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Sashay, away: cambiare è normale ma dov’è finita l’inclusione?

Sashay, away: cambiare è normale ma dov’è finita l’inclusione?

Ale223

Fino a poche settimane fa ignoravo il significato di “gatekeeping”. Poi, grazie alla mia bolla Twitter, ho scoperto che è quell’atto odioso (ma che facciamo tutti) di chi, arrivato per primo su un argomento (o un artista, un programma televisivo, un album) ne impedisce l’ingresso agli altri, o sente la necessità di dimostrarsi più fan, miglior fan o comunque di essere arrivato prima degli altri e in qualche modo di conoscere la dimensione autentica di quell’oggetto. Succede ed è successo anche per RuPaul’s Drag Race, nato nel 2009 su un canale pay minore (LOGO, una rete da sempre LGBTQI+ e fondato dalle stesse persone ai vertici della prima MTV). E, manco a dirlo, è stata la sua fortuna.

È stato proprio il suo essere prodotto per la nicchia a farlo esplodere, grazie al passaparola e al buzz social: è stata la comunità LGBTQI+ a farlo conoscere a tutti, prima che ad accorgersi dei tanti aspetti geniali dello show (non solo una parodia di America’s Next Top Model, ma un vero palcoscenico per artisti di talento) fosse anche la critica. Ad oggi il programma vanta una dozzina di Emmy Awards, non certo una cosa da tutti.

Drag Race, diventando popolare, ha iniziato a cambiare faccia. Prima di tutto diventando più “polished”, cercando di formattizzarsi. Operazione riuscita, visto che negli ultimi anni il programma è stato venduto anche in Thailandia, UK – con lo stesso RuPaul in conduzione -, Cile e Canada, facendo piovere soldini in casa World of Wonder – la casa di produzione – e Passion, il gruppo che ne detiene i diritti. Trovata una forma e una legittimazione come programma televisivo, Drag Race ha puntato ad allargare il suo bacino d’ascolto. La cosa è venuta naturalmente, man mano che il passaparola superava la bolla LGBTQI+ e gli Stati Uniti, rendendo Drag Race il guilty pleasure di molti nel mondo. Lo stesso programma se ne accorgeva e iniziava ad ampliare il suo pubblico. Avanti veloce al 2020 e Drag Race è un impero, con 12 edizioni tradizionali e 5 All Stars già girate, una versione Celebrity appena inaugurata, vari spin-off ed eventi collaterali (tra tour mondiali e DragCon) che danno lavoro a migliaia di persone.

Sono cambiate tante cose: il canale è diventato VH1 e per la prossima All Stars si sbarca addirittura su Showtime, tutti di proprietà Viacom/CBS. I telespettatori e i fan sono molti di più e non sono più limitati alla comunità LGBTQI+. Tanti eterosessuali guardano Drag Race con passione e chi fa lo show lo sa. Il programma non manca di sottolineare il suo rivolgersi a tutti, anche se sembra strizzare l’occhio in particolare alle donne (etero), che sembrano tutto d’un tratto diventate il core target della trasmissione. Lo vediamo nei promo del DragCon, dove i fan che ci fanno vedere entrare nei padiglioni sono tutte donne perlopiù bianche presumibilmente etero; lo vedremo nella prossima puntata di Drag Race dedicata al makeover, dove “i fan del programma” sono convenientemente tutte donne. Si tratta di scelte mirate, che sottolineano come il programma sia mutato, da “Superbowl dei gay” da trasmettere negli spazi LGBTQI+, a talent show di massa per gli americani, un Project Runway più “sfrontato”.

Il risultato è che la percezione, per quanto riguarda la comunità LGBTQI+, è che il programma sia rimasto indietro su temi su cui ci si aspetterebbe fosse il precursore, in prima linea nelle battaglie di tutti i giorni. Sono passati pochi anni dalle frasi di dubbio gusto di RuPaul sulla comunità T*, dove il conduttore è sembrato escludere senza se e senza ma la possibilità di far partecipare al programma anche donne trans*. Lo stesso RuPaul che sembrava aver accolto con fastidio la richiesta di eliminare l’odioso termine “shemail” per i messaggi del conduttore alle concorrenti, ma anche lo stesso RuPaul che è stato pubblicamente sfidato sui social su queste tematiche da concorrenti come Gia Gunn o Courtney Act.

Ad oggi, dopo quasi venti edizioni di programma, non abbiamo mai avuto in gara una donna trans* che si presentasse come tale già dai casting, né tantomeno una donna biologica (le bioqueen esistono e arricchiscono la scena drag). Ridurre il tutto a un programma dove uomini si vestono da donna, salgono su tacchi e ballano è non solo anacronistico, ma anche offensivo, in un periodo storico in cui la televisione, seppure a fatica, è riuscita a fare dei passettini in avanti in tema di rappresentazione delle minoranze.

È triste il fatto che ad essere rimasto indietro sia il programma che più di ogni altro rappresenta la comunità LGBTQI+ nella televisione mainstream, condotto dalla drag queen più famosa di sempre. Per molti si tratta del prezzo da pagare per aver deciso di “allargare” il programma, quasi rendendolo family-friendly. Per i più estremisti RuPaul si è venduto sull’altare degli ascolti (soldi).

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Eloquente questa fotografia che racconta uno dei tanti Emmy vinti dal programma. Uno show per la comunità LGBTQI+, ma prodotto e controllato dai soliti maschi bianchi, tendenzialmente anziani. Dove vogliamo andare se non diamo alle minoranze la voce e la penna anche in fase di scrittura del racconto? Come può un gruppo di maschi gay bianchi raccontare con cognizione di causa la discriminazione, la mancata accettazione o le difficoltà della vita della comunità T*, della comunità nera?

Quindi è tutto da buttare via? No di certo. Si può accettare il fatto che Drag Race sia diventato uno di quei programmi talmente di successo dove gruppi diversi di persone, tra loro magari incompatibili, riescono a vederci qualcosa di diverso gli uni dagli altri. C’è chi ama il drama, chi i vestiti, chi le esibizioni. C’è chi viene per i momenti iconici, per un’immersione controllata (e magari rassicurativamente stereotipata) nel mondo gay, c’è chi ci viene per la gara, per le storyline dei concorrenti. Rischia invece di essere controproducente barricarsi sulla posizione del “gatekeeper”, il fan della prima ora tradito dalla popstar che non fa più dischi belli “come quando la conoscevo solo io”.

Non si può imputare al programma di non sapere ascoltare le varie voci se poi la prima di queste voci decide di essere l’unica valida, soprattutto perché avere reso il programma più largo, un po’ più “per tutti”, permette di ingigantirne la voce, aumentare la portata. Il punto non è rimpiangere i bei tempi andati, ma riconoscere che c’è del bene nella nuova forma del programma e saperne distinguere il buono dal cattivo. Significa, quello sì, richiedere rappresentatività delle minoranze, un cast il più possibile diversificato e aperto a tutti. E non fare sconti a nessuno, nemmeno a RuPaul.

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