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Per ultimi le donne e i bambini

Per ultimi le donne e i bambini

Federica Di Martino

È evidente che questa emergenza sanitaria stia portando al pettine tutti quei nodi che riguardano il cattivo funzionamento e gestione della nostra società. Se lo smantellamento della sanità pubblica, lo sfascio del terzo settore e delle pratiche di assistenza sociale e reddituale per le fasce deboli sono state presentate al mondo come foriere di una nuova umanità, ci troviamo oggi di fronte al fallimento totale di un sistema che è stato improntato alla privatizzazione e al personalismo.

Sarebbe bello se questa esperienza ci restituisse al mondo migliori e pronti a ripartire da nuovi presupposti tale per cui nessuno venga più lasciato indietro.

ATTENZIONE: RISCHIO SPOILER

E invece no, continueremo a favorire la società del profitto e del capitale, continueremo a capitalizzare le soggettività e gli affetti, e soprattutto continueremo a restare i sepolcri imbiancati di sempre (se qualcuno fosse a digiuno di metafore bibliche eccovi accontentati).

Sto parlando, in particolare, delle cosiddette “fasce deboli”, quelle che comprendono bambini, donne, disabili e anziani. Per le ultime due categorie, diciamo che il fatto che il 44,1% dei contagi totali sia avvenuto in una RSA/Casa di Riposo/Comunità di disabili (secondo i dati ufficiali dell’ISS del bollettino di sorveglianza integrata Covid-19 del 19-23 aprile 2020), ci può dare giusto un’idea della totale assenza di tutele riservata ai luoghi di accoglienza e cura riservate a queste categorie.

Per le prime due, invece, ovvero donne e bambini, il Paese che ha fatto di “Dio, patria e famiglia” la sua bandiera, non poteva certamente sottrarsi dal consegnarci al ruolo che ci spetta: quello del margine, del sacrificio e della totale mancanza di considerazione politica.

Possiamo individuare la genealogia di questa discesa libera fin dalla chiusura delle scuole, Italia come zona rossa e incentivo del lavoro da casa. Al grido di #iorestoacasa, usato un po’ come incoraggiamento e un po’ come monito, ci siamo dimenticati che per migliaia di donne, madri lavoratrici, restare a casa ha significato triplicare le pratiche di lavoro produttivo e di cura all’interno delle mura domestiche. Secondo un sondaggio di Valore D sull’efficacia dello smart-working, vediamo che una donna su tre ha manifestato profonde difficoltà a conciliare il proprio lavoro con la gestione della casa e dei figli. E già, perché per quanto di parità si parli e la si rivendichi, quello che molto spesso avviene nelle mure domestiche è ancora ben lontano da questo tipo di visione; il marito, compagno, nella migliore delle ipotesi, “dà una mano”, sentendosi l’eroe femminista del vicinato. Sicuramente non vogliamo generalizzare, ma ci tocca offrire uno sguardo privilegiato sulle situazioni di maggiori criticità se vogliamo capire davvero come migliorare le cose.

Nei giorni scorsi il capo della Protezione Civile Borrelli è stato interrogato in conferenza stampa sul mancato inserimento delle donne nel comitato tecnico-scientifico. La domanda, possiamo dircelo, è stata posta maluccio, visto che si parlava del contributo che le donne avrebbero potuto dare sulla base della “sensibilità per le categorie deboli”, un pizzico di rosa, emotività e dolcezza che si sa, sono connaturate in noi femminucce. Tuttavia è l’unica domanda che è stata posta evidenziando il problema, c’è da dire anche questo. Comunque, dopo aver allappato più di me dopo una sbronza con vino e percoche, Borrelli ha dovuto spiegare che le donne sono assenti in quanto non ricoprono cariche dirigenziali tali da essere inserite nella task-force. Mannaggia, sarà per la prossima pandemia mondiale, sperando che per allora le cose si saranno magicamente allineate senza che si giunga a constatare che c’è un problema di misoginia connaturato nella nostra società e, ancora peggio, nella nostra cultura di appartenenza.

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A darci la mazzata finale ci si è messo il premier Conte nella definizione della tanto attesa fase 2, che di fatto sembra navigare a vista peggio di quanto ognuno di noi non abbia fatto in questi due mesi. Con la ripresa graduale delle attività produttive ma con le scuole che rimarranno chiuse, si ripropongono i problemi che riguardano le gestione dei figli, in molti casi minori e non capaci di potersi gestire in maniera autonoma, e la necessità di conciliare i tempi lavorativi. Non un accenno, che sia uno, alla tutela di quelle che vengono inquadrate come fasce deboli, se non un timido accenno al famoso “bonus baby-sitter”, a cui è affidata la funzione di deus ex machina nella risoluzioni di anni di inedia e politiche di welfare inefficaci.

Secondo un’indagine condotta dalla piattaforma internazionale Yoopies, che riguarda domanda e offerta di assistenza all’infanzia e servizi alla famiglia, se finora in circa l’87% dei nuclei familiari presi in esame almeno uno dei due genitori è rimasto a casa con i bambini, dal 4 maggio queste due quote tenderanno maggiormente ad equipararsi. Con chi resteranno i bambini se i genitori torneranno a lavoro? Con i nonni? Diremmo proprio di no. Riapriranno le ludoteche? Con che costi e che orari? Il servizio di baby-sitting prevederà i tamponi su tutti i soggetti coinvolti? E poi per le manovre economiche, fino a che punto la proroga dei congedi parentali e dello smart-working possono considerarsi una soluzione che, seppur temporanea, contiene al suo interno una qualche forma di progettualità, e quanto invece non ci troviamo a fare i conti, ancora una volta, con i soliti ammortizzatori sociali e manovre per tamponare la situazione?

Sono dubbi legittimi, che dovrebbero investire la nostra società, che muove dalle politiche per la tutela dell’infanzia soltanto come idea vaga da sfoggiare al primo congresso per le famiglie che capita a tiro, ma che nei fatti non ha altra soluzione se non sovraccaricare, come ha sempre fatto, le famiglie, e in particolare le donne, da sempre coinvolte nelle pratiche del lavoro di cura.

Abbiamo confermato, ancora una volta, che l’unico investimento utile, nel nostro Paese, è quello della produttività, delle aziende e del guadagno, e che tutto ciò che riguarda il capitale umano assume chiaramente i contorni di una improduttività insignificante. Il nostro è il Paese delle soggettività invisibili, in cui una nutrita fetta della popolazione e del nostro futuro è relegata, ancora una volta, alla totale marginalità. Poco ci interesserà delle donne che nel silenzio delle proprie abitazioni decideranno di ridurre o abbandonare il proprio lavoro, che scenderanno a compromessi con le loro prospettive e aspirazioni individuali pur di favorire i parametri di una vita dignitosa ai propri figli e alle proprie figlie. Ci appelliamo, ancora una volta, alla richiesta di una parola piena, efficace e chiara. Chiediamo risposte, in nome di quel futuro che abbiamo il dovere di provare a riscrivere, abbandonando modelli vecchi, fallimentari e inefficaci, favorendo un coraggio e una assunzione di responsabilità collettiva. Ci viene chiesto da che parte stare, ora. A voi la scelta.

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