Now Reading
Una legge moderna per liberare le identità trans e intersex

Una legge moderna per liberare le identità trans e intersex

Gianmarco Capogna

Ascoltare le storie delle persone in transizione significa comprendere a pieno come le nostre vite altro non siano che un percorso alla ricerca di se stessi. Percorsi e storie tutte diverse ma accomunate dalla volontà di raggiungere la piena felicità. Dopotutto trans, prefisso che viene dal latino, altro non significa che “andare oltre”, superare uno stato e raggiungerne un altro, come nel caso delle persone in transizione che, nella ricerca di se stessi, attraversano i generi per arrivare alla libertà di definirsi ed esistere.

Dall’altro lato, i racconti delle persone trans ci portano ad immergersi in un mondo di discriminazioni, violenze e odio verso una comunità che vive troppo spesso ai margini della società, spinta all’angolo da stereotipi e pregiudizi che, negli anni, hanno colpito anche al proprio interno la comunità LGBTQI+.

Tutto questo ci ha portato a trasformare alcune persone in tabù. Persone che abbiamo escluso dal dibattito e, spesso, anche da ogni intervento in ambito di politiche pubbliche e di welfare. Le abbiamo relegate ai margini del discorso pubblico, trattandole come cittadine e cittadini di serie B, spesso nemmeno considerate nelle campagne elettorali.

Le identità trans sono praticamente scomparse dal dibattito politico dopo il 1982, anno in cui è stata approvata la Legge n.164 sulla riassegnazione del genere orientata, all’epoca, verso la cosiddetta “grande soluzione” con il cambiamento dei dati anagrafici consentito solo a seguito dell’operazione chirurgica. Il tutto corredato da un percorso medico-psicologico e da almeno due sentenze del giudice.

Attraverso la legge attuale, lo Stato italiano classifica effettivamente le persone trans come cittadini di serie B. Attraverso la legge 164, lo Stato italiano per quarant’anni ha portato avanti una campagna di sterilizzazione coercitiva di massa delle persone trans, mentre il divieto ad imporre trattamenti medici forzati e coercitivi è uno dei principi fondamentali dei diritti umani. Le Nazioni Unite hanno riconosciuto che la sterilizzazione coercitiva delle persone trans costituisce una violazione del divieto a commettere atti di tortura e trattamenti inumani o degradanti” dichiara Matteo Bassetti, attivista trans e ricercatore in ambito di diritti umani, che aggiunge “nessuna persona trans italiana è ancora stata ricompensata per questa gravissima violazione della propria integrità fisica, che spesso ha comportato conseguenze mediche permanenti non volute”.

Una vera e propria corsa ad ostacoli che ha per anni posto gravi criticità al percorso di transizione di tantissime persone che per far valere i propri diritti sono dovuti ricorrere alla giurisprudenza. Proprio grazie a delle sentenze siamo arrivati a momenti di grande svolta, come ricorda Monica Romano sul suo sito: “con la sentenze della Corte di Cassazione n. 15138/2015 e della Corte Costituzionale n. 221, i tribunali italiani hanno iniziato a cambiare orientamento, concedendo la rettificazione di sesso anche a persone in transizione che hanno rifiutato l’intervento demolitivo agli organi genitali, mettendo in discussione una prassi giurisprudenziale trentennale”.

Nonostante sia un avanzamento fondamentale, il diritto alla piena autodeterminazione delle persone trans non è ancora pienamente riconosciuto perché il nostro sistema di diritto non prevede ancora una legge e le posizioni della giurisprudenza determinano degli orientamenti ma non hanno necessariamente valore vincolante lasciando la loro applicazione all’arbitrarietà del giudice. Ovviamente la portata giuridica delle due sentenze è stata enorme e generalmente riconosciuta ma sul piano politico questo non può e non deve tradursi in un ulteriore rinvio silenzioso del legislatore.

Ad oggi, la legge italiana continua a violare i nostri diritti, imponendoci trattamenti medici coercitivi e violando la nostra integrità fisica e psicologica. L’obbligo di ottenere una diagnosi psichiatrica di “Disordine dell’Identità di Genere” e di sottoporsi a trattamenti ormonali obbligatori per poter accedere al cambio anagrafico, rimangono presenti nell’ordinamento italiano anche se costituiscono trattamenti medici coercitivi”, spiega Matteo Bassetti. “Quando l’alternativa al sottoporsi a queste procedure è non poter accedere al riconoscimento legale della propria identità e del proprio nome, la maggior parte delle persone trans si trovano davanti ad una scelta obbligata e quindi coercitiva. L’obbligo di ottenere una diagnosi di “Disordine dell’Identità di Genere” è inoltre profondamente discriminatorio ed umiliante e rinforza stereotipi dannosi. Lo stato considera ufficialmente il disordine dell’identità di genere, e quindi l’essere trans, come un disturbo psichiatrico della personalità e del comportamento”.

Le associazioni trans su questo sono molto chiare: serve superare l’attuale normativa, ferma agli anni Ottanta. Per questo è necessario adeguare il nostro diritto a quello di realtà avanzate nel mondo ed in Europa con un’opera chiara mirata a snellire le procedure di rettifica dei propri dati anagrafici svincolando il percorso dall’operazione chirurgica, che è estremamente invasiva, non solo a livello fisico ma anche psicologico ed evitando che il diritto all’autodeterminazione debba passare dal consenso di terzi, che siano essi medici o giudici.

Gradualmente in Europa sempre più Paesi stanno adottando leggi basate su un modello di autodeterminazione di genere. Tra queste, spiccano le leggi adottate in Belgio (2017) e Malta (2015), che sono passati da un sistema patologizzante ad un sistema che rispetta l’autodeterminazione delle persone trans. In questi due paesi, sia l’accesso alla transizione medica che il cambio anagrafico si basano esclusivamente sul consenso informato della persona trans. Attraverso queste leggi, le persone trans sono quindi tornate in possesso dei propri diritti e non sono più costrette dai loro Stati a sottomettersi a procedure mediche forzate”, commenta Matteo Bassetti chiarendo che “l’autodeterminazione completa non deve essere una lontana utopia, è un nostro diritto fondamentale; ogni step in meno, ogni relazione medica, legale e psichiatrica è una grave violazione dei nostri diritti”.

See Also

È evidente come il percorso delle persone in transizione non sia solo un elemento personale, ma assuma i contorni di una vera e propria rivendicazione politica a tutti gli effetti: il corpo e l’identità come strumenti di lotta per la richiesta di pieno riconoscimento ed equi diritti. Se anni fa Carol Hanisch affermava che “il personale è politico”, oggi sono il corpo e, quindi, l’identità, gli elementi centrali dell’agire politico, come ricorda anche Judith Butler nelle sue opere, tra cui “Gender Trouble” e “L’alleanza dei corpi” (Ed. Nottetempo, 2017).

Accanto a questo, come per le altre soggettualità LGBTQI+, serve una strategia quadro di contrasto alle discriminazioni multiple che le persone trans vivono in ogni ambito della loro vita, dalla scuola, allo sport, passando per le questioni burocratiche ed il lavoro, il tutto spesso legato al tema del diritto al nome e all’assenza di documenti rettificati.

Le questioni delle persone T rappresentano temi del Paese reale, anche se la politica mainstream continua a dire che le priorità sono altre. Poche realtà politiche nel nostro Paese si battono per i temi della comunità trans cercando di promuovere una sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul principio di autodeterminazione.

Abbiamo per troppi anni alzato dei muri costruiti su stereotipi e pregiudizi. Ora abbiamo il dovere di distruggere queste barriere per rendere le persone trans* libere e uguali: libere di essere e di definirsi, uguali in diritti e possibilità. Tutto questo deve necessariamente passare da una nuova legge che le riconosca nel pieno della loro dignità e autodeterminazione.

What's Your Reaction?
Excited
4
Happy
1
In Love
1
Not Sure
0
Silly
0
View Comments (0)

Leave a Reply

Your email address will not be published.

© 2020 Queer Magazine

Scroll To Top