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Storie di design: “Eclisse” di Vico Magistretti

Storie di design: “Eclisse” di Vico Magistretti

Daniela Giuffrè

Il design italiano è un patrimonio di tutti gli italiani. Una faccenda che fa parte della nostra storia, della nostra vita e del nostro passato. Sarà capitato a chiunque di vedere e magari anche utilizzare un oggetto di design senza sapere che per le mani abbiamo un vero e proprio tesoro che ci ha reso la vita più facile e più bella.

Per quanto mi riguarda, so esattamente quando ho avuto tra le mani per la prima volta un oggetto di design: fin da quando sono nata, era il 1984, mi toccavano mensilmente le visite mediche dal mio pediatra, medico di base e amico di famiglia. Ho ben chiaro il ricordo dello studio dove ci accoglieva: tutta la stanza era rivestita da una libreria di legno scuro che conteneva, oltre ai libri, tomi grandi dall’aria seriosa, buffi oggetti provenienti da chissà dove. E mentre i miei genitori e il medico si intrattenevano in lunghe conversazioni su temi a me ancora sconosciuti, io mi perdevo in viaggi immaginari accompagnata da tutti quegli oggetti strani e bislacchi che affollavano il suo studio. Lui, un uomo serio, uno di quelli rari al giorno d’oggi, dal fare distinto, panciuto ma non gonfio, canuto con occhiali tondi, la barba lunga e con l’immancabile giacca e cravatta. Ogni cosa in quello studio era seria e lui non era da meno. Spiccava però l’hobby di collezionare oggetti di qualsiasi tipo o provenienza.

Il dottore diceva sempre che ogni oggetto aveva una storia, ed era in virtù di quelle storie che se ne stavano lì in bella mostra – avrebbe detto lui. Ammassati – direi io oggi. Forse però proprio grazie a quella vita che in qualche modo quegli oggetti conservavano, mi era permesso toccarli, usarli e giocarci. Il mio preferito era una lampada composta da 3 calotte semisferiche, una per la base, una a contenere la lampadina e la terza scorrendo dentro l’altra a regolare il flusso luminoso come una vera e propria “Eclissi” fa con la luce del sole. Mi affascinavano le geometrie semplici, sembrava uno di quegli oggetti che avrei potuto pensare persino io da bambina, invece era stato Vico Magistretti, uno dei padri del design targato made in Italy a idearla e Artemide a produrla nel 1967. L’avrete sicuramente vista e, se come me siete figli degli anni ’80, magari ne conservate ancora una tra gli oggetti di famiglia.

Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Vico Magistretti, nato appunto nel 1920 a Milano e padre di quell’oggetto così semplice e perfetto nella sua forma e puro nella sua funzione. “Il Vico” è figlio d’arte, cresce nello studio di progettazione del padre dove si nutre di conversazioni tra suo padre, i suoi amici, grandi architetti anche loro, e i produttori del tempo. Nel 1945 si laurea in architettura e da giovane laureato si affaccia in un mondo fatto di poco, ma con una gran voglia di rinascere più bello di prima. L’orrore della guerra non poteva lasciare spazio ad oggetti brutti. La ricerca era basata sulla semplicità delle geometrie, ma partiva sempre dalla sua funzione, accompagnata da un fattore che determina e distingue un oggetto di design da uno qualsiasi: la riproducibilità.

È bene ricordare che in quell’epoca i giovani designer non erano costretti ad andare in giro per le aziende a proporre i propri oggetti armati di portfolio, pazienza e fortuna. Erano invece le aziende stesse a chiamare gli architetti per chiedere di progettare degli oggetti di uso comune, che fossero facili da realizzare e soprattutto economici. Perché il design, a differenza di quanto percepiamo oggi, è nato con l’intento di essere alla portata di tutti.

Così fu per Eclisse: Gismondi, all’epoca titolare di Artemide, chiamò Vico Magistretti per commissionargli una lampada da comodino che riuscisse a regolare il flusso luminoso. A quest’ultimo, mentre era in metro, venne in mente la descrizione della lampada usata da Jean Valjean (il protagonista dei Miserabili) che nient’altro era che una lanterna cieca in uso all’epoca dai minatori o dai ladri. Tale lanterna con un meccanismo circolare riusciva a regolare la luce emessa o ad oscurarla del tutto. Illuminato, è il caso di dirlo, da questo ricordo tirò subito fuori dalla tasca il biglietto della metro e fissò su carta la sua idea progettuale.

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Un punto fondamentale per Vico Magistretti era la chiarezza della comunicazione, diceva che un’idea chiara è semplice da descrivere e dunque da raccontare. Un architetto doveva essere capace di descrivere il progetto e di farlo con una chiarezza assoluta, razionale ed univoca, anche senza disegni dettagliati; credeva che a realizzare fossero più bravi i produttori e quindi si confrontava con loro su come produrre al meglio la sua idea che era sempre obbligatoriamente chiara e semplice.

Eclisse vince nel 1967 il prestigioso premio Compasso d’Oro con la seguente motivazione: «La Commissione stima che l’oggetto presentato abbia la doppia qualità di un alto valore progettistico-estetico e di una possibile diffusione di massa. Sottolinea inoltre la novità nella soluzione tecnica che, attraverso un semplice movimento a schermo rotante, gradua l’intensità dell’erogazione luminosa.» (in Ottagono 8, 1968).

Dal 1972, poi, entra a far parte della collezione del MoMa di New York. Come amava dire il suo creatore: “la differenza tra le mode e il design è che le mode passano e il design resta”. Dev’essere vero se ancora oggi, dopo 53 anni, la lampada è in produzione. Per essere dei bravi designer, diceva ai suoi alunni, bisogna guardare agli oggetti usuali con occhi inusuali perché esiste già tutto, magari è solo un pò nascosto.

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