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Discriminazioni e violenze, casa è una prigione per troppi

Discriminazioni e violenze, casa è una prigione per troppi

Gianmarco Capogna

L’emergenza Covid-19 ci ha obbligato a rivedere le nostre vite e le modalità in cui le viviamo nell’ambito del lavoro ma anche nel privato. Allo stesso modo, la quarantena ha fatto emergere con tutta la drammaticità delle grandi disuguaglianze sociali che già esistevano ma che in questo periodo si sono mostrate nella loro completezza.

Non si tratta solo dei numeri spaventosi in merito alla povertà educativa che ha determinato il fatto che circa 1 milione e mezzo di studenti non siano in grado di accedere alla didattica a distanza ma anche le situazioni di rapporti tra persone che sono obbligate a vivere insieme sotto lo stesso tetto.

#IoRestoACasa è lo slogan della grande battaglia contro il Coronavirus, un imperativo non solo giuridico ma anche morale e sociale perché il comportamento del singolo, mai come in questo momento, ricade anche sulle spalle della collettività.

Purtroppo, però, per molte persone restare a casa si trasforma in una prigionia forzata in luoghi ostili dove si è vittime di odio, discriminazioni e violenze. Una situazione che appare evidente anche dalle parole di Dubravka Simonovic, relatrice speciale ONU per la violenza contro le donne: “È altamente probabile che il livello della già diffusa violenza domestica aumenti, come già suggerito da indicazioni preliminari di polizia e operatori […] Una situazione che si aggrava considerabilmente in casi di isolamento come il lockdown imposto nell’emergenza Covid-19”.

Il trend si ripete in tutto il mondo, a partire dalla Cina, la prima nazione che ha affrontato il virus, che ha visto una vera e propria impennata di denunce e segnalazioni di violenza domestica. Accade lo stesso in tantissimi altri Paesi e lo racconta bene un approfondimento di Lettera43.

Non è esente l’Italia dove si è deciso di investire, anche sul piano comunicativo, nella promozione di un numero verde dedicato, il 1522, che raccoglie denunce e segnalazioni per poter intervenire a salvaguardia delle vittime e che permette anche di chattare in totale sicurezza con operatori specializzati.

Allo stesso modo sono emerse tragicamente tantissime situazioni che riguardano le persone LGBTQI+, specialmente se si considerano gli under 18 che non hanno una propria autonomia e sono tra le categorie più a rischio di fenomeni di questo tipo.

Secondo un’indagine prodotta da Speaky / Gay Helpline agli inizi del mese di aprile 2020, su un campione di 2455 individui, i dati sono abbastanza chiari: circa una persona su due deve fare i conti con problemi di accettazione e sostegno da parte delle persone con cui vive. Se poi si scorpora nel campione la situazione degli under 18 il dato è ancora più preoccupante perché riguarda il 77,5% dei partecipanti all’indagine e tra questi quasi il 40% dichiara di aver subito episodi di media e grave intensità tra cui battute offensive, isolamento o violenza.

Sul piano delle persone trans*, il 75,7% del campione dichiara di aver avuto problemi di grave e media intensità in ambito di accettazione e supporto e il 52% degli under 18 di questo gruppo dichiara di aver subito battute offensive, isolamento o violenza.

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I dati sono altamente preoccupanti e trovano riscontro anche nei recenti casi di cronaca, per ultimo quello di Salvatore, ventenne di Ercolano, ripudiato dalla famiglia perché gay e costretto a vivere in un sottoscala. Fortunatamente l’intervento del sindaco e dei servizi sociali ha dato il via a una vera e propria catena di solidarietà che gli ha permesso di ricevere accoglienza da una famiglia di una provincia diversa da quella di Napoli.

Ma quante altre persone giovanissime LGBTQI+ vivono in situazioni a rischio o di vera e propria prigionia senza poter scappare? La fase 2, o 3, o quella che sia, dovrà anche tenere conto di una riflessione profonda sulle grande disuguaglianze che sono emerse in questo periodo ed intervenire con strumenti di sostegno verso chi è maggiormente a rischio.

Per le persone LGBTQI+ c’è tantissimo da fare. Serve un chiaro indirizzo di sostegno ai centri antiviolenza e alle case rifugio che esistono grazie, molto spesso, alla sola determinazione di associazioni territoriali. Queste realtà vanno necessariamente implementate per far fronte alle richieste sempre crescenti. Elementi che dovranno essere parte integrante di ogni discussione riguardante la legge contro le discriminazioni per orientamento sessuale ed identità di genere affinché siano riconosciuti aspetti concreti a tutela delle vittime come per le violenze di genere.

Altrimenti, anche dopo la quarantena, per troppe persone casa sarà ancora sinonimo di prigione, non di amore, benessere, felicità.

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