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Eva Robin’s: “Liberatevi e diventate chi volete essere”

Eva Robin’s: “Liberatevi e diventate chi volete essere”

Nicholas Vitaliano

“Ah, mi chiami nel momento perfetto… Sono al parco, sotto al sole. Finalmente riesco a camminare un pochino, a prendere un po’ d’aria”. Ho conosciuto Eva Robin’s qualche anno fa, in occasione di un programma tv a cui lavoravo. Eva è una persona di una gentilezza che lascia senza parole. Sempre, e con tutti, nonostante la sua enorme fama presso il grande pubblico televisivo, teatrale e cinematografico. Estremamente carismatica, affascinante e bellissima, di una bellezza magnetica, sia fisica che d’animo.

Come stai, Eva?

Bene, grazie. E tu?

Molto bene anche io. Ti ringrazio tantissimo per aver voluto concedere a Queer Magazine quest’intervista. Anzitutto, secondo te, nella confusionaria Italia del 2020, qual è la terminologia più corretta da utilizzare nei confronti del mondo T? Trans, transessuale, transgender? Io ricordo che all’inizio della tua carriera nel mondo dello spettacolo venivi definita addirittura “ermafrodito”…

Sì, “ermafrodito” era un termine inventato dalla stampa per rendere più accettabile la notizia, non so come dire. Io non mi sono mai definita “ermafrodito”. Stavo zitta, acconsentivo, facevo finta di niente. Infatti pensavano avessi quello, quell’altro, quell’altro ancora… (ride). In realtà era molto più semplice la verità. La verità è sempre più semplice della menzogna, delle falsificazioni e di tutto il resto. “Transgender” è il termine più moderno che ci sia in questo momento. Anche perché “transessuale” incute sempre un po’ di timore, è come se richiamasse più un contesto di mutazioni cliniche che altro.

Che tipo di difficoltà hai avuto in campo lavorativo?

Guarda, l’unico vero problema lo ebbi negli anni ’90, in occasione della presentazione del mio film Belle al Bar a Domenica In: poco prima di Natale eravamo stati invitati con tutto il cast, ma forse devono aver poi pensato che sotto le feste io non fossi un “piatto” abbastanza adatto da servire in tavola… e quindi non se ne fece nulla. L’unica cosa davvero spiacevole che io ricordi è questa. Per il resto non rammento particolari sbarramenti all’entrata nel mondo lavorativo. Poi, sai, io ho sempre una visione così… ottimistica. Ma non ho mai avuto persecuzioni, ecco. Anche se sono perfettamente consapevole di essere un caso raro.

Pensi che oggi sia davvero superato il binomio, piuttosto stupido, tra trans e prostituzione, che nella vulgata comune viene pensato, detto o scritto ancora troppo spesso?

Ma sono i “maialotti” che la pensano poi così… Per un periodo credevano che anche io fossi legata alla pornografia, solo perché ero una transessuale. È un po’ un pensiero di quegli sporcaccioni notturni, che girano nei vari siti. Io conosco un sacco di transessuali che lavorano in ambito ospedaliero, in ambito politico, ho addirittura una cara amica sarda che è psicanalista. Ognuno vede ciò che la sua cultura gli fa vedere. Se una persona ha i paraocchi, vede solo ed esclusivamente quell’ambito lì.

A dimostrazione che il genere di appartenenza e l’orientamento sessuale sono questioni completamente diverse, hai dichiarato recentemente che ti vorresti sposare con la persona che hai a fianco da più di vent’anni. Una persona di sesso femminile.

A parte qualche ustione sentimentale in giovane età… anzi no, anche in tarda età ho avuto delle belle corrosioni a livello amoroso, ti parlo dopo i 40. Però adesso se penso al mio futuro lo vedo accanto a una donna biologica, senza dubbio. Per me l’amore adesso è nell’amicizia, nella condivisione di cose che non fanno parte del talamo. Credo che il sesso ormai sia composto di spuntini sessuali che si fanno con dei parcheggiatori del tuo letto, fondamentalmente.

Hai amicizie con altre transgender nel tuo mondo, quello dello spettacolo?

Ho un rapporto molto amichevole con Vladimir Luxuria, sicuramente. Poi c’è la Vittoria Schisano, che tra l’altro avrebbe dovuto fare Ballando con le stelle, ma a causa del Coronavirus adesso si è bloccato tutto… speriamo che tutto quanto riprenda il prima possibile. Vittoria è davvero una persona carina umanamente, oltre che una splendida creatura: ha due occhi meravigliosi, una pelle magnifica. E poi è incredibile come il suo processo di cambiamento sia stato rapido, in quattro anni.

Tu quanto ci hai impiegato?

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Io pochissimo, ero molto giovane, ero imberbe, sedicenne. Avevo l’aiuto di un vicino che faceva l’infermiere e mi passava gli ormoni. No, no, io in un attimo. È bastato che mi facessi le mèches ai capelli in vacanza a Riccione. Appena sono tornata a casa mi chiamavano già “signorina”, non avevo ancora nemmeno le tette, niente. Eppure era già come se fosse tutto fatto.

Sei nata e cresciuta in una delle città italiane più accoglienti in assoluto, in moltissimi sensi, dove vivi anche attualmente. Che rapporto hai con Bologna?

Bologna è la mia culla. È il mio nido, il posto del ritorno, la mia sicurezza. È la mia casa. È un po’ il mio Refugium Peccatorum.

Quali sono i tuoi prossimi progetti lavorativi?

Ci sono al momento due progetti teatrali per il 2021. Uno è legato a un animale vivo in scena, si chiama L’abbraccio del serpente, con la regia di Roberto Piana. L’altro invece è Le serve di Jean Genet, che avevo già interpretato qualche anno fa a Firenze.

Ti va di lasciare un messaggio di speranza e di incoraggiamento a chi leggerà questa tua intervista e che magari non ha la tua stessa positività, questa serenità che traspare da ogni tua parola, ma che ha invece sofferto e continua a soffrire per il solo fatto di essere transgender?

Voglio che sia un messaggio di liberazione: dovete far volare la creatura che è inespressa dentro di voi, chiusa, ma che preme e vuole uscire. Basta che non nuociate al prossimo, ma davvero liberate voi stesse. Liberatevi e adoperatevi per diventare pienamente ciò che voi desiderate essere.

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