Now Reading
L’isolamento genera (anche) capolavori

L’isolamento genera (anche) capolavori

Angelo Molica Franco

Come al solito, il problema è lo sguardo.

Da una quarantena che inizia a farsi più lunga del previsto, più dura dell’avvertito, ci rendiamo conto di iniziare ad adottare – venuto fuori da chissà dove – il registro tutto dei prigionieri, degli esuli, dei dimenticati. La nostra retorica del dentro e del fuori consta di rassegnazione, rabbia celata, “nostalgia nostalgia canaglia”, inerzia ciabattata, voglia di ribellione con qualche pizzico di senso dello Stato (qb). Questa che sembra la lista degli ingredienti per un dolce (sfornare torte sembra essere tra le coniugazioni più usurate del verbo #restareacasa) è in realtà una reazione assai comune alla cattività, se pensiamo che anche la giovane Anne Frank – dalla sua soffitta nascondiglio, tra il 1942 e il 1944 (intervallo di tempo che non necessita di ulteriori spiegazioni) – si chiedeva durante una quarantena probabilmente più pericolosa di quella che stiamo attraversando: “Non riesco a immaginare che il mondo intero potrà mai tornare normale per noi. Quando ci sarà concesso di tornare a respirare all’aria aperta?”. Anche ad Anne, mancano i simboli della libertà: “Andare in bicicletta, ballare, fischiettare, osservare il mondo, sentirsi giovani, sapere di essere libera, ecco che cosa vorrei”.

Scritte più di settant’anni addietro, le parole della giovane Anne sembrano provenire in linea retta dal nostro oggi, dal nostro domani. Braccata dai nazisti, sulla pagina del suo Diario la sua testimonianza si è trasformata in un gioiello universale, e ciò perché da sempre la letteratura è capace di sbocciare da ogni scenario di solitudine: prigionia, quarantena, esilio, autoreclusione, riservatezza.

A scuola, per esempio, de Le mie prigioni di Silvio Pellico, ci danno da leggere soltanto il brano in cui tagliano la gamba all’amico dell’autore Piero Maroncelli, come monito affinché ci si comporti bene in classe. Eppure, quanto Pellico riversa in quelle pagine memorialistiche è più di un documentario sulla vita nelle prigioni risorgimentali (l’autore venne arrestato il 13 ottobre 1820 a Milano per l’adesione ai moti carbonari e fece ritorno a casa dieci anni dopo, il 17 settembre 1830). Si tratta di una vera e propria guida all’innamoramento tra detenuti nelle prigioni austriache. Il narratore ama tutti: la cuoca Zanze, il vecchio carceriere Schiller, il cattivo Giuliano, l’amico Maroncelli, e ancora Orboni sul cui letto si adagia in bilico tra purezza e ardore da illibata sposa. Come accade ai protagonisti de Il bacio della donnaragnodi Manuel Puig, l’amore ha mutato per Pellico la prigionia in vita quotidiana.

Una sublimazione simile accade ad altri detenuti-scrittori (stavolta americani), che invece proprio sporcandosi le mani di verità e leggenda nel racconto della malavita di prigione daranno vita a un vero e proprio genere letterario, cui possiamo inserire Cella 1455 braccio della morte, che Caryl Chessman darà alle stampe prima di essere giustiziato; Come una bestia feroce, del ladro e rapinatore Edward Bunker. Anche Antonio Gramsci finì dentro, nel carcere fascista di Turi vicino a Bari dal luglio del ’28 fino al novembre del ’33, e da qui – mai domo – non smise la sua riflessione attiva e lotta antifascista, iniziando la stesura dei Quaderni, delle Lettere ma anche di Favole di libertà, le “novelline” per i figli Giuliano e Delio. Lui era dietro le sbarre, ma il suo sguardo civile verso il mondo rimase inesausto e combattivo.

Delle volte, il confinamento lontano dagli affetti non avviene dentro una cella, ma lontano dalla propria patria, in esilio: lo sa bene Voltaire, che c’era avvezzo. Anche lui tradotto in prigione nel 1723 per i suoi scritti polemici (dall’esperienza del carcere, trarrà il pamphlet La ligue), venne esiliato una prima volta in Inghilterra dal 1726-28. Poi, appena tornato in Francia, verrà condannato di nuovo per le sue posizioni contro l’ancien régime e spedito nella Lorena, dove fu assai prolifico: scrisse tragedie, lettere, trattati. Ed è reclusosi nel Cirey, nel castello della sua compagna dell’epoca Emilie du Châtelet (grande pensatrice e scienziata ante-litteram), più precisamente nella sua sconfinata biblioteca, che getterà le basi per Il trattato sulla tolleranza e il Dizionario filosofico. Per l’ardire delle sue scomode opere, venne esiliato anche il grande poeta latino Ovidio: la sua Ars amatoria venne condannata per morale e lui confinato a Tomi, sul Mar nero. Da quest’esperienza, tuttavia, nascono i Tristia, un’opera poetica in cinque libri, che con altezza assai moderna racconta la figura dell’esule. Allo stesso modo, è nel 1849 a San Pietroburgo davanti al plotone di esecuzione che lo grazierà all’ultimo minuto per condannarlo a dei lunghi lavori forzati in Siberia, che Fëdor Dostoevskij inizierà a scrivere (almeno nella sua mente) le pagine dedicate alla pena di morte in quello che è ecumenicamente ritenuto il suo capolavoro, L’idiota.

Vivere discosti, fugare la tentazione del balletto degli incontri e della socialità forzata come suggeriva Epicuro (láthe biósas: vivi nascosto), può essere anche una scelta di creazione. In questa condizione nacquero le poesie d’amore della riservatissima e immensa Emily Dickinson (che morì nella stessa casa dove era nata e vissuta), sublime cantore del rimpianto, per la quale scrivere in solitudine era un piacere “di certo più dolce di non scrivere, perché è uno Scopo vagante, del quale tu sei la meta”. Lo stesso dicasi per Jane Austen, che a quanto sappiamo non sperimentò mai le storie d’amore di cui fu narratrice eletta, sempre guardinga com’era dalla pubblicità. Tuttavia, ci ha regalato pagine irrinunciabili pur vivendo un’esistenza esemplarmente priva di grandi eventi e molto casalinga. Anche J.D. Salinger, dopo il successo de Il giovane Holden, scelse di ritirarsi a vita privata nella sua casa di Cornish, nel New Hampshire.

Altra declinazione della ritrosia è l’allontanamento volontario alla ricerca di una solitudine creativa del filosofo e pensatore americano del XIX secolo Henry Thoreau. Esponente del trascendentalismo e dell’ecologismo, dopo essersi laureato ad Harvard si licenzia a ventisette anni dal collegio dove insegna e decide di trasferirsi in una capanna costruita con le proprie mani sulle rive del lago Walden “per affrontare solo i fatti necessari della vita”, come racconterà nel saggio Walden ovvero vita nei boschi.

See Also
kpop
See Also
See Also

A questa frase, per quel potere salvifico o deflagrante che hanno le parole nel ripetersi e nel rifrangersi, viviamo un déjà-vu: dove stiamo sentendo e leggendo una frase simile, chi ci invita da almeno un mese all’essenzialità? Nelle varie specie del jingle da quarantena (che nel frattempo cangia musica, lettering, colori) ci viene suggerito di attenerci al limite delle azioni “strettamente necessarie”.

Ed è qui che interviene il problema dello sguardo che si annunciava in incipit, adesso che siamo giunti all’excipit di questa divagazione. I fiori della letteratura e del pensiero di cui prima sono sbocciati nell’austero terreno della solitudine, la stessa che viviamo noi “ai tempi del coronavirus”, in un’espressione già mediatizzata, anzi “virale” come si dice (i paradossi della lingua). I capolavori della letteratura scritti in isolamento ci insegnano a cambiare il modo in cui guardiamo lo stare a casa. Invece di rimirare il paesaggio fuori dalle nostre finestre e dai balconi, superato il bavardage delle classiche domande (Quando sarà di nuovo possibile questo? Quando potrò di nuovo fare quello?), dovremmo mettere da parte l’abitudine degli oggetti, e auscultare quel trenino a molla che chiamiamo il cuore, restaurando la cittadella della propria intimità. Siamo infatti sicuri che quest’ombra di solitudine che ci portiamo dentro sia iniziata con la quarantena? Oppure ci impedisce soltanto di mettere in scena tutta la pantomima di gesti (aperitivi, chat, like, cuori, messaggini) con cui eravamo soliti truccarle, le nostre solitudini? Adesso, che come il Re della famosa fiaba di Andersen (ispirato a una novella spagnola) siamo nudi di fronte a noi stessi e sperimentiamo quella che Ernesto de Martino definisce “crisi della presenza”, che fare? Riempire i cassetti di manoscritti autobiografici? No!

Scriveva un altro grande isolato, il poeta greco Konstandinos Kavafis che visse silenziosamente ad Alessandria d’Egitto senza mai curarsi della propria presenza nel mondo: “E se non puoi la vita che desideri,/ cerca almeno questo/ per quanto sta in te: non la svilire/ nei troppi contatti con la gente,/ con traffici e discorsi./ Non la svilire portandola/ troppo in giro, esponendola/ alla quotidiana insipienza/ dei rapporti e degli incontri,/ fino a farne una stucchevole estranea.” La lezione della letteratura è quella di riappropriarci di noi stessi per continuare a scrivere instancabili quel capolavoro mai compiuto che si chiama la vita.

What's Your Reaction?
Excited
2
Happy
5
In Love
0
Not Sure
0
Silly
0
View Comments (0)

Leave a Reply

Your email address will not be published.

© 2020 Queer Magazine

Scroll To Top