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Lavoro, discriminazioni e nuovi orizzonti dopo l’emergenza

Lavoro, discriminazioni e nuovi orizzonti dopo l’emergenza

Gianmarco Capogna

Il Primo maggio, in tantissimi Paesi del mondo, rappresenta una giornata durante la quale celebrare le lotte per i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori iniziate per la riduzione dell’orario della giornata lavorativa e che col tempo si sono estese a tanti ambiti di tutela, diritti e salvaguardia del benessere sociale.

Se per molti, specialmente negli ultimi anni, il pensiero corre subito al “concertone” che CGIL, CISL e UIL sono soliti organizzare in piazza San Giovanni in Laterano a Roma, il senso e l’essenza stessa di questa giornata dovrebbero portare sempre ad una riflessione sullo stato dei diritti nel mondo del lavoro in particolare tenendo conto delle categorie più svantaggiate soprattutto, e non vuole sembrare un disco rotto che si ripete all’infinito, in questo momento emergenziale.

Non si può non parlare di gender gap che è, purtroppo, un elemento sistemico del mercato del lavoro in tutto il mondo ed in Europa dove si susseguono indicazioni comunitarie affinché si adeguino i salari e si incentiva la presenza di genere nei settori apicali, per sfondare il cosiddetto “soffitto di cristallo” che, nei fatti, esclude le donne dalle posizioni di potere.

Ma le discriminazioni nel mondo del lavoro non si fermano al genere e toccano tutte le varie fattispecie che sono oggetto di “diversità”: origine etnica, religione, orientamento sessuale e identità di genere.

Nell’indagine “Society at Glance” prodotta per il 2019 dall’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) e che riguarda il benessere sociale dei Paesi che fanno parte dell’organizzazione, si è deciso di pubblicare una sezione apposita sui risultati in merito alle persone LGBTQI+.

Parlando di accettazione delle persone inerenti alla comunità, “l’Italia ottiene risultati peggiori rispetto alla media OCSE: i cittadini italiani ottengono un punteggio di livello 3 nella scala di accettazione [dell’omosessualità] che va da 1 a 10 punti, ossia 2 punti in meno rispetto alla media OCSE. Inoltre, solo una minoranza degli intervistati (37%) accetterebbe che una persona transgender o transessuale fosse eletta per ricoprire la posizione politica più elevata, come collega di lavoro o come nuora o genero”.

Nonostante sulla carta il nostro Paese abbia una legislazione che vieta le discriminazioni sul lavoro per orientamento sessuale, dando seguito anche alle raccomandazioni europee, dall’indagine emerge che “con lo stesso curriculum vitae, i candidati italiani omosessuali hanno circa il 30% di probabilità in meno di essere chiamati per un colloquio di lavoro rispetto ai candidati italiani eterosessuali”.

Tutto questo a riprova che se da un lato la base giuridica è fondamentale, in questo caso l’articolo 3 della Direttiva 2000/78/CE, in tema di «condizioni di accesso all’occupazione e al lavoro», dall’altro da sola non basta e serve un lavoro costante di monitoraggio e di intervento, anche punitivo, di fronte al mancato rispetto delle regole.

Anche questo aspetto legale appare evidente dalla cronaca quotidiana. Basta guardare la sentenza della Corte Europea di Giustizia che ha confermato la decisione della giurisprudenza nazionale a danno dell’avvocato, ex parlamentare, Carlo Taormina che aveva dichiarato in una intervista pubblica in radio che non avrebbe mai assunto persone gay nel suo studio considerandoli, tra l’altro, contronatura. La Corte è stata chiarissima specialmente in tema di libertà di opinione, falsamente invocata molto spesso di fronte a situazioni di questo tipo: Non è un diritto assoluto e il suo esercizio può incontrare delle limitazioni, a condizione che queste siano previste dalla legge e rispettino il contenuto essenziale di tale diritto nonché il principio di proporzionalità, vale a dire che esse siano necessarie e rispondano effettivamente ad obiettivi di interesse generale riconosciuti dall’Unione o all’esigenza di tutela dei diritti e delle libertà altrui”.

In altre parole, discriminare sul lavoro per orientamento sessuale ed identità di genere è un reato che viola le norme europee e nazionali e non può essere giustificato.

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In attesa di poter analizzare i nuovi dati sul mercato del lavoro che ovviamente saranno importanti per capire anche l’effetto di questa emergenza e della crisi economica che ha portato con sé, ci resta il Primo maggio che è importante anche in questo periodo di quarantena. Dobbiamo riflettere su come è cambiato e come cambierà il mondo del lavoro, trovare nuovi strumenti di lotta e rivendicazione che possano unire la necessità di ripresa economica con l’idea di base che si lavora per vivere e non viceversa, per non essere schiavi del capitalismo imperante. Dovremo capire l’impatto che le nuove modalità di lavoro, a distanza e in smart working, avranno sulle nostre vite e, anche, sulla nostra socialità. Dovremo inoltre stare attenti che il mondo che verrà non diventi ancora più selettivo ed escludente verso categorie che potrebbero rischiare di avere sempre meno tutele.

Il Primo maggio serve a questo, a ricordarci che esiste sempre la necessità di lottare per veder rispettati diritti e libertà, per un accesso paritario al mondo del lavoro e per un trattamento equo tra uomini e donne, tra eterosessuali e omosessuali, lesbiche e transessuali. Un lavoro più giusto, anche in termini di salari, porta a più benessere sociale e a più felicità per tutt*.

Illustrazione di Carlo Raso

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