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Italia, l’occasione sprecata del turismo LGBTQI+

Italia, l’occasione sprecata del turismo LGBTQI+

Simone Bellin

Le bellezze artistiche, le esperienze culturali e i paesaggi suggestivi. Per questa serie di motivi l’Italia è da sempre stato un luogo ambito dove trascorrere le proprie vacanze, e non faceva eccezione la comunità LGBTQI+. Fin dai secoli passati, grazie alle iniziative del “Grand Tour”, che conducevano i grandi letterati e le classi dirigenti di Francia e Inghilterra nel sud dell’Europa alla scoperta delle bellezze del Mediterraneo. Le motivazioni di questi viaggi-studio avevano sì carattere artistico-culturale, ma anche (e più spiccatamente) sociologico, puntando alla scoperta di nuove civiltà e nuovi usi e costumi.

Il Mediterraneo diventò così la meta prediletta dai “peccatori di una certa specie”, citando le parole con cui lo scrittore inglese William Beckford definiva gli omosessuali, con Taormina, Catania, Napoli – per citare solo alcuni degli scenari del sud Italia, dalle atmosfere vagamente mitologiche – che furono patria dell’omoerotismo fino agli anni Cinquanta del Novecento.

Successivamente il turismo LGBTQI+ arrivò a espandere i propri confini ai grandi centri urbani di America ed Europa, portando alla nascita delle cosiddette gay tourist destinations. Una tendenza correlata al fatto che, a partire dagli anni Settanta e Ottanta, soprattutto in America, le persone gay tendevano a non nascondere più il loro orientamento sessuale, passando dal closet al coming out.

Ma cosa rappresenta oggi il turismo LGBTQI+ in Italia? Se il fatturato mondiale generato da questo preciso segmento si aggira attorno ai 221 miliardi di dollari, l’Italia si limita a un giro di affari di “soli” 2.7 miliardi di euro. Il fatturato annuo generato rappresenta circa il 7% di quello complessivo, mentre nel resto del mondo è pari a circa il 10%. Sono, infatti, ancora poche le strutture turistiche tailor-made, così come le destinazioni, perlopiù circoscritte (Milano, Roma, Gallipoli, Versilia con il suo FriendlyVersilia).

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Come se non bastasse, la percezione da parte dei turisti, in termini di apertura e accoglienza, è tutt’altro che positiva, e racconta di una Italia conservatrice ancora poco aperta nei riguardi della comunità LGBTQI+ che, non a caso, preferisce emigrare altrove. Mykonos, Barcellona e Ibiza in primis, ma anche Gran Canaria, San Francisco e Tel Aviv. Un vero peccato, considerando anche solo l’elevato potenziale economico del viaggiatore LGBTQI+, definito DINK (Double Incomes No Kids), sia trend-setter che high spender.

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