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Dua Lipa, icona di una nuova generazione LGBTQI+?

Dua Lipa, icona di una nuova generazione LGBTQI+?

Plavia

Quando è uscito “Future Nostalgia”, l’attesissimo secondo album di Dua Lipa, ero su di giri: adoro il suo stile, la sua voce e la sua immagine, e non vedevo l’ora di ascoltare tutti i suoi pezzi. Aggiungi il fatto che sia uscito in un periodo di forzata reclusione (il 27 marzo, anticipato di una settimana per colpa di un leak in rete), che il mio stato emotivo è sicuramente più sensibile del solito, e che «il secondo album è sempre più difficile/nella carriera di un artista» (ciao Caparezza!). Fatto sta che quel giorno non ho fatto altro che ascoltare e ballare.

Solitamente, quando amo un brano o un LP, vado poi a curiosare sul web per leggere qualche recensione (Pitchfork, ci sei anche tu) e per conoscere le opinioni altrui, forse per una sorta di contorta e sciocca approvazione. Andava tutto bene sino a quando non ho letto OK, MA NON È UN ALBUM GAY. Alt. Il mio cuore pulsante al ritmo di Break My Heart ha smesso di battere per un secondo. Mi sono chiesta: davvero esiste il bollino ‘gay approval’? È questo il caso? Non basta decretarne la qualità e/o il valore eventuali?

Cosa significa album ‘gay’

Partiamo da alcuni fatti. Nel tempo molti hanno definita Dua senza personalità. Le sue esibizioni sino a un anno fa risultano abbastanza monocordi; la sua immagine degli esordi è paragonabile a quella della mia vicina di casa; e i primi featuring non la schierano né la favoriscono particolarmente. Poi succede che azzecchi un brano fenomenale (“New Rules”), ti tagli i capelli, incontri gente come Calvin Harris, vinci premi prestigiosissimi, realizzi esibizioni come quella con St Vincent, ti dai da fare con le coreografie (da recuperare subito la performance agli EMA’s 2019 di Sevilla), e metti il turbo. Eccoci qua.

Veniamo all’album in questione: diciamo subito che stavolta non ci sono ballad piagnone come nel primo album, tantomeno le copie della copia della hit estiva. Tuttavia, ci sono vari spunti interessanti, come la condanna al maschilismo tossico (“Boys will be boys”), la costante affermazione di sé stess* (“Future Nostalgia”, “Don’t Start Now”), il naturale racconto di un partner e del sesso con lui (“Good in bed”), e un immaginario ben definito che rimanda alla disco anni ’80 e a gusti brillantemente retrò (“Physical”). Possiamo considerare tutti questi elementi ‘gay’? Ma soprattutto, serve definirli tali? La risposta è dentro ognuno di noi, se vi va di cercarla. Intanto vi dico che per me realizzare un album pop così ben confezionato, di questi tempi, non è poco.

Quindi?

La domanda è: cosa vogliamo dalle pop star al giorno d’oggi? Immedesimazione, avanguardia, ispirazione, evasione? Il punto secondo me è tutto lì, e per ogni nostra esigenza probabilmente c’è una pop star che fa al caso nostro. Tra tutt*, è possibile che vinca in termini di popolarità e diffusione chi riesce a soddisfare le aspettative sotto più punti di vista.

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Di Lipa apprezzo il fatto di non volersi ripetere (troppo facile rifare “New Rules”, mh?), di essere molto attiva e coinvolgente con i propri fan attraverso i suoi canali social, ponendosi sempre alla pari, e di dimostrarsi sempre autentica (il pianto durante una diretta Instagram a causa del famoso leak ne è la prova più recente). D’altronde ha solo 24 anni.


Infine, torno alla domanda iniziale. Cos’è un album ‘gay’? Ma soprattutto, ha davvero senso parlare di musica LGBTQI+ friendly? O forse occorre semplicemente parlare di musica?

Ora più che mai essere artisti significa unire, unirci, e raccogliere le varie sfaccettature dell’esistenza per restituircene delle altre, nuove, condivise. Perché siamo davvero tutti esseri umani sotto un unico grande cielo – o sopra un unico grande dancefloor.

Che poi, in fondo, una che si chiama Dua (in albanese vuol dire ‘amore’) non è decisamente nata per dividere, no?

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