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Vladimir Luxuria: “Il Lovers Festival sarà online. I diritti non vanno in quarantena”

Vladimir Luxuria: “Il Lovers Festival sarà online. I diritti non vanno in quarantena”

Gaspare Baglio

Il Lovers Film Festival era fissato dal 30 aprile al 4 maggio. Purtroppo, a causa del Covid-19, non si potrà fare (per ora). La direttrice artistica Vladimir Luxuria, ha deciso, però, di creare l’evento Lovers on line #cimanteniamoinlinea che ogni giorno, per quelle che sarebbero dovute essere le giornate della rassegna, mette in streaming gratuito due pellicole (fiction e documentario) e due corti italiani sul mondo lesbo, gay, bisex, trans, queer e intersessuale. Tutte le modalità di fruizione sono comunicate sul sito del Lovers Film Festival e sulle pagine social (FB e Instagram). Abbiamo fatto due chiacchiere con Luxuria sulle iniziative che ruotano attorno alla kermesse cinematografica LGBTQI+ più antica d’Europa.

Vladimir, ma il Lovers Film Festival 2020 ci sarà o no?

Da settembre ho lavorato indefessa, fino all’arrivo del virus, per fare un’edizione piena di film, ospiti, anteprime, retrospettive. Abbiamo avuto l’illusione potessimo posticiparla a metà giugno, ma a un certo punto ho capito non ci saremmo riusciti. Ho iniziato a riflettere su qualcosa di più realizzabile e sicuro: per assicurare ci fosse un’edizione 2020. E perché il più grande lavoro di selezione era stato già fatto. Ho pensato a una versione online del festival per l’autunno. Se non ci saremo fisicamente, almeno potremo vedere le pellicole sul web.

Com’è nata l’idea dell’iniziativa Lovers on line #cimanteniamoinlinea?

Abbiamo deciso di fare sentire che ci siamo, che resistiamo e che il nostro non è un festival di cinema come gli altri, ma di comunità attraverso il cinema: con la settima arte parliamo dei nostri diritti, che non vanno mai in quarantena. Sono stati pensati, quindi, alcuni appuntamenti web da qui all’autunno.

Che film ci sono a Lovers on line #cimanteniamoinlinea?

Tutti italiani, perché era più facile trovare celermente la disponibilità di registi e produttori, tra le pellicole proiettate nelle edizioni passate del festival. Ce ne saranno altri, tematici, per la giornata contro l’omofobia e per la settimana del Pride.

Tra i lungometraggi c’è anche Come mi vuoi, che ti vede tra i protagonisti…

Non l’ho scelto io, non voglio fare la figura della direttrice artistica che mette i lavori di cui ha fatto parte. La scelta è ricaduta su Come mi vuoi perché Carmine Amoroso, sceneggiatore di Parenti serpenti e amico del festival, è stato disponibilissimo a darci questa commedia attualissima e divertente.

Cosa ricordi di quella commedia?

Venni contattata per fare da trans coach a Enrico Lo Verso, poiché non volevano farne una macchietta o una versione irreale. La produzione si offrì di pagarmi per stare un mese, 24 ore su 24 o quasi, con Enrico Lo Verso. Lui avrebbe dovuto solo osservarmi.

E tu?

Be’ mi sembrava una buona proposta, visto che Enrico era pure un bel ragazzo! (ride, ndr) Ho accettato, ma bisognava fare un test di prova, dovevo stare simpatica a Enrico. Vado a casa di Carmine, ero molto in soggezione. Pure Lo Verso era intimidito, mi osservava con uno sguardo torvo. Pensai di non stagli simpatica, Carmine si assentò un attimo, provai a imbastire un discorso, ma era difficile.

Quindi?

Carmine torna con una torta, informandoci che l’ha fatta lui. A quel punto dico: «Ma sei meglio di Nonna Papera!». Enrico ride, si scioglie, incominciamo a parlare. Poi abbiamo iniziato a lavorare, gli ho insegnato a portare i tacchi e la borsetta. Siamo andati anche a Parigi, dove Enrico ha fatto la sua prima uscita en femme in metropolitana, nei ristoranti. Mi chiedeva come mai lo guardassero diversamente.

E poi?

Da questa cosa molto bella è nata la mia partecipazione come attrice. Addirittura, questa pellicola che inizialmente avrebbe dovuto chiamarsi Perché no?, ha cambiato titolo in Come mi vuoi, omaggio alla canzone di Paolo Conte che interpreto in testa al film.

Altri ricordi?

Ho conosciuto Monica Bellucci e Vincent Cassel, la loro storia d’amore nacque proprio su quel set. Ho un bellissimo ricordo di Memè Perlini, che interpretava il sacerdote. E di Urbano Barberini che fu bravissimo a tavola con la sua famiglia, dove alcuni componenti non presero bene il fatto che interpretasse una trans.

Cosa fece?

Disse: «Ho fatto l’assassino per Dario Argento e non avete detto niente. E mi state facendo problemi perché interpreto una trans?». Come mi vuoi è pieno di aneddoti che ricordo con grande piacere.

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Non ci sono molti film a tematica trans. Pensi ci sia una sorta di discriminazione?

C’è più visibilità del fattore T, penso a tutte le serie tv come Transparent. Ce ne sono alcune che hanno anche ripercorso la storia del movimento. Numericamente siamo meno, rispetto a gay e lesbiche e, quindi, la produzione è minore. Ma ora c’è più attenzione a queste tematiche.

Ultimamente, tralasciando il cinema, ti abbiamo vista in prima linea per ricordare Alessia, la ragazza trans che i genitori, in Campania, hanno ricordato con manifesti mortuari al maschile…

Esiste ancora una resistenza di menti ottuse, che pretendono non si possa avere diritto di esprimersi con il genere d’elezione. La storia di Alessia è doppiamente tragica: era già stata abbandonata dalla famiglia biologica, in Russia, all’età di 8 anni. È stata adottata e poi nuovamente lasciata sola, quando i genitori adottivi hanno scoperto che era transessuale. È andata a Perugia dove ha trovato la vera famiglia, persone che l’hanno saputa accogliere. Tant’è che i manifesti mortuari, a Perugia, erano al femminile. Al contrario del paese dove è cresciuta dove i parenti, che si sono definiti “cari”, hanno scritto “il signor Alessio Cirillo” per rimarcare questa cosa con un senso di cattiveria.

Ti sorprendono ancora questi avvenimenti?

A me non sorprende quando queste cose le dicono la Meloni, Salvini, Adinolfi, ma quando le dice una famiglia, soprattutto se ha adottato. Per me i criteri di valutazione sull’idoneità ad adottare dovrebbero considerare il parametro dell’omofobia e della transfobia. In Italia i gay non possono adottare, i single nemmeno e degli omofobi sì? A me, questa cosa, non va bene per niente.

Cos’altro non ti va bene?

Che alcune menti della nostra comunità parlino come Adinolfi e la Santanché. Chi, come una sparuta minoranza di Arcilesbica Nazionale, non riconosce la declinazione al femminile o al maschile delle persone trans, legittima il maschile utilizzato per Alessia sui manifesti funebri. Si tratta di egoismo, cattiveria. Nel caso delle lesbiche (di Arcilesbica, ndr) sono doppiamente colpevoli: invece di fare tesoro di cosa significa essere discriminate per un fattore naturale, trasformano questa cosa in voglia di vendicarsi su altri. E se la prendono con noi, arrogandosi il diritto di dire che una trans, considerato che non è nata donna, non può definirsi tale. Lo trovo davvero misero. Vorrei sapere cosa pensano di questo manifesto funebre queste talebane che negano la nostra identità.

Il cinema può aiutare, in questo senso, ad aprire le menti…

È un argomento che sicuramente tratterò nella versione autunnale del festival.

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