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Omocausto, lo sterminio dimenticato

Omocausto, lo sterminio dimenticato

Domenico Naso

Che beffardo, il destino degli omosessuali durante il periodo delle dittature nazifasciste. Perseguitati, internati e uccisi dai nazisti, ignorati e considerati vittime di serie B persino dai paesi “democratici” che si opponevano al nazifascismo. Gay e lesbiche, dunque, si trovarono a dover difendersi due volte, seppure in misura diversa e con conseguenze di entità decisamente non paragonabili. Basti pensare che le scuse dal governo tedesco alla comunità LGBTQI+ per le persecuzioni naziste sono arrivata solo negli anni 2000, oltre cinquant’anni dopo la fine dell’incubo nazifascista.

Eppure anche gay e lesbiche hanno affollato i campi di concentramento e ancora prima, nei territori occupati dal Reich, sono stati imprigionati, torturati e spesso uccisi. È già nel 1934, a un anno dalla presa del potere di Hitler, che in Germania nasce il Reichszentrale zur Bekämpfung der Homosexualität und der Abtreibung, l’ufficio centrale per la lotta contro omosessualità e aborto. Omosessuali e donne, dunque, che come sempre sono messi sotto tutela perché non possono e non devono avere alcun controllo sulla loro sessualità e sui loro corpi. E persino un regolamento di conti tra nazisti, la Notte dei lunghi coltelli dello stesso anno, con l’eliminazione delle SA, è giustificato anche dall’omosessualità di Rohm e dal suo scandaloso stile di vita “invertito” che si stava diffondendo tra i membri delle squadre d’assalto (come se il problema fosse quello, in quel branco di belve).

Nei campi di concentramento e sterminio, poi, l’Omocausto ha preso forma, con migliaia di internati e di vittime. Un numero impreciso che non conosceremo mai (alcune ricerche parlano di una mortalità del 60%), perché gli omosessuali non sono stati considerati meritevoli neppure di un’accurata ricerca storica che raccontasse lo sterminio con dovizia di particolari. Una damnatio memoriae che non stupisce, visto che nei lager gli omosessuali erano emarginati persino dagli altri prigionieri. Vivevano in baracche isolate dal resto del campo, venivano ignorati da tutti perché non ci si poteva mica confondere con gli invertiti, con gli scherzi della natura, con i viziosi e malati sovvertitori della morale comune.

I gay erano ultimi tra gli ultimi, veri e propri paria in quell’universo mostruoso che era il lager. Molti di loro vennero castrati, alcuni addirittura su propria richiesta, per dimostrare al regime l’intenzione di “guarire dalla malattia” e sperando così di tornare a casa. Molti altri vennero usati come cavie per esperimenti clinici, come l’impianto di una ghiandola artificiale di testosterone che, nelle intenzioni dei macellai del Reich, avrebbe dovuto sanare la devianza omoaffettiva.

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E non stupisce neppure il fatto che molti omosessuali abbiano continuato a scontare le loro pene in carcere anche dopo il crollo del nazismo, visto che il Paragrafo 175, in Germania, ha considerato l’omosessualità un reato dal 1871 al 1994. Più di cento anni di infamia che neppure la memoria dolorosa degli orrori nazisti era riuscita a cancellare. Quei triangoli rosa cuciti sul petto non hanno avuto giustizia e le migliaia di morti omosessuali nei campi sono state nascoste in fretta e furia sotto il tappeto del conformismo perbenista dell’Occidente “democratico” postbellico.

Una pagina strappata della storia perché il pregiudizio omofobico, esaltato dal regime nazista fino a punire persino le “fantasie omoerotiche”, non era certo assente negli altri Paesi, neppure in quelli che si opposero al Terzo Reich durante il secondo conflitto mondiale. E allora, quando i cancelli di Auschwitz e degli altri lager vennero abbattuti dai blindati alleati, molti dei superstiti marchiati con il triangolo rosa preferirono tacere il vero motivo del loro internamento, diventando vittime senza voce e senza giustizia.

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