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Salute sessuale e scelte riproduttive: la donna resiste ancora

Salute sessuale e scelte riproduttive: la donna resiste ancora

Federica Di Martino

Le pratiche di liberazione, storicamente inscritte in quel 25 aprile, ci lavorano da dentro, in un reticolato di rivendicazioni e lotte che continuano a farsi strada e che, proprio a partire dalla nostra storia, ci restituiscono una spinta propulsiva ancora più forte.

Il ruolo della donne nella Resistenza, troppo spesso rimosso o accantonato, è stato invece di fondamentale importanza, nel coinvolgimento di più di 70.000 donne, impegnate a vario titolo, nella liberazione del nostro Paese dall’oppressione nazifascista.

Ad oggi, in forme e pratiche differenti, la resistenza investe i nostri corpi, richiamandoci quotidianamente ad un appello a cui l’unica risposta possibile è quella della visibilità e della lotta. Per le donne, uno dei terreni più spinosi, è quello della salute sessuale e delle scelte riproduttive. Sì, esatto, stiamo parlando di tutto ciò che riguarda il sesso, la contraccezione, l’accesso ai servizi, l’aborto, pratiche che dovrebbero essere favorite e garantite, mentre ancora oggi diventano terreno di scontro e contrapposizione.

Il corpo della donna, storicamente, assume i contorni e soprattutto le funzioni della macchina da produzione, che nell’esperire le sue funzioni biologiche primarie, produce altri corpi, come merci, da inserire all’interno del mercato produttivo. Pensare di interrompere il meccanismo, modulando l’assetto riproduttivo secondo i termini del proprio piacere, godimento e desiderio, senza alcuna forma di potere decisionale dall’esterno, risulta ancora oggi come la più alta forma di tradimento, una sovversione dell’assetto normativo patriarcale. Le pratiche del controllo, sotto molteplici forme, assumono la finalità di preservare una società e cultura in cui il ruolo della donna sia marginalizzato, regolato secondo obblighi ed impegni ben precisi (bianca, moglie, madre, cattolica, il pacchetto di solito è questo), in cui ogni diritto venga tradotto nei termini di concessione, una tantum, bada bene, dovessimo mai distoglierci dalle nostre funzioni primarie.

Nel nostro Paese, ancora oggi, tutti e tutte si sentono non solo in diritto, ma quasi in dovere di individuare una modalità di gestione delle pratiche di autodeterminazione sui nostri corpi, meglio ancora se in tempo di campagna elettorale. Dibattiti politici dove il 90% degli interlocutori sono uomini, in cui si discute sulla legittimità o meno dell’aborto, sulla possibilità di negare questo diritto, di come una donna si debba approcciare alla sessualità per evitare di incappare in una gravidanza indesiderata, come se il processo avvenisse per autofecondazione (signori uomini, stiamo parlando proprio di voi e della vostra pistola fumante). Spero, a questo punto, di poter prendere parte quanto prima a un dibattito sui problemi alla prostata o sulle tecniche di allungamento del pene, che ne avrei di cose interessanti da dire.

Ecco, con questo non stiamo proponendo forme di separatismo dibattimentale, seppure ogni tanto male non farebbe, noi siamo qui per assumere collettivamente il valore politico dei diritti delle donne, permettendo la massima accessibilità ai servizi e alle tutela, soprattutto introiettando l’idea che ogni donna sia in grado di scegliere cosa sia il meglio per lei e per la sua vita.

Cosa chiediamo perché tutto questo accada? Se deve essere, anche quest’anno, ancora una volta, la mia giornata di liberazione, voglio che lo sia rivendicando quello che desidero per il mio corpo, per la mia storia e per le persone che sono intorno a me.

Partiamo anzitutto dall’informazione sulla biologia, la sessualità, la contraccezione e il rischio di contrarre malattie a trasmissione sessuale. Vogliamo una formazione che cominci fin dalle scuole primarie, perché la sessualità, il valore soggettivo delle differenze e le pratiche del consenso non siano più un tabù ma una base solida di costruzione per una società civile e sana. Chiediamo contraccezione gratuita e garantita (al momento, soprattutto per le più giovani e le fasce deboli, è previsto da Emilia-Romagna, Piemonte, Lombardia, Toscana, Puglia), controllo di una corretta informazione contraccettiva post-aborto e incontri di follow-up sull’adeguatezza delle misure adottate. Chiediamo la riduzione dell’aliquota IVA minima al 4% per gli assorbenti e i prodotti per l’igiene personale, considerandoli dunque prodotti essenziali e non beni di lusso.

Chiediamo aborto sicuro e garantito in tutti gli ospedali, l’eliminazione dell’obiezione di coscienza da parte del personale medico e sanitario, la possibilità di avere in tutti gli ospedali la possibilità di aborto farmacologico con Ru486, facoltà di aborto farmacologico all’interno dei Consultori con potenziamento degli stessi.

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Chiediamo che la pratica dell’aborto, che rientra già nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), non venga più stigmatizzata, che le donne che scelgono di abortire non vengano più colpevolizzate e giudicate, chiediamo che nessuno si senta più in diritto di diffondere informazioni sbagliate e fake-news sulla salute delle donne al fine di farle desistere dalla scelta di interrompere la gravidanza.

Chiediamo che la salute sia gestita in maniera pubblica e soprattutto laica, senza ingerenza della Chiesa o di correnti vetero-cattoliche anti-choice. Chiediamo che ogni donna sia libera di scegliere per la propria vita e chiediamo che venga sostenuta in questo senza soluzioni di compromesso.

E se tutto questo vi sembra troppo, sappiate che è soltanto l’inizio, perché vogliamo tutto e lo vogliamo adesso, non domani, non tra qualche anno, nemmeno con il tempo.

Lo dobbiamo a noi stesse e lo dobbiamo a tutte quelle donne che hanno sacrificato la propria vita per garantire ad ognuno e ognuna di noi il diritto ad esistere, respingendo ogni forma di assoggettamento e costrizione. Sorelle belle, ciao!

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