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Fuani Marino: “La maternità è stata un detonatore. Dobbiamo ammettere le nostre fragilità”

Fuani Marino: “La maternità è stata un detonatore. Dobbiamo ammettere le nostre fragilità”

Federica Di Martino

“Svegliami a mezzanotte” (Einaudi, 2019) è un romanzo autobiografico in cui Fuani Marino, attraverso la sua storia, ci racconta le contraddizioni e la complessità dell’esperienza umana. L’autrice ci accompagna verso il suo abisso, permettendoci specularmente di guardare anche il nostro. Ci racconta che quella indicibilità a cui abbiamo ricondotto la nostra vita, in fondo, può trovare una qualche forma di rappresentazione, c’è una parola che ti salva, a patto che tu ti permetta di ascoltarla. Ognuno di noi dovrebbe essere grato a Fuani Marino per aver scritto questo libro, in debito con chi, attraverso un racconto onesto e spiazzante, ci permette di sentirci meno soli e meno sbagliati nelle nostre fragilità e inadeguatezze.

“Svegliami a mezzanotte” è un testo necessario, che dovremmo leggere tutti, nessuno escluso. È un pugno allo stomaco che ti spezza, capace di tenerti su allo stesso tempo con tenerezza e accoglimento.

Fuani, Svegliami a mezzanotte” è un libro che racconta in modo onesto la tua storia di sofferenza intrapsichica, tanto da spingerti a lanciarti dal quarto piano di una palazzina. È un dolore che affonda le radici nella tua storia, che hai analizzato senza sconti. Come mai la scelta di raccontare in prima persona la tua esperienza, senza filtri o intermediari?

È stata una scelta che definirei tanto letteraria quanto politica. Ero perfettamente consapevole che facendolo avrei esposto me e la mia famiglia, ma è stata una sorta di reazione: dal momento che, in genere, si tende a nascondere e rinnegare un certo tipo di vissuto ho voluto dichiararlo, rivendicando il mio ruolo di paziente psichiatrica.

Ho tentato di uccidermi il 26 luglio 2012, avevo da poco compiuto trentadue anni e da neppure quattro mesi partorito la mia prima e unica figlia, Greta. In queste poche righe, così dirette, non c’è nulla di sotteso, di edulcorato, c’è dentro unammissione ma anche unaccusa rispetto allevidenza di qualcosa che invece non è stato visto. Nel libro lo racconti in maniera attenta, ma quanto del tuo dolore e della tua sofferenza hai associato alla gravidanza e successivamente alla maternità?

Credo che nella mia vita la maternità abbia fatto da detonatore. All’epoca venivo già da un periodo di fragilità ed ero poco preparata ad affrontare un cambiamento così grande da un punto di vista fisico e psichico. Solo che non lo sapevo.

Nel leggere il tuo libro ho sentito la centralità di tre tematiche che ruotano rispetto alla tua esperienza: la fragilità psichica, la maternità e la morte. Tre temi che troppo spesso, nella nostra società, sono abbandonati a una retorica narrativa molto stereotipata nella migliore delle ipotesi, totalmente marginalizzata e invisibilizzata nella maggior parte dei casi. Perché, a tuo avviso, ancora oggi, affrontare in maniera inedita e personale alcuni temi resta ancora un tabù? E quanto credi che nuove forme di narrazione (più soggettiva, esperienziale, legata a forme di storytelling magari) possano contribuire a cambiare le cose?

Credo si tratti di un problema di natura culturale. Il modo in cui si affrontano certi argomenti in Italia è profondamente influenzato da una retorica buonista e pietista di retaggio cattolico. Prendiamo ad esempio la pandemia: la prima cosa che ci hanno detto di fare è scrivere che andrà tutto bene. Allo stesso modo siamo portati a negare i nostri conflitti, un vissuto di fragilità psichica o una maternità difficile, che non corrisponde all’immagine che di questa vediamo nelle pubblicità. Fortunatamente esistono scrittrici come Annie Ernaux e Joan Didion, che hanno visto nella loro vita l’opportunità di scriverne, anche negli episodi più controversi.

Hai affrontato uno degli argomenti più complessi per le donne, soprattutto nel nostro Paese, ovvero la difficoltà a vivere la maternità. Siamo cresciute allinterno di narrazioni tossiche (così riusciamo a definirle oggi) secondo cui la maternità è un istinto, dove essere madri è la gioia più grande che una donna possa provare, mettendo volutamente sotto al tappeto tutta una serie di ambivalenze che la gestazione e la maternità generano. Oggi, forse, anche grazie alla tua storia, possiamo dire che la maternità è una costruzione, e come tutte le costruzioni è suscettibile di sentimenti contrastanti. Per tantissime donne è difficile dirlo, impossibile anche solo pensarlo. Quali sono stati i ritorni che hai avuto quando è uscito il tuo libro? Quale è stata la reazione delle donne e delle madri di fronte al tuo racconto?

In moltissime mi hanno ringraziata per aver dato voce alla loro esperienza. Ma mi è capitato di ricevere anche riscontri da parte di uomini, lettori che grazie al mio libro hanno compreso una difficoltà riscontrata magari nelle loro compagne, sorelle, madri.

Dal tuo libro emerge un profondo vuoto istituzionale, nonché una mancanza di comprensione intima familiare di quelli che erano i tuoi disagi. Quali sono, a tuo avviso, le misure che andrebbero prese per permettere a una donna di poter vivere oggi le proprie sofferenze psichiche, anche legate alla maternità, in maniera efficace?

Credo sia sempre utile parlarne. Con questo non mi riferisco solo a una comunicazione di tipo formale, come un libro o un’intervista sull’argomento, ma anche semplicemente il raccontare la propria difficoltà a un’amica o alla vicina di casa. Perché magari anche lei ne sa qualcosa. Tendiamo a immaginare la salute mentale o, al contrario, la malattia come due stati perfettamente distinti, mentre invece il confine è tutt’altro che definito ed è possibile passare dall’una all’altra anche rapidamente. La mia esperienza lo dimostra.

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Ho avuto riscontro, sia come psicoanalista che come femminista, del fatto che le donne non parlano e non raccontano di sé e del proprio sentire come madri per paura di essere giudicate, colpevolizzate, o peggio ancora che i servizi e i familiari intervengano esclusivamente per interdirle dalla funzione materna. La società, troppo spesso, divide le donne in categorie binarie basiche, ci sono le brave mogli, le bravi madri, e poi ci sono quelle cattive, incapaci di assolvere a funzioni che di fatto assumono i contorni di obblighi e compiti da rispettare secondo prescrizioni precise. Come fare per provare a modificare questa cultura così radicata?

Purtroppo alcuni modelli sono difficili da scardinare, come pure la tentazione di aderirvi. Non bisogna stancarsi di mettere in evidenza comportamenti sessisti e patriarcali. È importante che una donna, e una madre, si senta libera di ammettere la propria fragilità, e la mia scelta è andata in questa direzione.

Allinterno del libro c’è sempre un prima e un dopo, che da un lato, a mio avviso, apre alla speranza e una visione di profondità, dallaltra segna inevitabilmente una frattura. Quanto di ciò che cera prima lavora ancora in Fuani e come vedi oggi quel dopo?

Il prima è parte di me, qualcosa con cui ho dovuto imparare a convivere, mentre il dopo è segnato dalla consapevolezza di tutta la mia fragilità. Si tratta di due momenti temporali che convivono entrambi dentro di me.

Anche alla luce della tua esperienza, cosa ti auguri per tua figlia Greta?

Che possa essere libera di scegliere il percorso di vita più adatto a lei. E che si sappia ascoltare.

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