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Questione di narrazione: tra ignoranza, strategia d’odio e buone prassi

Questione di narrazione: tra ignoranza, strategia d’odio e buone prassi

Gianmarco Capogna

Per riflettere a tutto campo sulla comunità LGBTQI+ in Italia, necessariamente bisogna fare i conti con la comunicazione ed il linguaggio, specialmente quello dei media e quello istituzionale. I fenomeni di odio e discriminazione aumentano come appare evidente anche dal numero di articoli che si susseguono sul tema, con un incremento dei casi, tra il 2018 e il 2019, di oltre il 30%, come segnalato da Arcigay.

Parlando di comunicazione si apre decisamente un campo minato per la comunità e per la narrazione di genere che dimostra l’arretratezza italiana in merito alla formazione, anche giornalistica. Nel caso della stampa, quello che emerge è un duplice problema: da un lato, spesso, troppo spesso, ci si trova di fronte ad un’ignoranza di base su questi temi; dall’altro, invece, assistiamo ad una chiara strategia messa in atto per screditare la comunità e le sue battaglie, promuovendo un sentimento di odio nei confronti della diversità. Per alcuni la linea è chiara: tornare al paradigma del maschio-bianco-eterosessuale-borghese, il #mbeb dei social, che comporta l’esclusione di tutto ciò che è fuori da una certa narrazione mainstream di carattere patriarcale eteronormata.

Pensiamo, per esempio, a quante volte ci troviamo a leggere narrazioni sbagliate e tossiche in merito alle persone Trans*. L’utilizzo improprio del dead name e non quello elettivo (1) associato ad una scelta sbagliata del pronome, che non rispetta l’identità di genere della persona in transizione, sono gli elementi più comuni spesso dettati da una totale non-conoscenza della materia e del linguaggio inclusivo. Non sono fatti che accadono solo nelle piccole redazioni locali, che anzi, a volte, prestano anche maggiore attenzione, ma che possiamo ritrovare nei grandi nomi come La Repubblica, Il Fatto Quotidiano e altri. Un esempio concreto di come fare debunking e decostruzione su questo tema lo fa il sito TransMediaWatch Italia in un articolo dove mette in fila i risultati di una comunicazione errata sulle persone in transizione.

Il caso delle persone trans* è davvero indicativo di quanto serva un lavoro di formazione. Non sono più accettabili narrazioni della comunità LGBTQI+ alla perenne rincorsa di stereotipi e pregiudizi mentre servono narrazioni ampie capaci, come per tutte le persone, di rappresentare la complessità sociale. Una complessità, quella del mondo trans*, che rompe gli schemi di pregiudizi costruiti e radicati nel tempo che affondano le radici innanzitutto nella sacralità del binarismo di genere per cui “maschio e femmina Dio li creò” e di conseguenza nella narrazione patriarcale dei rapporti sociali e di genere.

Eppure basta guardarsi intorno per comprendere che oltre a maschio e femmina ci sono un’infinità di sfumature della nostra identità che ci rendono diversi e, quindi, unici.

Per non parlare della televisione generalista che rincorre ancora molto spesso il mito della “macchietta” omosessuale mentre troppo pochi sono i momenti in cui si affronta e si racconta la naturalezza dei rapporti affettivi delle persone LGBTQI+ al di fuori di una narrazione forzatamente basata sugli stereotipi. Fortunatamente nel cinema e soprattutto nelle piattaforme private emergono con sempre maggiore forza produzioni capaci di raccontare l’universo umano nelle sue mille sfaccettature. È il caso di serie TV di grande successo internazionale come Pose, Tales of the City, Sense8 (consigliatissima in un periodo in cui non possiamo stare vicini fisicamente), e altre, come l’edizione italiana di SKAM, che superano la trattazione omosessuale da sempre legata all’ottica della commedia e riprendono il filone narrativo a tutto tondo sulla comunità come era successo nella storica Queer As Folk del 2000.

Nonostante ciò, seppure il pubblico di cinema e tv può decidere di accedere a contenuti di questo tipo, la comunicazione “libera” e free, che sia pubblica o web, è ancora carica di un linguaggio discriminatorio e d’odio.

Ma se da un lato il problema è di carattere conoscitivo, anche di fronte a chiare indicazioni per un linguaggio inclusivo come quelle emanate dall’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), dall’altro, ci sono anche esempi di chiara volontà mistificatrice nei confronti della comunità LGBTQI+. È il caso di Libero quello che meglio rappresenta questa fattispecie, con una chiara linea editoriale che presuppone scelte comunicative e stilistiche portate avanti con fermezza da Senaldi e Feltri (le cui posizioni dilagano anche su Twitter).

Tutto questo è ancora più legittimato se si considera una parte della narrazione istituzionale. A destra, negli ultimi anni, abbiamo assistito ad una radicalizzazione crescente che vede nella negazione dei diritti e delle libertà non solo degli slogan ma una vera e propria strategia politica che, a partire dai territori e dai consigli comunali, punta a distruggere le norme nazionali. È il caso dell’aborto e della mozione di Verona, replicata in tanti altri comuni, della proposta di Genova di aderire al riconoscimento delle sole famiglie “tradizionali”, degli annunci da campagna elettorale che mettono in discussione le leggi approvate. Come in Umbria dove a pochi giorni dal voto, Donatella Tesei, allora candidata e oggi Presidente di Regione, sottoscrisse la proposta delle associazioni cattoliche e pro-vita che prevede, tra le altre cose, l’abolizione della norma umbra contro le discriminazioni LGBTQI+.

In un quadro così decisamente nero, la strategia dell’odio verso il diverso portata avanti dalle destre ha comportato uno sdoganamento di atteggiamenti, specialmente sui social, che fino a qualche anno fa esistevano ma non trovavano un ideale “sostegno” istituzionale.

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Servono misure strutturali ma non tutto è negativo. Sui territori associazioni e movimenti costruiscono ogni giorno buone prassi che vanno messe in rete e replicate in una battaglia di contrasto all’avanzata dell’odio che deve necessariamente partire da una strategia culturale sui temi della formazione e della narrazione.

Esistono i protocolli dell’UNAR, citati in precedenza, le best practice di reti come Educare alle Differenze, progetti di approfondimento realizzati dall’ARCI e tante altre metodologie che se portate avanti possono davvero segnare un passo in avanti importante per una società più inclusiva per tutte, tutti, tutt*. Quello che serve è mettere in rete quanto di buono esiste e viene fatto, per arrivare a tutta la cittadinanza con percorsi di formazione e informazione capaci di sradicare stereotipi e pregiudizi e favorire, invece, nuove narrazioni: ampie, aperte e inclusive. In una sola parola, Queer.

(1) Dead Name: il nome assegnato al momento della nascita secondo il sesso di nascita che nel caso delle persone in transizione non corrisponde all’identità di genere della persona
Nome Elettivo: il nome scelto dalla persona in transizione che rispetta la propria identità di genere

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