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Unorthodox, una fuga impaurita e struggente alla scoperta del mondo

Unorthodox, una fuga impaurita e struggente alla scoperta del mondo

Domenico Naso

Se cominciate a soffrire gli effetti della quarantena e vi sentite oppressi tra le quattro mura domestiche, provate a pensare che c’è chi sta peggio di voi. È il caso di Esty Schwartz, personaggio centrale di Unorthodox, serie targata Netflix che sta mandando in visibilio pubblico e critica.

Unorthodox è la storia di una diciannovenne americana, ebrea ultraortodossa della comunità Satmar di Brooklyn, che dopo un primo anno di matrimonio disastro decide di lasciare tutti e tutto e di scappare a Berlino.

Contestualizziamo: i Satmar sono una comunità hasidica nata in America dopo la Seconda guerra mondiale ad opera di immigrati ebrei provenienti dall’Ungheria. I precetti di questo gruppo religioso sono tanti e complessi ma per comprenderne atteggiamenti e modo di vivere è fondamentale sapere che nasce tutto dall’orrendo trauma della Shoah, dalla consapevolezza di aver perso sei milioni di fratelli e sorelle e dalla necessità ossessiva di riprodursi il più possibile e mettere al mondo una nuova generazione capace di riequilibrare i dati demografici del popolo eletto.

La donna Satmar è poco più di un’incubatrice di bambini: non può cantare o suonare, deve indossare gonne lunghe, poco prima del matrimonio è costretta a rasare i capelli e usare parrucche o copricapi per il resto della vita. L’educazione universitaria è considerata “pericolosa”, perché distrae le donne dall’unico ruolo affidato loro: quello di moglie e madre.

Esty, dunque, è nata e cresciuta in questo contesto, con la babby (la nonna) a insegnarle tutto quello che è necessario sapere. Il padre è un ubriacone, pecora nera della famiglia. La madre, invece, ha fatto quello che nessun Satmar può permettersi di fare: ha abbandonato la comunità, è scappata, ha lasciato persino la figlia pur di allontanarsi il più possibile e rifarsi una vita normale. E ora, le rare volte in cui le donne Satmar colorate di beige ne parlano, si riferiscono a lei come “la pazza”, quella “che non è mai stata normale”. Esty ha un padre e una madre, dunque, ma per i parenti è orfana, visto che le figure genitoriali non sono state in grado di educarla e tramandare le ferree regole religiose che permeano di sé ogni gesto quotidiano della comunità.

Esty non sembra avere intenzione di fare di testa sua. È dimessa, sorride poco, è sofferente, ma fa quello che deve fare. Si sposa con un ragazzo proposto da un sensale e che incontra una sola volta, per pochi secondi, prima del matrimonio. E ora che Esty Schwarz è la signora Shapiro, deve pensare solo a una cosa: riprodursi. I goffi tentativi di copula tra i novelli sposi sono momenti di doloroso imbarazzo, di accoppiamento fallito tra due animali che non sanno neppure come si fa. E in più Esty soffre di vaginismo, rendendo vani gli sforzi e mettendo in allarme l’opprimente suocera, pronta a tutto pur di fare attecchire il seme del figlio.

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La prigione matrimoniale di Esty viene mitigata soltanto dalle lezioni clandestine di pianoforte, prima avvisaglia di quell’istinto di libertà che darà il la alla fuga a Berlino (come la madre) e ai tentativi lenti e strazianti di conoscere il mondo, con una voglia disperata di farsi assimilare dalla normalità, dalla banalità del modello di vita occidentale. Il resto è tutto da scoprire, in questa delicata e struggente educazione alla vita di un pulcino bagnato e malfermo che ha deciso di lasciare il nido, provocando le ire dei capi della comunità, pronti a tutto pur di recuperare la pecorella smarrita. La cosa più interessante di Unorthodox, poi, è che racconta almeno in parte una storia vera, quella raccontata da Deborah Feldman nell’omonimo memoir bestseller.

La miniserie in 4 puntate di Netflix è un delicato e straziante inno all’affermazione di sé, alla ricerca di un’individualità soffocata dal branco, dal gruppo, dalla comunità che ti obbliga a essere quello che gli altri si aspettano, non quello che sei o che vorresti essere. Esty, interpretata dalla bravissima Shira Haas, non è un’eroina. È impaurita, titubante, scopre il mondo con curiosità ma con il timore che deriva dall’ignoranza. Non sa usare Internet, si spaventa alla vista della folla festante e libera di una discoteca, ha un approccio bambinesco all’affettività, non è consapevole di ciò che è in grado di fare o no, indossa per la prima i jeans con il rispetto dovuto a un simulacro di una fede lontana, al quale non si è mai avvicinata. Matura piano piano, la personalità di Esty, in un crescendo lento (ma mai noioso) che non tratteggia un personaggio invincibile ma una ragazza fragile che segue solo l’istinto umano alla conoscenza, al confronto, alla scoperta. All’accettazione di sé e della propria natura, soprattutto. È una storia universale, un passepartout che racconta qualcosa di ciascuno di noi.

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