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“Una giornata particolare”: o isolati o soli, che poi è la stessa cosa

“Una giornata particolare”: o isolati o soli, che poi è la stessa cosa

Dario Cosentino

“Finisce sempre che ci adeguiamo noi alla mentalità degli altri”, sentiamo dire in uno dei meravigliosi dialoghi tra Gabriele e Antonietta, i due protagonisti di Una giornata particolare, capolavoro del maestro Ettore Scola, rimasti soli in quel caseggiato romano mentre l’Italia fascista accoglie Adolf Hitler nell’Urbe ammantata col tricolore.

Gabriele è solo con la sua omosessualità, in attesa di essere portato al confino in quanto “né uomo, né marito e né soldato”: un sovversivo, perché ama Marco. Antonietta è sola perché suo marito, fervente sostenitore del fascismo, e i suoi figli, sono andati a sostenere il partito in quella giornata di grande festa per il regime. Sola con la sua condizione di moglie e madre, di donna fascista custode del focolaio domestico, a cui avrebbe dovuto dedicarsi anche in quella giornata, mentre l’uomo di famiglia partecipava all’adunata con la numerosa prole.

Il film è del 1977 ed è ambientato nel 1938. Ne sono passati di anni, da lì al 2020, ma ancora oggi tante persone sono costrette ad adeguarsi alla mentalità degli altri per non essere sol*, per sopravvivere. Sopravvivere, perché di patriarcato e omobitransfobia si muore. Ancora. E tanto. Sopravvivere, perché vivere isolat* non è vivere, a meno che non lo si scelga. Sopravvivere, perché la solitudine causata dalla paura del giudizio degli altri può anche avere conseguenze tragiche.

“L’inquilino del sesto piano è ricchione, è finocchio, è invertito, è frocio”, urla Gabriele nella tromba delle scale, lo stesso Gabriele che poco prima, prima di incontrare fortuitamente Antonietta, nella solitudine del suo appartamento, lottava contro la voglia di fare un gesto estremo, la voglia di porre fine a una vita che era sopravvivenza.

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Quelle che sembrano solo urla di disperazione sono anche urla di liberazione. Che arrivano come uno schiaffo sul viso di Antonietta, che da quel momento smetterà di preoccuparsi dell’identità sessuale di Gabriele. Sono urla che sveglieranno anche in lei la voglia di uscire dal suo status di donna sottomessa e di affrancarsi dal ruolo di generatrice di figli e di serva della famiglia. Antonietta e Gabriele smettono di essere soli. Si conoscono, si esplorano, si amano in quella giornata particolare. Le loro vite, apparentemente così lontane, si uniscono. Due solitudini fanno una moltitudine. Anche se, in questa storia, solo per un giorno.

Noi però possiamo e dobbiamo ancora e sempre essere una moltitudine che continua a lottare per la sua liberazione. Per la liberazione dai pregiudizi, dagli status di persone di serie B, per la liberazione dalla negazione dei diritti. Essere unit* non necessariamente contro qualcosa, ma a favore della vita libera per tutt*. A favore della libertà di vivere una sessualità non passibile di giudizio, della libertà di essere madri ma anche di quella di non esserlo. A favore della possibilità di autodeterminarci in tutte le sfere della nostra vita e di essere liber* da ogni fascismo. Perché è questa la chiave, smettere di negare la libertà di essere, di vivere, di gioire per l’amore senza essere giudicat* dai tribunali della correttezza identitaria. Perché non esiste un’identità corretta, esiste la propria identità e tutt* noi dobbiamo essere liberi di sceglierla e condividerla. Per non restare soli, o isolati. Perché l’espressione dell’identità ci rende una collettività. Perché piangere si può farlo anche da soli, ma per ridere bisogna essere in due. E noi vogliamo anche ridere.

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