Now Reading
Circus of Books, 50 anni di cambiamenti sociali tra gli scaffali di un pornoshop

Circus of Books, 50 anni di cambiamenti sociali tra gli scaffali di un pornoshop

Francesco Canino

Ci sono «storie minime» che s’intrecciano con rivoluzioni epocali e grandi cambiamenti sociali e culturali, quelli dai quali non si torna indietro, diventandone inconsapevolmente un tassello fondamentale. Ed è quello che è capitato a Karen e Barry Mason, i protagonisti di Circus of Books, documentario lanciato pochi giorni fa su Netflix, che racconta la storia di «una simpatica coppia di ebrei che ha gestito il Circus of Books, un pornoshop nel cuore della scena gay di Los Angeles». Sul «simpatica» meglio sorvolare, perché più passano i minuti e meno Karen appare simpatica – piuttosto scostante e a tratti respingente – ma in fondo chi se ne frega, perché al centro del film, diretto dalla figlia dei protagonisti, Rachel Mason, e prodotto da Ryan Murphy (c’è lui dietro Glee e Pose), c’è molto altro e molto di più di una semplice biografia.

Dal minuto zero la storia di Circus of Books, storica libreria losangelina che sui suoi scaffali ha ospitato chilate di materiale pornografico, oggettistica erotica e sex toys per una clientela gay, diventa il pretesto per fotografare cinquant’anni di cambiamenti civili e sociali e per provare a capire come morale, politica, giustizia, religione e accettazione s’intersechino indissolubilmente. Cominciando dagli anni ’50, dal «quando eravamo froci», citando il titolo di un interessante libro di Andrea Pini, con i gay stigmatizzati e sbattuti in prima pagina, picchiati e disprezzati. «Eravamo un popolo nascosto di cui non si parlava mai perché eravamo disgustosi», racconta l’ultraottantenne Alexei Romanoff, attivista per i diritti civili e testimone diretto delle incursioni della polizia di Los Angeles alle feste di capodanno alla Black Cat Tavern e al New Faces, nel 1967, i locali gay dove due anni e mezzo prima dei moti di Stonewall scoppiano le proteste spontanee degli omosessuali contro la brutalità dei poliziotti che tra pestaggi e arresti a raffica non si facevano mancare nulla.

Proprio il New Faces diventò la sede del Circus of Books, libreria che s’impose in pochi anni come punto di riferimento per la comunità omosessuale, quando «essere finocchio era una cosa indicibile» e venire arrestati dalla polizia per un bacio significava perdere lavoro, casa e affetti. Nei primi anni ’80 furono proprio Karen e Barry Mason a rilevare l’attività, abbandonando i precedenti lavori (lei era una giornalista, lui un ingegnere con la passione per gli effetti speciali), puntando tutto su un business più redditizio e affiancando ai libri riviste porno e giocattoli per adulti, all’epoca estremamente costosi e pure, dettaglio non secondario, illegali.

Qui s’innescano le prime contraddizioni con Karen, un’ebrea conservatrice, che passeggia imbarazzata tra dildo di tutte le misure e scaffali pieni di popper e oggetti bondage: semplificando al massimo, di giorno al pornoshop di sera in sinagoga con il timore di venire scoperti dalla comunità. «Avevano così paura dell’impatto sulle relazioni sociali che per anni hanno evitato di raccontare che tipo di negozio gestissero», raccontano i figli della coppia, che cammina in bilico tra l’ironia di Barry, il volto sorridente e accomodante della famiglia, e una certa ipocrisia di Karen, le cui convinzioni religiose non le impediscono di diventare un punto di riferimento per la comunità gay, ostracizzata ed emarginata (una storia che si ripete all’infinito).

Ma oltre al porno c’è di più e Circus of Books, come raccontano diversi testimoni diretti intervistati da Rachel (bistrattata dalla madre durante le riprese) nel documentario – che va visto anche solo per scoprire un pezzo di storia recente non nota a tutti – , diventa in pochi anni un porto sicuro, «un luogo in cui si capiva di non essere soli». Oltre che un posto dove vivere la propria sessualità senza paura del giudizio e del pregiudizio, magari facendo sesso clandestino nel sottotetto. «Mentre sfogliavi la tua rivista porno capitava che entrasse Barry e ti facesse un largo sorriso», aggiunge un cliente. «Circus è stato un punto di riferimento», oltre che uno spazio libero in cui fare conoscenze: Grindr e Growlr non c’erano, o magari spingendosi pochi metri dopo nel «vicolo della vaselina».

See Also

Con i clienti più impegnati a flirtare che a comprare, Karen e Barry guardano ai conti, sempre difficili da far quadrare, e senza troppi pudori passano da distributori dell’iconica Hustler e delle altre riviste porno di Larry Flint, a produttori di film erotici tra cui le pellicole culto con Jeff Stryker, il John Holmes del porno gay. Il tutto in piena presidenza Reagan, che spianò la strada alla spinta conservatrice e moralizzatrice della destra americana, la quale portò all’approvazione di una serie di leggi repressive che rafforzavano la restrizione sui materiali sessuali (a causa delle quali Barry fu pure processato). Ma la storia di Circus of Books incrocia anche un altro snodo epocale, il deflagrare dell’Aids, il «cancro gay», ennesima lettera scarlatta sulla comunità, tra morte e nuova ondata di emarginazione, e costringe quasi inevitabilmente i Mason a supportare la loro «famiglia acquisita» e in particolare i malati terminali, spesso abbandonati a loro stessi.

Passano gli anni e strappo dopo strappo, politico ed etico, i Mason sono costretti a fare i conti con un business sempre meno redditizio: le cassette soppiantano le riviste, poi arrivano i dvd, i libri ormai quasi non si vendono più e la botta finale gliel’assesta internet – tutto il porno che vuoi, quando vuoi e pure gratis – un terremoto che porterà inevitabilmente a prendere la decisione più complicata: resistere con una nuova metamorfosi o chiudere? Alla fine prevale la seconda opzione – nella scena finale si spengono per sempre le luci e poi l’insegna di Circus of Books, siamo nel 2019 -, non senza turbamenti e incertezze, seppur con una discreta dose di malinconia. Ma l’unico momento in cui il racconto si fa davvero personale e l’emotività prende il sopravvento è quando Joshua Mason, il più piccolo dei fratelli, racconta il suo coming out. «Prima di farlo mi assicurai di avere in tasca il biglietto per il ritorno al college», spiega, svelando di essere rimasto sorpreso dalla tranquilla reazione del padre e da quella, ben più imprevista, della madre. La quale, complici le contraddizioni scaturite dalla religione, ammette di aver vissuto a lungo una separazione mentale e di essere rimasta spiazzata dalla rivelazione del figlio. «Mi andava bene avere dei clienti gay, ma non ero pronta a sapere che mio figlio lo fosse», aggiunge. Ma dopo un rifiuto netto, Karen inizia un lungo percorso di accettazione che la porta in pochi anni a diventare un punto di riferimento per la PFLAG, una delle più grandi organizzazioni statunitensi LGBTQI+, che unisce i genitori e le famiglie di gay, lesbiche e transgender. «Ci sono tante variazioni di genere e vanno tutte bene», ammette sul finale senza sganciarsi troppo dal suo tono anaffettivo. Simpatica no, inaspettatamente interessante sì.

What's Your Reaction?
Excited
0
Happy
0
In Love
0
Not Sure
0
Silly
0
View Comments (0)

Leave a Reply

Your email address will not be published.

© 2020 Queer Magazine

Scroll To Top