non conoscere più”. Con i figli, invece, “cambia tutto e non cambia niente”. “L’importante – spiega Egon al neofita curioso che lo interroga quasi con insolenza – è che la relazione genitoriale sia sana. Se il ruolo pre transizione era buono, era adeguato, rimane tale anche dopo. E per i figli non cambia nulla: il genitore cambia ‘forma’ ma rimane la stessa persona. I miei figli si sono sentiti sicuri e attaccati a me come se niente fosse successo”.

Oggi i figli sono adolescenti e mi chiedo se Egon non abbia un po’ di paura della fase ‘ribelle’ dei ragazzi, quando pur di contestare l’autorità genitoriale diventano persino cattivi senza volerlo, rinfacciando tutto e il contrario di tutto: “Era un’altra delle mie paure ma per adesso va tutto bene”. Mentre mi spiega con dovizia di particolari la sua vita, lo interrompo con una delle mie domande inopportune, una di quelle che forse non avrei dovuto fare: “Ma i tuoi figli oggi come ti chiamano?”, chiedo un po’ imbarazzato. Un imbarazzo dal quale Egon mi toglie immediatamente con la consueta sicurezza di chi sa chi è forse meglio di chiunque altro al mondo: “Mi chiamano mamma. Ma va bene perché la mia parte femminile è fondamentale. Non credo di essere uomo, credo di essere altro. E i miei figli devono avere il diritto di chiamarmi come vogliono”.

See Also
See Also
lgbtqi pride

La storia di Egon è una storia esemplare, culminata con un meraviglioso lieto fine: convive da sette anni con Michela, una donna trans che, racconta Egon, “si è cresciuta i miei figli”. “Ci siamo innamorati perché avevamo le stesse idee sulla transizione. È una persona con cui posso parlare di tutto, è fantastica con i miei figli. Li ha cresciuti con un equilibrio fantastico. Era il suo sogno, voleva dei figli. E ora li abbiamo insieme”.

Per ricacciare indietro i lacrimoni da bimbo neofita alla scoperta del mondo, decido di virare sull’impegno da attivista di Egon: fa parte di Rete Genitori Rainbow, all’interno della quale cura il settore della genitorialità trans. È una associazione che si occupa di genitori con figli già presenti al momento del coming out o della transizione. E cosa consiglia Egon a chi si trova ad affrontare la stessa situazione, magari in situazioni ambientali meno favorevoli: “È fondamentale entrare in contatto con gli altri genitori trans, scambiarsi esperienze e opinioni. Mi occupo di genitori trans dal 2012 e i problemi più grossi riguardano sempre il coming out con i figli. E poi spesso bisogna affrontare la separazione, la conflittualità con l’ex partner. La mia difficoltà, per esempio, è stata con la mia famiglia di origine. Non è stato facile, mio padre mi ha detto cose terribili. Ma ora, dopo anni, ho un rapporto anche con loro. Se le relazioni familiari sono sane vanno curate e va dato il tempo a chi ci è vicino di capire e adattarsi”.

INFO UTILI: Genitori Rainbow  è raggiungibile all’indirizzo di posta elettronica info@genitorirainbow.it o attraverso la linea di ascolto telefonica 06-99196976, attiva tutti i lunedì dalle 21.30 alle 23:30 o su richiesta scrivendo alla mail linea@genitorirainbow.it o su Telegram: @genitorirainbow

What's Your Reaction?
Excited
2
Happy
0
In Love
0
Not Sure
1
Silly
0
View Comments (0)

Leave a Reply

Your email address will not be published.

© 2020 Queer Magazine

Scroll To Top