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RUVOLUTION

RUVOLUTION

Domenico Naso

Dodici stagioni della versione americana, quattro All Stars (più la quinta in arrivo), una Secret Celebrity, vari speciali, una versione inglese, una thailandese e un’altra brasiliana. L’impero della drag queen più famosa d’America è ormai diventato planetario grazie a un programma televisivo che in pochi anni si è trasformato in un fenomeno culturale globale: RuPaul’s Drag Race.

E il nome di RuPaul Charles lo leggerete spesso, in questo articolo di presentazione del nuovo speciale di Queer, visto che la madre di tutte le drag queen permea di sé ogni secondo delle sue trasmissioni, con un richiamo personalistico degno di un leader carismatico di una setta. Ma Drag Race è RuPaul e RuPaul, almeno negli ultimi anni, è soprattutto Drag Race.

Anche perché, dopo il boom degli anni Novanta, il duetto con Elton John su Don’t go breaking my heart e il talk show televisivo, la stella di RuPaul si era assai appannata, negli anni Duemila.

Il ritorno sulla cresta dell’onda, per un personaggio che da almeno un paio di decenni aveva influenzato fortemente l’immaginario pop LGBTQI+, coincide proprio con il lancio di Drag Race. Un format per nulla rivoluzionario, nel meccanismo: un misto tra talent e reality, con una dozzina di concorrenti pronte a tutto pur di dimostrare, dopo una lunga serie di prove e defilé, di meritare la corona.

Il punto, però, è questo canovaccio già visto aveva qualcosa che gli altri programmi non avevano mai avuto: le concorrenti erano (e sono) tutte drag queen. Lo scopo di RuPaul, stagione dopo stagione, è quello di trovare l’American Next Drag Superstar e chi è che ha il compito di decidere la vincitrice? Il televoto? Una giuria? Nossignore. Decide tutto RuPaul, che per le concorrenti di Drag Race è giudice, giuria e boia.

MAMA RU, MADRE DELLE DRAG

Succedese in Italia, in un talent qualsiasi, che a decidere tutto sia il conduttore, si creerebbero polemiche senza precedenti. Eppure con RuPaul non succede. Perché? Facile. Perché chi altri al mondo, più di RuPaul, ha la competenza che serve per giudicare le qualità di una drag queen? Nessuno. Period.

E allora eccola, la Madre delle Drag (Daenerys Realness), a muoversi sinuosa tra wannabe RuPaul che la accolgano in sala come fossero Bernadette solo un po’ più variopinte difronte alla Madonna di Lourdes; o ad accogliere con misurato entusiasmo alcune tra le più grandi superstar americane che accorrono sempre più numerose per accomodarsi, anche se per una sola puntata, al tavolo della giuria. E sono loro, le star, a lanciarsi in lodi sperticate nei confronti di Mama Ru, alta sacerdotessa di un culto che si diffonde con una rapidità sorpredente.

Al tavolo di Drag Race sono approdati davvero tutti i nomi che contano: Lady Gaga, Nicki Minaj, Miley Cyrus, Debbie Reynolds, Olivia Newton-John, Lizzo, Christina Aguilera, Cara Delevingne, Jeff Goldblum e tanti altri, persino la golden girl della sinistra americana Alexandria Ocasio-Cortez. Perché accorrono? Facile: RuPaul’s Drag Race è un vero e proprio fenomeno di costume che ha raggiunto i quattro angoli del pianeta, un cult, qualcosa da studiare e analizzare anche a livello culturale.

UN’ENCICLOPEDIA DI CULTURA POP

Nella lotta senza esclusione di colpi che conduce alla corona non c’è solo il solito refrain da reality/talent. Accanto alle liti, alle gelosie, agli sgambetti, c’è tantissimo della cultura LGBTQI+ e dunque della cultura pop dei nostri tempi. È una sorta di enciclopedia a dispense settimanali di riferimenti storici, politici, sociali, musicali, cinematografici. È una cavalcata tra le mode, le tendenze, i crolli e le cadute della società dei consumi, del sogno americano, dell’egemonia statunitense nata nel secondo dopoguerra.

Anche solo per questo, Drag Race meriterebbe quantomeno di essere vista con attenzione. Ma c’è dell’altro ed è persino più importante: le storie personali delle partecipanti. Ogni drag che varca la soglia del laboratorio porta con sé un bagaglio di parrucche cotonate, abiti fantasmagorici ed esperienze di vita intense. Ciascuna di loro ha qualcosa da raccontare, esperienze dolorose di rifiuto, abbandono e discriminazione, di violenze e lotta quotidiana per affermare il proprio diritto a essere gay e drag queen. Perché l’America, amici miei, non è New York o Los Angeles.

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L’America vera, quella profonda, è tutto quello che sta in mezzo alle due città simbolo del sogno a stelle e strisce. Queen del Midwest o della Bible Belt raccontano incubi a occhi aperti che fanno arrabbiare e indignano con la stessa intensità con cui, poco dopo, fanno commuovere e sperare i successivi racconti di lotta e redenzione, di allontanamento da famiglie grette e approdo su continenti inesplorati (molto spesso la grande mamma New York) alla ricerca di libertà e rispetto per se stessi. Storie di violenze sessuali, di percosse, di minacce di morte di “padri” e “madri” indegni di questo nome, di droghe, sesso e HIV, di ricerca disperata e straziante di essere amati.

I RISVOLTI POLITICI DELLA RIVOLUZIONE DRAG

E quanta politica scorre davanti agli specchi, mentre le queen si preparano a ondeggiare sulla runway! Come in una delle ultime puntate andate in onda, in questa dodicesima edizione fortemente connotata politicamente, vista la coincidenza con l’anno delle elezioni presidenziali in America. In pochi minuti, tra un seno posticcio sistemato e un lipgloss steso come si deve sulle labbra, le queen hanno fatto a pezzi Donald Trump e la sue politiche. E non, si badi bene, con slogan sentiti qui e là e ripetuti a pappagallo perché fa figo. Nossignore.

Ciascuna di loro aveva una storia personale, un aneddoto, un motivo per cui la presidenza Trump ha danneggiato e fatto soffrire la sua famiglia. E ogni puntata di questa stagione, poi, si chiude con un paio di queen che ballano la sigla tenendo in mano un grande cartello che invita i telespettatori a registrarsi al voto per incentivare la partecipazione alle urne il prossimo novembre.

Tutto questo, e molto altro, è RuPaul’s Drag Race. Un fenomeno che non ha solo luci (RuPaul è stato ed è al centro di più di una polemica su alcune sue posizioni poco coerenti con quello che predica) ma che di sicuro rappresenta un enorme faro puntato sulle splendide silhouette di queste queen fiere o buffe, eleganti e taglienti, drammaticamente belle e con una voglia matta di vivere il loro sogno. Un sogno che, banalmente, è essere loro stesse.

La copertina di questo numero è di Queerrilla

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