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Perché ‘Febbre’ di Jonathan Bazzi è davvero un esordio folgorante

Perché ‘Febbre’ di Jonathan Bazzi è davvero un esordio folgorante

Andrea Cominetti

Un esordio folgorante. Quante volte vi è capitato di leggerlo sulle fascette di carta ruvida (di solito rossa, massimo livello di «folgorazione») che avvolgono, in libreria, le storie degli autori emergenti? E quante volte, alla fine delle stesse storie, nella quasi penombra delle vostre camere (ci piace immaginarvi leggere a letto, a fine giornata, sotto la luce fioca di un’abat-jour di design dalla forma improbabile), vi è venuto da storcere il naso o la bocca o la qualsivoglia e pensare «questo, folgorante questo, ma scherziamo»? Ecco, con Febbre potete stare tranquilli: niente di tutto ciò vi succederà. Perché quello di Jonathan Bazzi è davvero un esordio folgorante. Lo dice la critica, che l’ha lodato compatta, lo dicono gli altri scrittori (una tra tutti: Teresa Ciabatti, che l’ha definito un romanzo «del tempo nuovo») e lo dice pure lo Strega, che l’ha inserito nella rosa dei 12 finalisti, accanto a «veterani» come Gianrico Carofiglio, Sandro Veronesi e Gian Arturo Ferrari. 

Uscito lo scorso anno per Fandango Libri, «Febbre» è in un certo senso figlio di un articolo – diventato subito virale – che lo stesso autore ha pubblicato nel dicembre 2016, dal titolo: «Ho l’HIV e per proteggermi vi racconterò tutto». È, però, sbagliato oltre che riduttivo parlare di Febbre soltanto come di un’opera sul virus dell’immunodeficienza acquisita. Anche perché la storia corre su due piani temporali: in uno, c’è il Jonathan di oggi (o meglio, del 2016), un 31enne a cui un giorno di gennaio viene una febbre che non va più via. Nell’altro c’è il Jonathan bambino, che nasce a Milano ma vive e cresce in periferia (a Rozzano, “il paese dei tossici, degli operai, degli spacciatori, i tamarri, i delinquenti, la gente seguita dagli assistenti sociali”). 

Un luogo che non è soltanto un puntino su una cartina geografica, ma una realtà che segna in maniera profonda la crescita dell’autore. Prima la odia, se ne vergogna, la ripudia (“Perché sono nato lì? Io che leggo, scrivo, disegno”), ma poi sembra farci la pace o quantomeno scenderci a patti e accettarla per quello che è (“Ho Rozzano incastrata nel nome, se parlo di me devo parlare di lei”). Con i suoi limiti e i suoi pregiudizi di cui, se nasci gay, sei oggetto fin da piccolo. 

Non a caso, accanto a un padre assente e a una madre che lavora troppo, lo sviluppo del protagonista si snoda tra vessazioni verbali (“ricchio’, femminiell’, frocio, frì frì”) e fisiche (“ti ammazzo di botte, all’uscita facciamo i conti”) che ne determinano diffusi momenti di paura e di ansia. Soprattutto di ansia, al punto che, per quanto sbrigativamente Febbre venga spesso definito un «romanzo sull’hiv», in realtà la malattia che emerge in maniera più cristallina (e che porta alle conseguenze più disabilitanti) riguarda proprio l’ansia e la sua gestione.

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Anche per questo Febbre si configura come un testo universale, in cui chiunque – tra attese disilluse, tentativi a vuoto, episodi di bullismo, amori a senso unico, incontri sessuali per dimenticare e dimenticarsi – può riconoscere se stesso e parte del proprio trascorso. Un valore non da poco, a cui corrisponde una scrittura essenziale ma ficcante, che, libera degli orpelli, arriva dritta al punto. E lo perfora.

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