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Lesbian Visibility Day, un atto politico necessario

Lesbian Visibility Day, un atto politico necessario

Natascia Maesi

Mi ha sempre colpito il fatto che le origini del Lesbian Visibility Day siano tuttora incerte. Sappiamo che la Giornata della Visibilità Lesbica si celebra dal 2008, che è nata negli Stati Uniti sui social, dall’esigenza delle donne lesbiche di avere maggiore visibilità fuori ma anche dentro la comunità LGBTQIA+*. Non so a voi, ma a me il fatto che questa storia sia una delle tante nate già sommerse, silenziate e oscurate all’interno della grande storia del nostro Movimento, non sembra accidentale. Se non altro perché riguarda una delle tante soggettività non-gay, non-cis, non-bianche della comunità. Con questo, non sto dicendo che il “processo di fantasmatizzazione” delle donne lesbiche a cui fa riferimento la studiosa americana Terry Castle, sia stato un fenomeno del tutto intenzionale. Sto dicendo, piuttosto, che va inquadrato come l’ennesima e prevedibile deriva culturale di una cultura patriarcale, maschilista e misogina che non nomina né contempla le donne, figuriamoci le donne che amano le donne, e che tutto questo rappresenta la faccia nascosta del sessismo, quella che non ti aspetti di vedere, perché è in salsa GBT+.

Come ha scritto Elena Biagini nel suo “L’emersione imprevista. Il movimento delle lesbiche in Italia negli anni ’70 e ’80”, le lesbiche rappresentano non solo il “soggetto imprevisto” – per dirla con Carla Lonzi – ma anche il soggetto mai totalmente emerso della nostra storia arcobaleno. Qualcosa con cui né il movimento femminista né il movimento omosessuale era pronto o disposto a fare i conti. La poeta lesbica Audre Lorde in “A Litany for Survival” lo dice senza mezzi termini: “non era previsto che sopravvivessimo”. Soprattutto – aggiungo – non era possibile che sopravvivessimo individualmente, come singole. Non è un caso che le lesbiche da oggetto di politiche repressive e discriminatorie siano divenute soggetto (politico), solo con la nascita del movimento lesbico in Italia cioè attraverso una presa di parola collettiva, avvenuta dal ’68 in poi.

Che le lesbiche abbiano fatto sempre fatica ad esistere nello spazio e nel discorso pubblico/politico lo dimostra la vita di Mariasilvia Spolato, la prima donna a dichiararsi lesbica nel nostro Paese. Era l’8 marzo 1972 e Mariasilvia, professoressa di matematica laureata con 110 e lode, sfilò ad una manifestazione femminista nel cuore di Roma con un cartello, divenuto famosissimo su cui c’era scritto “Liberazione omosessuale”. Per quella dichiarazione di lotta e di felicità, Mariasilvia Spolato perse tutto. La sua storia è una storia sconosciuta anche nella comunità LGBTQIA+*. Quanti di noi sanno che c’era anche lei al Congresso internazionale di Sessuologia del CIS il 5 aprile 1972. Che fu lei a spronare i compagni – tra cui Angelo Pezzana – a scendere in piazza in quella che è stata descritta come la Stonewall italiana.

Oltre la storia, parla il linguaggio. Nel linguaggio, così come nella percezione comune, la parola “lesbica” è ancora considerata un insulto. Rientra, a pieno titolo, nell’universo dell’indicibile. Fu Claudio Rossi Marcelli con un suo articolo di qualche anno fa per Internazionale, a farmi riflettere su quanto riusciamo ad essere maschilisti persino nelle discriminazioni. Di questa evidenza, il linguaggio è la traduzione perfetta. Pensate, ad esempio, al vasto campionario di parole-insulti con le quali vengono appellati gli uomini gay. Ora fate lo stesso sforzo di immaginazione con le lesbiche. Quale è la prima parola che vi viene in mente? Nessuna. Per etichettare negativamente le donne che amano le donne, basta semplicemente usare la parola lesbica, che è considerato universalmente il peggiore insulto che si possa utilizzare.

Ma c’è di più, o meglio, c’è di peggio. La soggettività lesbica è definita per negazione. La retorica del “maschio mancato” è un chiaro esempio di narrazione che squalifica le donne lesbiche, posizionandole nel gradino più basso della scala sociale. Sulle lesbiche pesa una forte stigmatizzazione e stereotipizzazione. Sono “maschie”, odiano gli uomini o “non hanno ancora trovato l’uomo giusto” e, quando non sono assenti nella rappresentazione che se ne dà, sono patologizzate e marginalizzate. Solo di recente si è cominciato a darne una immagine positiva. Fino a pochi anni fa, erano pazze, malate, portatrici sane di quella che lezpop.it ha definito “la sindrome della Poiana” (destinate cioè ad un destino di abbandono, infelicità o addirittura morte). Nella più ottimistica delle previsioni, siamo la versione same-sex della famiglia del mulino bianco, nella peggiore siamo lo strumento di piacere di ragazzotti venuti su a merendine e video di YouPorn. Infine, in un Paese che trasforma le donne in bersaglio controllando i loro corpi, limitando la loro libertà e autodeterminazione, violando diritti acquisiti in anni di lotte, le lesbiche vivono sulla propria pelle il doppio e triplo stigma di essere donne lesbiche e donne trans lesbiche.

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Le ricerche mettono in luce come sia più difficile, anche nel 2020, per le lesbiche, essere visibili. Perché? Perché sulle lesbiche pesano ancora alcuni macigni: l’eterosessualità obbligatoria, l’assenza di modelli postivi nei quali identificarsi, l’immagine stereotipata che si offre di loro come soggetti che tradiscono la norma, incarnando una femminilità non conforme e non incardinata in ruoli ed espressioni di genere imposti. Come ho avuto modo di dire anche lo scorso anno in occasione della stessa giornata, le lesbiche sono destinatarie di politiche al ribasso che non rispondono ai loro bisogni in termini di prevenzione, salute sessuale, accesso alla genitorialità. E non sono tutelate da misure di contrasto alla violenza di genere, subita in quanto donne lesbiche e donne trans lesbiche; né supportate da politiche del lavoro in grado di garantire loro stesse opportunità economiche e di carriera. Tutto questo condiziona e ostacola il loro coming out pubblico. Per questo e per molto altro, ieri come oggi, dirsi lesbica ed essere visibile è un atto politico necessario.

La visibilità è lo strumento di una rivoluzione che ri-significa e socializza la soggettività lesbica, trasformando le donne lesbiche in esistenze r-esistenti, in grado di creare nuovi immaginari e nuove narrazioni che parlano di libertà e liberazione. Per questo e per tanto altro ancora, esistono giornate come questa che ci auguro di vivere sempre con orgoglio. Buon 26 aprile a tutte noi.

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