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Luca De Santis: “La Resistenza si fa anche con parrucca e tacchi a spillo”

Luca De Santis: “La Resistenza si fa anche con parrucca e tacchi a spillo”

Gaspare Baglio

In Italia sono tutti maschi è stato un piccolo, grande cult. Un graphic novel a carattere storico che, dal 2008 a oggi, è riuscito ad aprire un varco nel cuore della comunità LGBTQI+, ma non solo. Un successo che, forte del premio Attilio Micheluzzi al Comicon di Napoli come Miglior fumetto dell’anno, ha percorso la sua strada diventando una delle opere di maggior successo a tematica gay degli ultimi anni. Appassionante, con storie reali sul confino degli omosessuali italiani durante il fascismo, il fumetto si focalizza su un gruppo di uomini costretti a vivere sull’Isola di Domino, nelle Tremiti. I disegni sono di Sara Colaone, mentre la sceneggiatura è di Luca De Santis, scrittore, autore tv, sceneggiatore, che adesso lavora nella pubblicità, senza abbandonare (per fortuna!) progetti letterari. 

Com’è nata l’idea per In Italia sono tutti maschi?

Erano i primi anni 2000 e credo fossi al Centro di Documentazione del Cassero di Bologna, quando lessi, su un vecchio numero del 1987 di Babilonia, la storica rivista del movimento lgbt, l’intervista che Giovanni Dall’Orto fece a Giuseppe B., un reduce dal confino delle isole Tremiti residente a Salerno. Ero ancora ragazzetto e militavo da qualche anno nell’associazionismo, ma di quella storia nessuno me ne aveva parlato.

Da quell’articolo immagino sia nata la voglia di approfondire. Quali ricerche hai fatto, allora, per scrivere il fumetto?

Parliamo di anni in cui le uniche informazioni sull’argomento erano le ricerche fatte dallo stesso Dall’Orto all’Archivio di Stato di Roma, quelle conservate all’ANPPIA (Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani) e un testo universitario di Benadusi. Dovevano ancora uscire il bellissimo La città e l’isola di Giratosio e Goretti e tutte le altre pubblicazioni e attività arrivate in seguito. Io mi sono avvalso di quelle stesse ricerche, integrando alcuni fascicoli e materiali che, nel frattempo, erano stati resi consultabili. Uno studio che mi ha impegnato per più di due anni.

Che importanza ha avuto, a tuo avviso, questo graphic novel?

Nella bellissima riedizione di Oblomov Edizioni, uscita per il decennale, io e Sara Colaone abbiamo fortemente voluto integrare il libro con un breve diario di questo viaggio fatto insieme, di come sono cambiate le cose, di come ci hanno accolto gli altri Paesi e di come ci ha fatto crescere. È stato importante fare il punto in appendice: questa storia porta con sé una grande responsabilità, quella di dare voce a chi non è mai riuscito a raccontare una parte importantissima della nostra storia. Sai, il soggetto nacque per un film, ma Sara ebbe l’intuizione più preziosa di tutte: farlo diventare un fumetto, un mezzo incredibilmente trasversale, arrivato davvero a tutti, a chi ama il genere e a chi non ci si era mai avvicinato prima, agli studenti dei licei, fino alle aule universitarie.

Il fumetto effettivamente ha fatto il giro d’Europa: Belgio, Francia, Germania, Polonia, Spagna. In questi Paesi com’è stato accolto? La maggior parte sono molto open minded rispetto alla comunità lgbtq+, ma penso alla Polonia…

Sì, in Polonia non ha avuto un grandissimo successo, stando alle copie vendute. 

Come mai, secondo te?

Credo sia un Paese che deve raccontare ancora il proprio dolore, un dolore che – come vediamo nella politica contemporanea – non è riuscito a metabolizzare e a farne maestro. La soddisfazione più grande, invece, è stata vedere in questi anni, come la storia dei confinati italiani sia stata la prima tessera di un grande effetto domino: ci hanno scritto persone che, dopo aver letto il graphic novel, hanno iniziato le medesime ricerche nei loro Paesi. E tante sono le tesi di laurea che hanno come oggetto il libro. Uno dei momenti più toccanti è stato un incontro a Madrid con un’associazione LGBT di anziani a Lavapiés, in cui ho ascoltato della loro esperienza di esilio e reclusione sotto la dittatura franchista. Come toccante è stato andare a mettere una targa di commemorazione sull’isola di San Domino con tutte le associazioni, qualche anno fa.

Si può fare un parallelismo tra la tua graphic novel e qualche vicenda attuale?

Lo ha fatto il regista Paul Rowley con il film The Red Tree sullo stesso tema, con cui ho collaborato alla sceneggiatura. Quello che volevamo era proprio dare, nel racconto, il senso di continuità di una persecuzione che ha solo traslocato in altri Stati, in cui la pena di morte per omosessualità non solo è prevista, ma anche applicata. Una pellicola importante che sta girando il mondo e ha già vinto premi come quello del New York New Fest, l’Outshine di Miami, l’Iris Prize in Iralnda, il Festival LGBT di Mumbai. E anche in Italia a quello di Verona e al River Film Festival di Padova. Niente male per una storia che, fino a dieci anni fa, non conosceva nessuno.

A proposito di cinema, sbaglio o il fumetto sarebbe dovuto diventare un film?

Attualmente il titolo è opzionato e ci sono delle persone incredibili e motivate che stanno lavorando per farne una serie tv. Credo sarebbe un progetto necessario per il nostro Paese, ancora così lontano da avere una benché minima e accettabile rappresentazione egualitaria di genere e di minoranze, nei programmi televisivi.

A parte questa storia, ce n’erano altre che avresti voluto raccontare, sul mondo queer?

Raccontarle io non so, ma ce ne sono tantissime che vorrei ascoltare sulla nostra comunità, che hanno urgenza di essere conosciute e celebrate. 

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Un esempio?

Tutte le persone transgender italiane che, negli anni sessanta e settanta, sono state mandate al confino nei paesi del sud, per dire la prima che mi viene in mente!

Hai vissuto nella Bologna del Cassero, a Roma e a Milano. Com’era e com’è la comunità lgbtq+? Quali sono le prossime battaglie necessarie?

La mia militanza è stata precoce (a quindici anni), il che mi ha permesso di vivere anni bellissimi in cui l’associazionismo non solo formava un pensiero critico, culturale e politico, ma ti faceva da famiglia e rete di salvataggio. La mia famiglia è stata quella del Cassero di Porta Saragozza e della Salara, ma anche quella del Mario Mieli e della redazione di AUT, quando poi mi trasferii lì per i miei studi di cinema. Oggi credo fermamente che il discorso politico attuale e quindi le nostre battaglie, siano strettamente legate a quelle del trans-femminismo antirazzista. Stiamo capendo che la cultura da abbattere è comune a tutti e a tutte.

Dietro al cult Conclavissima (che ha spopolato qualche anno fa anche sul web) ci sei tu. Mai pensato di tornare a vestire i panni di LaTavia Tovarich?

Non posso dilungarmi molto sulla questione perché un’estenuante battaglia legale con la Tovarich mi costringe al silenzio, ma la riflessione che ogni tanto faccio con i miei compagni e le compagne di quell’avventura è: quanti modi ci sono per fare Resistenza! Insomma, noi eravamo lì a ridere con dei video di una cultura cattolica contraddittoria e ipocrita quando Youtube e i social network ancora non esistevano. Resistenza si fa anche con un paio di tacchi e parrucca per andare a comprare le carote al mercato. Quanta rivoluzione culturale, politica, sociale si può fare quotidianamente?

Prossimo fumetto o progetto?

Sono un secchione e devo studiare molto prima di mettermi a scrivere nuovi progetti, ma in quest’ultimo anno ho lavorato a una nuova sceneggiatura e, con la casa editrice, stiamo ancora cercando il o la fumettista giusta. Incrociamo le dita.

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