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Alexandria Ocasio-Cortez e la drag revolution che può cambiare l’America

Alexandria Ocasio-Cortez e la drag revolution che può cambiare l’America

Francesca Druetti

Non è mai troppo tardi, o troppo presto, e non si è mai troppo imperfetti per prendersi cura di sé e inseguire i propri sogni.

(AOC, 13 ottobre 2018)

Il 13 febbraio 2020, in un teaser di 10 secondi che è diventato il tweet con più like di sempre sull’account della RuPaul’s Drag Race, Alexandria Ocasio-Cortez ha giurato fedeltà to the drag come giudice della dodicesima edizione del programma.

In un vestito di pailettes che fa a gara con la scenografia dello studio, orecchini luccicanti, il suo amato chignon e, soprattutto, il famoso rossetto rosso, AOC si unisce alla RUvoluzione il 10 aprile 2020. “Un sogno che diventa realtà”, dice in trasmissione, dopo aver twittato che essere ospite della Drag Race è stata “un’esperienza altissima”. E dire che l’asticella deve essere molto alta per lei che a ventinove anni è diventata la donna più giovane mai eletta al Congresso degli Stati Uniti d’America. Se poi guardiamo a come è arrivata a occupare quel posto, il risultato è ancora più impressionante.

Alexandria Ocasio-Cortez, classe 1989, nata nel South Bronx e trasferita con i genitori a Yorktown, contea di Westchester, non è la tipica rappresentante della classe dirigente americana, anzi. Il padre ha origini portoricane, la madre è nata a Portorico, e quando si sono sposati e trasferiti a New York non parlava inglese, racconta la figlia. Nel nuovo quartiere sono decisamente più poverx e più latinx dei loro vicini: non è difficile immaginare gli anni della scuola per AOC. “Quando affronti i bulli una volta, diventa più facile farlo tutte le volte che ti ricapita”, twitta nel 2019. Diventa la prima della sua famiglia a laurearsi (in Economia e Relazioni internazionali), fa volontariato in Africa, poi torna nel Bronx a lavorare come community organizer ed educatrice. Siccome dopo la morte del padre la famiglia ha bisogno di tutto il supporto economico possibile, fa anche la barista e la cameriera. Non che resti moltissimo tempo libero, ma negli anni AOC riesce anche a lavorare nell’ufficio che si occupa di immigrazione per il senatore Ted Kennedy e, soprattutto, a fare la coordinatrice per la campagna delle primarie di Bernie Sanders nel Bronx.

È il 2016, le primarie le vince Hillary Clinton e il resto è storia: l’8 novembre siamo andati a dormire tranquilli con un sacco di Stati che si stavano colorando di blu e ci siamo svegliati che era tutto rosso e Donald J. Trump Presidente degli Stati Uniti d’America. In dicembre, AOC sta ripartendo dopo una visita alla comunità di Standing Rock in North Dakota, dove i nativi protestano contro la costruzione di un oleodotto che dovrebbe attraversare la riserva, quando l’organizzazione Brand New Congress le propone di candidarsi alle primarie del 14° distretto.

Per AOC è la prima candidatura per un incarico pubblico e il suo avversario tra i democratici è il quarto esponente in ordine di importanza. È il capogruppo alla Camera e lo chiamano King of Queens. Joe Crowley è anche favoritissimo per il ruolo di speaker della Camera. Ora, chiunque si interessi di politica americana, ma anche chiunque abbia familiarità con le reactions GIFs, sa che la speaker della Camera è Nancy Pelosi e non Joe Crowley: questo perché il 26 giugno 2018 AOC ha battuto il Re del Queens 58 a 42 e qualche mese dopo è stata lei a vincere il seggio del suo collegio nelle elezioni di midterm. Le sue campagne elettorali, la sua piattaforma politica e la storia della sua ascesa travolgente sono raccontate benissimo nel documentario Knock down the House e nell’unico libro uscito in italiano, Alexandria Ocasio-Cortez. La giovane favolosa, di Francesco Foti (da cui sono tratte molte informazioni che trovate in questo articolo e che è una lettura fondamentale per capire la figura di AOC).

Non è sorprendente che AOC e le drag siano destinate a incrociarsi e che ogni volta che succede il risultato abbia un reale impatto, più ampio del siparietto brillante in favore di telecamere. Il significato è profondo perché profonda è la connessione.

Nel 2017, RuPaul è stato intervistato da Spencer Kornhaber per The Atlantic in un articolo intitolato “Ecco perché le drag queen sono la risposta definitiva a Trump”. È solo uno dei pezzi che hanno al centro la rinnovata politicizzazione delle drag queen nell’America post-Obama. “Drag queen sashay into the political spotlight”, titola The Washington Post. “La RuPaul’s Drag Race può salvarci da Donald Trump?”, si chiede The New Yorker. La potenza della cultura drag, della performance, ha sempre portato con sé un senso di sovversione: dello status quo, della binarietà e della normatività di genere, tutti concetti a cui l’America trumpiana si aggrappa aggressivamente. Ecco perché, dice RuPaul, “seguire il nostro cuore è l’atto più politico che esista”. Allo stesso modo, AOC si rivolge alle ragazze nere: “vi consiglio di smettere di cercare di adeguarvi al sistema, perché non è stato costruito per noi, a nostra misura. Dobbiamo costruire il nostro, di sistema”. Razza, classe, genere, identità, espressione di sé, corpi: è un terreno vastissimo, e il modo in cui AOC lo percorre la porta gomito a gomito, inevitabilmente e con gioia, con le drag, la cui comunità (più ancora di quella queer in generale) è composta da molte persone nere e latinx, che spesso vivono o hanno vissuto sotto la soglia di povertà.

Il rossetto e gli orecchini erano ispirati a Sonia Sotomayor, a cui fu consigliato di mettere uno smalto trasparente alla sua audizione di conferma al Senato per non attirare l’attenzione.
Lei tenne lo smalto rosso.
La prossima volta che qualcuno dirà alle ragazze del Bronx di togliere gli orecchini a cerchio, potranno rispondere che sono vestite come una deputata.

(AOC, 4 gennaio 2019)

Alexandria è un’outsider, per molti versi. Quando dice di essere la voce di chi non è rappresentato dall’establishment americano, lo afferma con una credibilità che è anche fisica: in un parlamento costituito per la maggior parte da uomini, bianchi, miliardari, AOC è donna, orgogliosamente working class, figlia di immigrati, non bianca, latino americana, con una forte consapevolezza delle radici africane delle sue origini (“la mia famiglia è afrolatina”, scrive).

Alexandria usa abbigliamento, trucco e parrucco per lanciare messaggi precisi e complessi. E, in particolare, sceglie spesso di modellare i suoi look su quelli di altre donne che hanno avuto un impatto culturale prima di lei, rendendo omaggio al loro lavoro e alla loro storia: Sonia Sotomayor (prima donna nera giudice della Corte Suprema), Shirley Chisholm (prima donna nera al Congresso), Michelle Obama (prima first lady afroamericana), le suffragette, le ragazze del Bronx.

Non è una novità che gli abiti con cui le donne appaiono in pubblico vengano dissezionati, ma i look di AOC vanno oltre al consueto livello di comunicazione non verbale a cui siamo abituati. Affidabilità, competenza, sicurezza, professionalità: in genere sono queste le principali vibrazioni che chi fa politica cerca di trasmettere attraverso la propria immagine, con eccezioni legate alle circostanze o ai personaggi. Nei look di AOC troviamo molto di più: citazioni, rimandi, pagine prese dalla storia americana, femminista, socio-economica, razziale. Anche i capelli hanno un significato: “quando indosso una treccia, è per onorare le radici africane e indigene che sono parte dell’essere portoricana”. Qualsiasi sia il messaggio specifico, il significato generale è sempre lo stesso: sii orgogliosa di quella che sei. Di come appari. Be proud. Be loud, se lo ritieni. Alle donne viene insegnato che devono essere quiete, educate, che non devono disturbare, che non devono occupare spazio. Se sono donne nere, ancora di più: “Ci viene insegnato inconsciamente a comportarci come uomini bianchi”. Ecco, sembra dire AOC quando sceglie un vestito con un messaggio, quando strizza l’occhio alle drag: vogliono che ci vestiamo come uomini bianchi? E noi ci vestiamo come donne, possibilmente nere, e supportiamo tuttx quellx che lo fanno.

Nell’estate del 2019, AOC passa la serata allo show Bartschland Follies, uno spettacolo a tema drag e burlesque. Alla fine, sale sul palco, abbracciata alla conduttrice: “Be who you are. You are beautiful. You are accepted”. Pochi mesi dopo, è la volta di Smoke & Mirrors, one-queen show di Sasha Velour (vincitrice della nona stagione della Drag Race). Quando viene avvistata tra il pubblico, l’intero Lincoln Theatre si alza in piedi per applaudirla. Il video postato da Sasha fa letteralmente impazzire i conservatori americani che sobriamente commentano: “Questa è la sinistra: AOC promuove lo show occulto di un vampiro drag queen”.

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Nancy Pelosi (che non sta proprio sulla stessa scala di AOC in quanto all’apporto di progressismo nelle fila dei Democratici, ma che è innegabilmente una figura iconica) è stata anche lei ospite (ma non giudice) di RuPaul, nel 2018. “Sono gelosa”, twitta Ocasio-Cortez. “Sono una grandissima fan da anni”. E non è una frase di circostanza: sui suoi canali personali si trovano spesso commenti alla trasmissione. Come per l’eliminazione di Nina West, o per fare i complimenti a Valentina che interpreta Eartha Kitt (un’altra donna nera, figlia di una donna afroamericana e Cherokee) nella quarta stagione di RuPaul’s Drag Race: All Stars, con un tweet misto di spagnolo e inglese: “Increíble. Almost had a heart attack during elimination. Valentina y Shangela son las reinas de mi corazón”. Per arrivare allo scambio tra Ru e Alexandria: “Cara Alexandria Ocasio-Cortez, chiedo che tu possa guidare i miei pensieri, i miei sentimenti e le mie percezioni. AMEN”, a cui la deputata risponde: “Madre Ru, grazie per il tuo luminoso esempio di amore per se stessi, completamente, non importa cosa pensi il mondo. Mi dai speranza e forza ogni giorno!”. Insomma, era solo questione di tempo.

La messa in onda della puntata in cui fa la giudice è un’occasione per mettere i propri canali a disposizione della comunità LGBTI+: “In tempi difficili, rimane importante trovare dei momenti per staccare dallo stress e cercare un po’ di gioia. Domani notte su IG live condurrò un gruppo di ascolto della Drag Race. Durante le interruzioni pubblicitarie, risponderemo alle domande e chiacchiereremo con gli attivisti LGBT+ del 14° distretto dello Stato di New York”. I temi sul tavolo spaziano dall’impatto del Covid19 sull’industria dello spettacolo, all’assistenza sanitaria, fino ad arrivare al sex work e all’incarcerazione delle persone trans*.

Una delle concorrenti di questa stagione, Jackie Cox, ha origini iraniane e la sua storia personale diventa lo spunto per parlare di un’idea degli Stati Uniti che è agli antipodi di quella del Muslim Ban e dei provvedimenti transfobici dell’amministrazione Trump: “Vederti lavorare al Congresso insieme alle deputate Tlaib e Omar mi riempie di speranza per il nostro paese. Mia madre è arrivata qui dall’Iran e le dicevano di tornarsene a casa da dove era venuta. Ora è una cittadina americana e vederti schierata dalla parte delle persone come mia madre mi dà speranza”.

La conversazione continua in Untucked. Le concorrenti sono colpite dal fatto che non solo una persona “così importante”, con così tanto “potere e impatto sulla società” usi il proprio tempo per partecipare al programma, ma che sia anche genuinamente appassionata alla trasmissione e a quello che fanno. Ai ringraziamenti per la sua opposizione a Trump, AOC risponde che “Tutte lo facciamo, ognuna a suo modo. Molti pensano che il ruolo del Congresso e del Governo sia guidare le persone, ma alla fine molte delle nostre politiche invece seguono l’opinione pubblica. E le persone che cambiano il modo di pensare sono gli artisti, e le drag queen, senza dimenticare chi ha scagliato il primo mattone a Stonewall. Tutto ha inizio da voi. Siete delle patriote. E io sono orgogliosa di vivere in questo paese con voi, come una famiglia”.

Naturalmente, non tutti hanno lanciato confetti all’annuncio della sua partecipazione al programma. Alexandria Ocasio-Cortez è letteralmente kryptonite per la mentalità sessista, razzista, classista, omolesbobitransfobica e sessuofoba condivisa da parte della destra americana (tutta la galassia composita di conservatori, suprematisti bianchi, far-right, alt-right, residenti nella Bible Belt, rednecks e fan dello slogan trumpiano MAGA, Make America Great Again) e che è diffusa anche in ambienti generalmente considerati più progressisti.

AOC ha un modo di reagire agli haters che deve molto alla queer culture, mixata con il suo stile personale. Se ti insultano, prendi quell’insulto e fallo tuo. Resta fedele alla tua verità e, se cercano di ridicolizzarti, rispondi in modo che non si rendano nemmeno conto di che treno li ha investiti. “Facts are facts, America”, risponde a chi cerca di contestare dei dati, prendendo in prestito una frase di Monique Heart (concorrente della RuPaul’s Drag Race: All Stars, quarta stagione). Quando Fox News crea un fotomontaggio offensivo con una sua foto, twitta: “Grazie per tutte queste grafiche per la mia campagna elettorale di cui non sapevo di aver bisogno”. Quando tra gli account della destra comincia a circolare un suo video dei tempi del college, in cui la si vede ballare su un tetto, che dovrebbe metterla in ridicolo e dimostrare la sua inadeguatezza, il risultato è un’ondata di positività e consenso nei suoi confronti. Il suo tweet di risposta è un video in cui balla nel corridoio fuori dal suo ufficio di Washington, con scritto nel testo: “Ho sentito che i Repubblicani pensano che le donne che ballano siano scandalose. Aspettate che scoprano che anche le deputate ballano! 💃🏽 Buon weekend a tutti!”. Non c’è da stupirsi, perciò, che a chi ha criticato la sua scelta di fare la giudice alla Drag Race, AOC abbia risposto con la citazione di un’altra drag, Phi Phi O’Hara: “They can go back to Party City 😉🏳️‍🌈”.

Come una vera Queen.

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