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Pride 2020, servono nuove forme di rappresentanza per non sparire nell’emergenza

Pride 2020, servono nuove forme di rappresentanza per non sparire nell’emergenza

solodallamente

Giuseppi prova a farcelo capire in tanti modi. Ci abitua piano piano, un decreto alla volta, ad un’estate che sarà necessariamente diversa. Mancheranno tante cose, dalle passeggiate al parco ai viaggi e i ricordi che ci lasciano per i mesi a seguire. Ma tra le tante cose che mancheranno, quello che quest’anno vedrà mancare – in parte o totalmente – è anche il mese più bello dell’anno per la comunità LGBTQI+, ovvero il Pride Month. Sarà un vuoto importante, che ci spingerà a riflettere su nuovi modi di vivere la rappresentanza e rivendicare i nostri diritti

Se anche il 3 maggio dovesse iniziare la fantomatica “Fase 2” dell’emergenza COVID-19, si tratterebbe di un allentamento graduale delle restrizioni, non un ripristino totale istantaneo di quella che era la nostra vita prima della pandemia. Con la speranza fortissima di sbagliarci, iniziamo già ad accettare che quest’anno non avremo i Pride. O almeno, non come li abbiamo vissuti fino ad ora, con una lunga sfilata affollata, sudata, colorata e danzereccia che rivendica l’esistenza della comunità LBGTQI+ sotto il caldo sole di giugno (su quest’ultimo aspetto chiedo a chi legge da Bologna di concedermi la licenza poetica, loro sanno il perché).

Non ci sarà proprio nessun Pride? Non si sa e non possiamo saperlo con precisione ora: le cose cambiano di giorno in giorno. La prudenza suggerirebbe che un evento di massa di quel tipo non sia l’ideale con un virus che sarà nelle nostre quotidianità ancora a lungo, sicuramente a giugno. Forse qualche associazione proverà qualcosa di diverso che siano iniziative digitali o fisiche ma simboliche, e sarà il momento di testare nuovi modelli. 

E noi? Noi non possiamo fare di meno. Noi “società civile”, appartenenti alla comunità LGBTQI+ o semplici alleati, non possiamo semplicemente saltare questo giro. Non avremo i Pride, con tutto l’allure e l’euforia che li accompagna, ma non possiamo dimenticarci delle nostre rivendicazioni. Alle associazioni spetterà sicuramente il compito di farsi portavoce di iniziative che tengano l’attenzione alta sulle specifiche necessità della nostra comunità, ma anche a noi spetterà pensare a nuove forme di rappresentanza e rivendicazione. 

Questo perché il Pride è un momento unico, mondiale, collettivo, di partecipazione e attivismo. Ci partecipa chi fa volontariato nelle associazioni LGBTQI+ come chi invece non si dedica tanto alle nostre rivendicazioni: ci si incontra tutti insieme, indipendentemente dal contributo che ognuno dà nel resto dell’anno. Quel momento è la festa di tutta la comunità, siamo tutti uguali e tutti facciamo la nostra parte. Questo fiume di persone che riempie per tutto giugno il mondo con colori, sorrisi, musica e irriverenza ricorda ad un mondo sempre più cupo che la nostra luce c’è: i telegiornali parlano di noi, mandando servizi con le stesse immagini da vent’anni, i giornali ci dedicano le colonne delle pagina costume e società sul nazionale e sul locale se ci va bene qualcosa in più. I nostri politici si esprimono, il dibattito in tv cresce. Il riflettore si porta su di noi, sui nostri diritti, sulla lotta per essere uguali, sulla battaglia per essere felici. 

Non tutti hanno la percezione dell’importanza del Pride. Negli anni il tormentone estivo più longevo di tutti non è stato di qualche popstar, ma la sempiterna diatriba tra “il Pride è una carnevalata” e “Il Pride è la rivendicazione dei nostri diritti”, senza dimenticare quelli che vogliono il Pride in giacca e cravatta. Non entrerò in questo marasma, poi un giorno parleremo anche dei problemi all’interno della Comunità LGBTQI+ (magari con qualcuno più preparato di me!). Eppure i Pride nel mondo smuovono negli anni masse sempre più grandi: pensate che solo il Pride di San Paolo in Brasile coinvolge in media 5 milioni di persone, mentre quello di New York più di 2 milioni. In Italia i numeri non sono quelli, certo, ma presi in proporzione e considerando anche l’aumento della partecipazione negli ultimi anni possiamo sorridere anche noi nel Bel Paese

Negli anni i Pride sono diventati un evento più mainstream, è la realtà. Brand che non si sarebbero mai associati negli anni scorsi ad un evento del genere ora partecipano con i propri dipendenti alle sfilate, i politici non si vergognano più a capeggiare le teste dei cortei LGBTQI+ e anche i media iniziano a raccontare i Pride nella loro complessità. Anche qui si potrebbe aprire un discorso enorme su vantaggi e svantaggi di questo fenomeno: molti direbbero che aver svenduto il Pride lo abbia reso più eteronormato, privo di quel carattere irriverente che ricorda anche la lotta di liberazione sessuale della manifestazione, altri invece ritengono che questa nuova partecipazione meno “di nicchia”, passatemi il termine, abbia reso le nostre battaglie più condivise e allargato anche il senso di comunità tra gli stessi membri della comunità LGBTQI+. Chi ha ragione? Anzi, c’è veramente qualcuno che possa dirsi detentore della ragione e della verità?

Tuttavia la grande partecipazione, e su questo siamo tutti d’accordo, ha messo i diritti delle persone LGBTQI+ sull’agenda di governi, partiti e istituzioni, permettendo passi in avanti anche nei paesi meno aperti sui diritti civili. Il Pride nella sua festosità e rumorosità, tra le sue contraddizioni e questioni aperte, è il momento in cui ricordiamo che noi esistiamo. In cui cantando e ballando per le strade, sfilando con la bandiera arcobaleno, reclamiamo il nostro diritto a vivere senza sentirci sbagliati, a poter amare chi vogliamo, come vogliamo. Non siamo noi stessi in maniera anonima, silenziosa: c’è tempo per quello, lo facciamo negli altri giorni in cui siamo tante altre cose (su cui però non veniamo oppressi). Per un mese all’anno siamo chiamati a metterci la faccia, come membri di una comunità che non è ancora sullo stesso piano. Un mese intero, siamo noi i protagonisti. 

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Tutto questo, dunque, quest’anno non ci sarà. Immaginare che ci saranno Pride nei modi e nei numeri degli altri anni è veramente difficile ora. Le priorità sembreranno altre, la sicurezza non lo permetterà. Il nostro palcoscenico di giugno avrà le tende abbassate. Questo vorrà dire, come già dicevo, che dovremo trovare altri balconi da cui farci vedere, altri contesti e modi in cui essere visibili. In cui esistere, laddove alcuni ci vorrebbero nascosti nell’ombra. 

Sarà più complesso, difficile, ci potrà anche sembrare di star perdendo tempo: una cosa è sfilare con 500.000 persone per degli ideali comuni, un’altra è fare la propria parte ognuno a casa propria o, nella migliore delle ipotesi, ad almeno due metri di distanza l’uno dall’altra. Ma proprio per questo, mai come quest’anno, essere visibili e rivendicare la propria identità nella società sarà importante. 

L’emergenza COVID-19 porterà una crisi economica di cui ancora non possiamo nemmeno stimare la portata. Il Paese si troverà davanti a momenti difficili e le forze politiche porteranno, comprensibilmente, le loro attenzioni ai temi del lavoro, dell’occupazione, della giustizia sociale e degli incentivi alla “ripartenza”, come la chiamano tutti. I diritti civili, che nel nostro Paese già non sono mai stati nella top 10 dell’agenda istituzionale, scenderanno molto in basso, tanto in basso. Saremo più soli, in un certo senso. Eppure pensare ai posti di lavoro che andranno persi post-emergenza non deve escludere il pensare anche ai diritti umani e civili. Se davvero abbiamo questa visione a monorotaia della nostra classe politica allora vuol dire che pretendiamo dai nostri rappresentanti molto poco. L’agenda di chi ci governa e degli altri eletti dal popolo non può lavorare solo su un tema, dimenticandone altri. Soprattutto perché il rischio è che gli unici temi meritevoli di spazio e attenzione siano quelli che alimentano la stampa, le uscite sui giornali. “Naturale che sia così”, mi potreste rispondere. E io vi risponderei: “Naturale è ciò che noi permettiamo che lo sia”.

Sì, perché noi votiamo, noi siamo elettori. Dobbiamo pretendere di più, non accontentarci. Sicuramente dobbiamo pretendere che lo Stato si occupi di sostenere l’economia e i posti di lavoro post-emergenza, ma dobbiamo pretendere anche che non si dimentichi del matrimonio egualitario o delle adozioni per le coppie omogenitoriali. Sembrano cose lontane tra loro, ma che in realtà sono molto vicine: si tratta della vita quotidiana di ognuno di noi, in un caso e nell’altro. Ed in entrambi i casi si parla della possibilità di essere felici e di realizzare se stessi. Non c’è un modo più o meno giusto di farlo, non possiamo quindi accontentarci che qualcuno abbia la priorità, perché chi prova a mettere queste cose su una scala verticale di priorità cerca di farci credere che queste battaglie tra di loro siano esclusive, che o si porta avanti l’una o l’altra. Ebbene, amic*, non è così. Anzi, non sarà così se sceglieremo di dire no ai compromessi quando sono al ribasso sulla felicità nostra e di chi amiamo

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