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Università e carriere alias, ecco come fermare i coming out obbligati

Università e carriere alias, ecco come fermare i coming out obbligati

Francesca Druetti

La questione del nome elettivo di una persona trans*, rispetto a quello che è stato un tempo o è tuttora registrato sui documenti, è fondamentale in modi che le persone cisgender dovrebbero ma non sempre riescono ad afferrare senza una contestualizzazione (e questa considerazione aprirebbe un discorso enorme sull’estrema necessità che abbiamo di formare le persone all’empatia prima di ogni altra cosa). Sfortunatamente, gli esempi non mancano. Non si tratta “solo” di una questione di rispetto, di riconoscimento dell’identità dell’altro, di autodeterminazione. Soprattutto in contesti pubblici, essere chiamati con il nome elettivo e con i pronomi di preferenza è una questione di privacy e letteralmente di sicurezza.

Uno di questi contesti è certamente l’Università. Dagli appelli per gli esami a molte altre situazioni della vita d’ateneo (per esempio l’accesso a servizi come la mensa e la biblioteca) sono moltissime le occasioni in cui studenti e studentesse possono essere soggetti a un outing intollerabile e anche potenzialmente pericoloso. Vale la pena ricordare che la legge 164/82 che regolamenta le “norme in materia di rettificazione di sesso” prevede il cambiamento dei dati anagrafici solo a seguito dell’operazione chirurgica, previo percorso medico-psicologico e iter giudiziario – una lacuna contro cui si stanno battendo le associazioni e a cui stanno rimediando, per così dire, perché non vincolanti, sentenze recenti, come quella della Corte di Cassazione e della Corte Costituzionale del 2015, fino a quella recentissima del 17 febbraio 2020: la Corte di Cassazione stabilisce che “non emergono obiezioni al fatto che sia la stessa parte interessata, soggetto chiaramente adulto, se lo voglia, ad indicare il nuovo nome prescelto, quando non ostino disposizioni normative o diritti di terzi, attesa l’intima relazione esistente tra identità sessuale e segni distintivi della persona, quale il nome”. E in ogni caso, per la richiesta di rettifica dei documenti la procedura è tutt’altro che immediata, anzi, può durare fino a tre anni: alla luce di tutto questo, è impensabile che l’iscrizione all’università possa essere rimandata o effettuata “a proprio rischio e pericolo”.

Nel 2017, uno studio condotto sulle scuole superiori statunitensi ha mostrato come il 27% degli studenti trans* non si senta al sicuro (mentre la percentuale tra i ragazzi cisgender è del 5% e del 7% tra le ragazze cisgender) e il 35% abbia subito episodi di bullismo a scuola: questo è il bagaglio di esperienza con cui i ragazzi e le ragazze arrivano in università. “Un’umiliante odissea di coming out obbligati a ogni singolo appello”, ha definito l’esperienza universitaria uno studente di Trento, aprendo con il suo post su un gruppo facebook il dibattito sull’attivazione di percorsi burocratici per le persone trans* che ne fanno richiesta. Infatti, grazie all’impegno di attivistx e associazioni, ci sono oggi in Italia diversi atenei che prevedono la cosiddetta “Carriera Alias”, o il doppio libretto.

Nella pratica, questo significa che, nel rispetto della privacy, le persone in transizione possono essere registrate e riconosciute sui documenti universitari nel rispetto dell’identità di genere durante il processo di rettifica anagrafica. Libretto, badge, email, registrazione per i tirocini e, dove prevista, formazione per il personale delle segreterie e non solo. Accade, per esempio, a Catania, Torino, Milano, Padova, Pisa, Siena, Verona, Bologna, Bari, Napoli e Urbino, anche se ancora metà degli atenei pubblici non ha formalizzato o introdotto questa possibilità: sono 32 su 68 ad aver attivato il percorso burocratico per le carriere alias. Sul sito Universitrans si trova una mappa che registra la situazione delle università italiane e fornisce i link ai siti di ogni ateneo e anche sul sito del Gruppo Trans Bologna è possibile consultare un elenco di atenei con i relativi contatti. Un capitolo a parte (e dolente) è quello che riguarda il personale docente e amministrativo, perché solo cinque atenei prevedono una carriera alias per i docenti e soltanto due per il personale amministrativo.

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Mentre le scelte degli atenei sono incoraggianti e dimostrano da parte loro la volontà di inclusione e di realizzare un ambiente il più possibile sicuro e giusto nei confronti di studenti e studentesse, è evidente che queste pratiche vadano uniformate ed estese a tutti i poli universitari, sotto il coordinamento e l’iniziativa del MIUR. È lo Stato, infatti, che deve assicurarsi che sussistano le condizioni per il pieno “sviluppo della persona umana”, come da Costituzione. Ogni studente e studentessa ha diritto ad accedere agli strumenti necessari a rimuovere ogni forma di discriminazione e a promuovere l’uguaglianza formale e sostanziale, condizioni che non possono dipendere dalla volontà e dalla sensibilità dei singoli atenei, limitando così la scelta di chi si voglia iscrivere a Università che garantiscano le Carriere Alias e lasciando i diritti di tuttx nelle mani delle istituzioni “illuminate”: non ci stancheremo mai di ripetere che i diritti non sono concessioni, e nemmeno possono essere questione di fortuna.

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